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Vecchio 25-07-2016, 20.38.00
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Era dalla Convention Repubbblicana del 1976 a Kansas City, quando Gerald Ford presidente in carica strappò per cento voti la nomination all'amatissimo Ronald Reagan, che gli oppositori del vincitore della Primarie non segnavano tanti voti come a questa Convention di Cleveland 40 annidopo. A quel Congresso ero presente e ricordo bene la passione, la battaglia politica, il tira-e-molla dietro le quinte che trascinarono le votazioni, fino a quando Reagan frenò i suoi cavalli schiumanti e concesse la vittoria di Pirro al rivale, preparando la propria rivincita quattro anni dopo e la conquista della Casa Bianca nel 1980. Ma la similitudine fra il '76 e il '16 finisce in quel dato statistico, perchè fra i Repubblicani di allora e quelli di oggi visti in azione a Cleveland corre un abisso che il Grand Canyon al confronto è un fossetto.

Reagan, pur strapazzato e deriso inizialmente dalla stampa liberal e progressista, raccolse nelle proprie vele il vento di un'America ansiosa, dopo gli anni dell'umiliazione vietnamite, della grande crisi del petrolio, dell'insulto iraniano con gli ostaggi di Teheran, stanca del nobile, onesto, pensoso ma deprimente piagnonismo Carteriano e desiderosa di ottimismo, di fiducia in sè, di speranza. Convinta di essere ancora "la città luminosa sulla collina" che il mondo guardava con ammirazione. Era un vento forte, a tratti prepotente e preoccupante, ma fresco, asciutto, positivo.

Trump è l'opposto di quel Reagan. Le sue vele si stanno gonfiando di rancore, di tempeste proterve e vendicative, di disprezzo, di umori negativi e vili, alimentati non dalla speranza, ma dalla paura. Non dall'ottimismo, ma dal pessimismo di un'America che egli insulta inconsapeolmente dicendole di essere diventata lo zimbello del mondo. La città luminosa si scopre in lui una fortezza buia che vuole alzare il ponte levatoio, che vuol circondarsi di mura, che sogna di isolarsi e di ritrovare, in una solitudine ottocentesca la grandezza perduta. Un presidente che propone di arroccarsi, di chiudersi dietro muraglie di mattoni e di barriere doganali da caselli del dazio, che si preoccupa di rifiutare anzichè di accogliere con intelligente generosità secondo la natura della storia americana è un generale che propone la Grande Ritirata e la fuga dietro coperte di oceani che non proteggono più niente, nell'epoca del terrorismo insieme globale e individuale e della comunicazione istantanea di dati e di uomini. Trump dice di voler vincere, ma, a differenza di Reagan che sognava la Grande Offensiva contro il nemico storico, l'URSS, ammette senza rendersene conto la sconfitta. E' un vecchissimo bambino che vuole tirarsi la coperta sulla testa perchè ha paura di un buio nel quale la sua infantile ignoranza si smarrisce.

Trump può vincere le elezioni scommettendo sulla sconfitta dell'America. Un pensiero che avrebbe fatto inorridire il Ronald Reagan di 40anni or sono.
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l'indifferenza è il più grave peccato mortale...
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