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Il Cavaliere scherza sul malore: la prossima volta non rianimatemi «Marini, D' Alema e Rutelli capiscano che chi li votò ora si vergogna di salutarli»

ROMA - Si prepara con i rigatoni al sugo: «Carboidrati, come per i giocatori del Milan prima di una gara», dice il cuoco Michele. Anche il medico personale Zangrillo approva: non molla per un attimo il Cavaliere, di mattina entra ed esce da Palazzo Grazioli, di pomeriggio dalla roulotte che ospita i politici dietro il palco. Il rientro di Berlusconi dopo il malore di Montecatini è monitorato nei minimi dettagli. Una crostata alle mele completa il pranzo dell' ex premier. «Se mi viene un altro colpo in diretta non rianimatemi». Un attimo prima di iniziare il discorso Berlusconi scherza ancora sulla sua salute. È il leit motiv delle ultime ore: scaramanzia, ironia, un pizzico di paura, anche investimento politico. Berlusconi in versione martire della libertà drena più consensi, lui lo sa. E gira e rigira il discorso cade sempre là. Durante l' inno di Mameli arriva la strofa «siam pronti alla morte», lui fa tremare la mano come a dire «quasi, quasi, c' eravamo...». Nella roulotte il leghista Speroni si fa promettere che il prossimo collasso non arrivi alla Camera, «perché se no ti tocca la rianimazione di Luxuria». La battuta è greve, ma i presenti ridono e l' ex premier non si sottrae: «Allora preferisco morire». Sul palco Berlusconi deve vincere l' emozione, i suoi dicono che si è commosso, che tutti si sono commossi: troppa gente per non farlo, dopo la paura di Montecatini il Cavaliere è più che mai il campione delle libertà. Ai loro occhi, ai suoi occhi, anche a quelli dei maggiordomi. È rientrato a Roma venerdì sera, gli hanno chiesto notizie, «come sta dottore?» e lui ancora a scherzare sull' argomento: «Dicono che sono come l' erba gramigna, che non muore mai». Quell' erba non ha buona reputazione, ma la metafora politica ha i suoi vantaggi: «E' spontanea, veloce, impossibile da sradicare, si diffonde dappertutto». Proprio come il Cavaliere sogna il suo elettorato. I numeri della manifestazione li ammira in privato, prima ancora del riscontro oculare: per una notte e una mattina l' ex premier rivede dati, conta pullman, ringrazia gli organizzatori, riceve i registi organizzativi di Forza Italia: «Siamo diventati un vero partito popolare di massa, altro che partito di plastica, altro che sinistra. Ormai la nostra organizzazione è la migliore del Paese: la più spontanea e la più grande». L' ordine di scuderia è non dare addosso a Casini, non approfittare della differenza dei numeri, del successo della manifestazione romana. Ma sul palco, mentre parla Fini, Umberto Bossi non si trattiene, dice peste e corna dell' ex dc che ha preferito il palazzetto dello sport di Palermo a piazza San Giovanni. «Casini si è escluso da solo, ha fatto tutto da solo», è la risposta di Berlusconi. Poco dopo, ai microfoni delle agenzie, il resto di una linea conciliante: «Vedrete che tornerà da noi, come il figliol prodigo e allora ammazzeremo tutti insieme il vitello grasso». Rientra a Palazzo Grazioli all' ora di cena, lo aspetta Fini, alcuni deputati, un centinaio di persone: «Spero che Marini e Rutelli riflettano su questa partecipazione, spero che aprano gli occhi e cambino strada», una delle riflessioni a caldo. Gli riferiscono che Prodi e la moglie, una o due sera fa, passeggiavano da soli in via Condotti, protetti dalla scorta, come due comuni cittadini: «Nessuno si avvicinava a stringere la mano», è il racconto dei deputati che dicono di aver visto. Il Cavaliere: «Anche per questo Marini, Rutelli e D' Alema dovrebbero capire prima che sia troppo tardi; ormai anche la gente che li ha votati si vergogna di stringere loro la mano...».

Galluzzo Marco Corriere della Sera
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