Discussione: Carta Azzurra
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Vecchio 15-08-2019, 01.17.41
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Predefinito la fantastica storia di Max Pezzali

Sto finendo di ascoltare l'intera discografia degli 883 prima e di Max Pezzali poi; ho iniziato con il primo Hanno Ucciso L'Uomo Ragno del 1992 e sto terminando con l'ultimo disco dal vivo, quello con Nek e Renga.
Potrei scrivere di come mi è passata tutta la mia vita davanti ascoltando le sue/loro canzoni e blablabla, ma non voglio farlo. Voglio, invece, raccontare cos'ho pensato indipendentemente dal mio coinvolgimento emotivo.

Gli 883, e per 883 intendo gli album in cui Max Pezzali - accompagnato da Mauro Repetto o da altri musicisti o da solo - si firmava come 883, sono un gruppo unico nel loro genere. Il motivo è principalmente uno: la sincerità. Hanno fatto un patto con l'ascoltatore, dicendo che avrebbero raccontato solo cose vere. Ecco perché nel primo album non c'è traccia di canzoni d'amore (anzi, ci sono un paio di canzoni quasi misogine) e in fondo neanche nel secondo, con l'eccezione di una canzone che racconta una serata di alcol e sesso senza coinvolgimenti (Sei un mito) e di un'altra che racconta la speranza di, chissà, una futura storia (Come mai), ma per il resto l'amore è in secondo piano. Ci sono gli amici, ci sono le serate in giro, e basta. Poi, piano piano, l'amore inizia a fare capolino tra il terzo e il quarto album, pur subordinandolo all'amicizia (O me o quei deficienti lì è emblematica in tal senso). Nel quinto e sesto, invece, Max Pezzali inizia a riflettere, inizia a parlare esplicitamente di crescita, e lui che era un eterno Peter Pan inizia a pensare che forse è arrivato il momento di farlo. Lo fa, lasciandosi la sigla 883 alle spalle.
La sincerità, dicevo: un disco come "1 in +" è sincero in una maniera incredibile. Max Pezzali poteva continuare a fare canzoni spensierate, e invece no, racconta i suoi pensieri più cupi alla soglia dei 33 anni (la mia età adesso, incredibile) mettendo giusto un paio di canzoni leggere per non smentirsi troppo. Ma, appunto, è incredibilmente sincero, così come lo era stato nel disco prima con una canzone incredibilmente adulta come "Almeno una volta". Max Pezzali, insomma, scrive quello che pensa, e quello che prova. Un po' come aveva fatto in passato con le incredibili "canzoni-cronaca": trovatela voi una canzone che racconta "in diretta" quello che succede, un po' come una telecronaca (un esempio è Sei un mito, ovviamente, ma anche O me o quei deficienti lì è perfetta).
Insomma, gli 883 sono intoccabili.

Poi, però, arriva Max Pezzali solista, e lì iniziano i problemi. Non subito, in realtà: il suo primo album solista, Il mondo insieme a te, a livello di suoni è il migliore. Nei testi, però, parla quasi solo d'amore: in effetti si è accasato, quindi perché continuare a raccontare le storie di sempre? Deve cambiare. E qui casca il palco. Finché canta d'amore può ancora essere interessante (anche se le canzoni d'amore, con rare eccezioni, sono un po' più tutte uguali), però dal disco dopo inizia a cambiare tematiche e, così come con gli 883 raccontava "le uscite con gli amici" (per farla breve), adesso gli tocca raccontare il mondo che lo circonda. Racconta così, in maniera banale e decisamente pessima, di viaggi (tutto l'album Time Out è così, e infatti lo odio), di moralizzazioni (A posto domattina è semplicemente agghiacciante, per quanto abbia ragione), di dipendenza dai social network (Sto bene qui, altra canzone agghiacciante), e in generale di una vita da quarantenne normale.
Non ha più avuto il successo dell'epoca, se non con canzoni d'amore (Sei fantastica, L'universo tranne noi) o di "amicizia vent'anni dopo" (Sempre noi, che personalmente adoro). E non l'ha fatto perché, molto semplicemente, non ha molto da dire. Finché raccontava delle uscite con gli amici per me era interessante, ma adesso se racconta di centri commerciali (L'astronave madre, orribile) o altre cose da quarantenni normali, insomma, per me non va più bene.
Ed è un peccato, perché anche negli ultimi album ci sono pezzi bellissimi: penso a "La prima in basso", che racconta gli incidenti della vita con la metafora degli incidenti in moto; o "Un omino incredibile", il pezzo più allegro sulla paternità. E ce ne sono tanti altri, ma quelli banali sono di più, purtroppo.
Magari ritroverà l'ispirazione a tempo pieno o magari no, chissà.

Ultima questione: non mi sono accorto più di tanto del decadimento della voce. Sì, nell'ultimo album dal vivo fa un po' di fatica, e gli ultimi inediti in studio (quelli di Le canzoni alla radio) hanno un uso abbastanza massiccio di effetti, però la situazione non mi sembra così drammatica. Anche qui, vedremo.

(post scritto ascoltando Il Disco di Max Nek Renga)
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And all of my dreams
they may have come true
but so did my nightmares
which I can't get through.
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