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Vecchio 14-01-2020, 22.16.25
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Predefinito emergency on planet squot

Oggi è il compleanno di Martino, che compie 35 anni. Tra pochi mesi diventerà papà, come mi ha detto l'ultima volta che ci siamo visti. L'ha detto a me e Vero perché siamo andati a fare colazione insieme, una mattina di fine dicembre. L'ha detto a noi ma non l'ha detto agli altri SQUOT, visto che nessuno l'ha più visto dopo il loro matrimonio, ormai due anni e mezzo fa.

È inutile nascondersi dietro un dito: la causa di tutto questo è "lei". Il punto è: è una causa diretta o indiretta?
Mi spiego meglio. Da quando lei è entrata nella sua vita, lui è stato molto meno presente. E va bene, può starci. Poi, però, sono iniziate a subentrare le cose. Lei ha parlato male più o meno di tutti (è incredibile che gli unici con cui non accada sembriamo essere io e Vero), tutti parlano malissimo di lei e di conseguenza non si sono sforzati troppo per vedersi. Adesso, in effetti, è troppo tardi.
E io c'ho provato, per anni: ogni volta che ci troviamo tutti quanti (capita di rado per mille motivi, ovviamente) io provo ad invitarlo, ma lui declina. Nel gruppo WhatsApp declina con una scusa qualsiasi, poi in privato mi dice che non gli va. Non so se insisterò, la prossima volta. Dubito, anzi: il fatto che non abbia comunicato a nessuno la sua futura paternità mi fa pensare che sia finita là.

Mi spiace, perché tra tutti quelli con cui poteva succedere è successo proprio con lui. E mi spiace perché lui, tra tutti, è sempre stato quello con cui ho avuto un rapporto più stretto. Per me c'erano gli SQUOT, e poi c'era Martino. Non potevo dire lo stesso per gli altri: forse con Pippi ho avuto un rapporto extra-SQUOT alla fine degli anni 10 (diciamo dal 2007 al 2010), ma con gli altri c'era "il gruppo" e basta. Negli ultimi anni, quelli di me lontano da Catania, le cose sono state diverse: sono diventato parte di una coppia e quindi mi sono relazionato "tra coppie". Per carità, anche con Martino e moglie, di cui sono stato (orgogliosamente, posso dirlo?) testimone di nozze, ci vediamo. Però lui è diventato un'altra persona, si è spento, non suona più o quasi, è molto focalizzato sul lavoro e poco altro. Gli amici sono gli amici di lei (a parte me e Vero), e per il resto niente.

Mi spiace tanto. Sarò sempre legato a lui, avrò sempre un sacco di musica che ci lega, un sacco di videogiochi, un sacco di ricordi. E un sacco di pagine, anche qui, scritte su di lui. Ce ne saranno altre, spero migliori di questa.
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Vecchio 17-01-2020, 02.19.06
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Predefinito the man in the high castle

Tanti anni fa, le serie TV si chiamavano telefilm. Qual era la differenza? Secondo me nessuna. Forse i telefilm vengono considerati genericamente come formati da puntate autoconclusive, cioè puntate che non sono legate tra loro se non a livello di ambientazione e personaggi, e in cui l'ordine non è fondamentale. Se fosse così, però, allora anche Twin Peaks (1990) non sarebbe un telefilm, e la denominazione di "serie tv" è molto più recente.
Nella mia testa è iniziata con Lost, che per me è "la prima serie tv della storia", forse perché è la prima che è diventata un fenomeno globale nell'epoca in cui internet veloce era ormai sdoganato, e quindi si potevano guardare le puntate in anticipo, coi sottotitoli, come ormai è prassi fare. Forse, non so.
O forse chiamarle "serie tv" è un modo di darsi un tono, come secondo me è un modo di darsi un tono chiamare i fumetti "graphic novel". Non tutti, ok, ma restano comunque fondamentalmente fumetti.

Dawson's Creek è stata la mia prima serie tv, o meglio, il mio primo telefilm, visto che all'epoca si chiamavano così. Le puntate non erano affatto autoconclusive né potevano essere guardate in ordine sparso, e infatti Italia 1 le proponeva rigorosamente in ordine, stagione dopo stagione. Ne furono fatte sei stagioni, io mi fermai alla quarta perché poi le altre due erano ambientate in un altro posto e secondo e "non aveva senso". Il torrente di Dawson era il protagonista, e se si cambiava luogo il torrente non c'era più. La vidi all'epoca dell'uscita (al liceo) e poi qualche anno fa con Grazia, trasmessa su Italia 2 dopo pranzo, il secondo anno della nostra coinquilinitudine. La trovai perfetta per descrivere la mia adolescenza.

Poi arrivò 24, che trovai e trovo una delle cose migliori mai viste. Un telefilm (o già serie tv?) che raccontava 24 ore della vita di un poliziotto dell'antiterrorismo che doveva sventare una minaccia, la cui natura cambiava di stagione in stagione. La storia raccontata durava 24 ore e il telefilm durava 24 ore: per la prima (e unica, credo) volta, il tempo della narrazione e il tempo del racconto coincidevano, con tanto di orologio presente sullo schermo e di split screen per raccontare cosa succedeva nel frattempo. Oltre alla trama principale, infatti, c'erano tantissime sottotrame, in modo che se una di esse stava attraversando una fase "noiosa" (ad esempio: il protagonista deve spostarsi in auto e annuncia che ci impiegherà mezz'ora) vengono sviluppate le altre, contemporaneamente, mentre ogni tanto dei riquadri nello schermo fanno vedere cosa stanno facendo tutti. Geniale nel concetto e nella realizzazione, 24 mi ha accompagnato lungo le sue dieci stagioni, non tutte ispiratissime ma capaci di farmi emozionare. L'ho guardato al liceo, l'ho guardato all'università, l'ho guardato quando sono andato a vivere a Padova. L'ho rivisto una seconda volta con Vero, ed è stato come attraversare in pochi mesi oltre dieci anni di vita: quando lo guardavo io andavano in onda due puntate da un'ora a settimana, e il binge watching non esisteva.
Niente mi emozionerà più di 24.
Anche perché ho capito che le serie tv non fanno per me.

Ho guardato Lost, che ho trovato molto bella ma molto lenta (le stesse cose si sarebbero potute condensare in metà della puntata). Lost, come forse sa chi l'ha vista, soffre però di un problema gigantesco: i creatori hanno "inventato" così tanto durante la serie, rimandando sempre più in là una spiegazione plausibile, che alla fine quella che hanno creato ha scontentato tutti. Lost è un bellissimo viaggio la cui destinazione però è così orrenda da riuscire a rovinare i ricordi del viaggio stesso.

Ho guardato Fringe, suggerita da Martino e Andrea, due persone che si conoscono di vista ma che sono legate a me in una maniera parzialmente sovrapposta di cui ho raccontato qui. L'ho visto perché è basato su una dei miei argomenti fantascientifici preferiti, ovvero gli universi paralleli in cui esistono delle versioni leggermente diversi di noi stessi. Non è stata perfetta, tutt'altro: la prima stagione è costituita da puntate autoconclusive come se fosse un telefilm degli anni '90, la quarta "resetta" tutto in maniera imbarazzante e la quinta sembra un'altra storia. Ma la seconda e la terza, che sviscerano il collegamento tra gli universi in maniera fantastica, sono state tra le cose migliori mai viste. Due stagioni su cinque, però, è un po' pochino.

Ho guardato Breaking Bad, su insistenza di Vero. Bella, molto bella, ma dalla seconda parte in poi. Le prime due stagioni e mezzo sono quanto di più lento e noioso esista, e la cosa è inconcepibile. È un peccato perché poi la serie decolla e, mentre di solito le serie "si perdono per strada", questa cresce in continuazione fino ad un finale spettacolare. Ma le prime due stagioni e mezzo sono state difficilissime da digerire, macchiate di tutti i difetti che contraddistinguono le serie tv: tutto troppo lento, tutto che si poteva raccontare in metà del tempo. Il fatto che una volta dai libri venissero tratti film e adesso vengono tratte serie tv deve fare riflettere.

Ho guardato The End Of The Fucking World, e forse non fa testo perché sono otto puntate da venti minuti e quindi dura poco più di un film. Anzi, è proprio un film fatto a micropuntate.

Ho guardato The Fall, ed è stata in assoluto la cosa peggiore che potessi vedere. Diciotto ore di telefilm che potevano essere condensate (non scherzo) in due o massimo tre. Una lentezza impressionante, una quantità di ripetizioni incredibile (esempio: si assiste ad un lunghissimo interrogatorio, poi la poliziotta esce dalla sala interrogatori e racconta ad un collega, per filo e per segno - di nuovo! - lo stesso interrogatorio) e, in generale, una noia incredibile.

Ho appena finito di guardare The Man In The High Castle, che racconta di un mondo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta da nazisti e giapponesi, che si sono spartiti l'America, e in cui alcuni americani "ribelli" ricevono delle pellicole che vengono "da un altro mondo", il nostro, in cui l'America ha vinto la guerra. Un po' fantastoria e un po' fantascienza, sembrava perfetta. E all'inizio lo era. Poi, però, mi sono accorto che l'evoluzione dei personaggi era completamente caotica. Non è tanto il fatto che non ci siano buoni o cattivi, no: è il fatto che i personaggi prendono vie imprevedibili, e diventano buoni e poi cattivi e poi buoni e poi cattivi, e va bene che non bisogna per forza parteggiare per qualcuno, ma qui sono tutti completamente schizofrenici. E poi, e questo è forse il motivo per cui alla fine è stato un disastro, è stata messa sempre più carne al fuoco, sempre di più, e ieri sera, giunti a due puntate dalla fine, ho pensato che sarebbe stato impossibile chiudere tutto. E infatti non si è chiuso, anzi: è rimasto aperto, ma aperto in una maniera imbarazzante, pur sapendo che la quarta stagione sarebbe stata l'ultima. Incredibile che, in un medium così "lento" e logorroico come la serie tv, siano rimaste mille questioni in sospeso, e nel modo peggiore.

Mi spiace, ma le serie tv non fanno per me. Lo dico da sempre, lo dirò per sempre. Ascolterò musica, leggerò libri, giocherò ai videogiochi, guarderò persino film (attività elencate in ordine decrescente di piacere che mi danno). Ma serie tv, vi prego, basta.

(post scritto ascoltando Rock Dust Light Star dei Jamiroquai)
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Vecchio 17-01-2020, 18.04.36
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Predefinito felicità

Qualche sera fa c'eravamo io e Vero a casa nostra, e stavamo parlando probabilmente di qualche stupidaggini, quando all'improvviso mi è esploso il cuore e le ho detto "ogni tanto provo a guardarci da fuori e ci vedo come una coppia in cui tutto funziona alla perfezione, un po' come quelle che fanno vedere nei film il giorno prima di qualche tragedia".
Non so se arriverà qualche tragedia, di sicuro arriveranno difficoltà, ma adesso, nel momento presente, io non sono solo contento. Sono proprio felice. Il contento, forse, si accontenta; il felice è felice e basta. E io sono felice.

(post scritto ascoltando Cip! di Brunori Sas)
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  #8184  
Vecchio 17-01-2020, 21.51.34
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Predefinito qualcuno si ricorda (oppure spera di essere ricordato)

Nel giro di poche ore sono successe cose, due cose insignificanti ma che mi hanno reso felice perché, a quanto pare, non sono l'unico a ricordare.

La prima: nel gruppo WhatsApp degli SQUOT, il mio amico Limone, ringraziando per gli auguri, ha ricordato di quando a Nizza mi chiese in prestito il mio bagnoschiuma al limone (il suo soprannome non c'entra col frutto) e quando uscì disse "Gabo, è fantastico, mi frizzano ancora le palle". La cosa ci fece morire dal ridere, ed è incredibile che se lo ricordi ancora adesso, a distanza di sedici anni. Cioè, per me sarebbe normale, ma per chiunque altro, credo, no.

La seconda: mia mamma, per farmi capire dove fosse uno studio medico a Catania, mi ha spiegato che è nel quartiere di Cerza, "vicino al negozio di computer dove sei andato a comprarti le casse". Tra tutti i negozi di computer di Catania ha un posto speciale nel mio cuore per vari motivi: innanzitutto è l'unico in cui non ho comprato videogiochi bensì "componenti multimediali" (schede video, lettori dvd, schede audio e altoparlanti); poi è l'unico in periferia, molto più in periferia rispetto a casa dei miei, a differenza degli altri che più o meno erano in centro; e infine, e forse è la cosa più importante, è lì che ho comprato "le casse", ovvero il sistema 5.1 che utilizzo ancora oggi, nella nostra casa di Padova, e da cui ascolto ogni giorno musica e con cui guardiamo i film.
Prima o poi ci torno lì.

E insomma, qualcuno ancora si ricorda qualcosa. È bello sapere di non essere soli.
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Vecchio 18-01-2020, 16.32.37
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Predefinito la parte per il tutto

Ho già scritto di Martino e Andrea, che hanno condiviso le stesse parti di me senza saperlo e senza quasi conoscersi; e ho già scritto del fatto che Andrea dice di aver condiviso con me dischi che io non ho condiviso con lui, o almeno, non nella mia narrazione della vita.
In questi giorni, però, mi sono accorto di una cosa.

Con Andrea ho condiviso quattro artisti che mi ha fatto conoscere lui: Fatboy Slim, Moby, i Planet Funk ed i Morcheeba. Di ognuno di questi artisti abbiamo fatto almeno un "primo ascolto condiviso", e in generale abbiamo condiviso anche altri dischi loro. Non tutti, però.
Ecco, ascoltando i Morcheeba mi sono accorto di una cosa, cioè che nonostante abbiamo condiviso solo alcuni dischi loro, qualsiasi loro canzone mi fa venire lui in mente in maniera violenta, come solo certe condivisioni sanno essere. Abbiamo ascoltato insieme il terzo album, Fragments Of Freedom, che mi ha prestato nel 2001 e con cui me li ha fatti conoscere; abbiamo ascoltato insieme per la prima volta il settimo, l'ottavo e il nono album, e all'indomani del primo ascolto di quest'ultimo siamo andati a vederli in concerto. Ecco, la cosa strana è che qualsiasi canzone dei Morcheeba, quindi anche quelle che non abbiamo mai condiviso o di cui non abbiamo mai parlato, me lo fa venire in mente, come se l'avessimo condivisa.
Non è banale e non succede con gli altri artisti: il primo album di Fatboy Slim, ad esempio, non mi fa venire in mente lui; gli altri sì, ma gli altri li abbiamo ascoltati insieme. Il primo no, però. Con i Morcheeba, invece, accade con qualsiasi disco.

Con Martino abbiamo condiviso principalmente i Jamiroquai e gli Elio E Le Storie Tese, sebbene li ascoltassi entrambi già prima di conoscerlo. Abbiamo condiviso anche l'intero genere della discomusic/funk, ma è un altro discorso. Ecco, per i Jamiroquai vale più o meno lo stesso discorso fatto con i Morcheeba per Andrea. Io e Martino abbiamo condiviso solo una piccola parte della loro discografia: When You Gonna Learn, la prima traccia dell'album di esordio Emergency On Planet Earth, che ci eravamo ripromessi di suonare insieme; Space Cowboy, l'ultima traccia del quasi omonimo e secondo album, che forse è il primo ricordo condiviso (7 agosto 2003); Love Foolosophy, da A Funk Odissey, che abbiamo suonato insieme nell'unica volta in cui abbiamo fatto sala prove assieme; e poi gli interi album Rock Dust Light Star e Automaton, quest'ultimo ascoltato insieme per la prima volta. Per il resto, a parte essere andati insieme ad un concerto quattordici anni fa e quindi avere certamente condiviso i pezzi più celebri (e non solo: ho un ricordo nettissimo di Black Capricorn Day, pezzo "minore" di Synkronized), non abbiamo mai ascoltato la loro musica insieme. Eppure, ogni volta che ascolto una canzone, una qualsiasi, dei Jamiroquai, mi viene in mente lui. Come se le avessimo condivise tutte, ma non è successo. O forse l'abbiamo fatto, inconsciamente.

L'ho fatto con Andrea per i Morcheeba, l'ho fatto con Martino per i Jamiroquai. Ho condiviso una parte per il tutto. Chissà se vale anche per loro.
Chissà se si emozionano come mi emoziono io.
Ok, è una domanda retorica. In questo caso, posso dirlo, la risposta è sì.

(post scritto ascoltando Destroyed: Live di Moby)
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Vecchio 19-01-2020, 14.07.57
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Predefinito hear read play repeat

Venerdì sera, dopo la consueta giocata a un gioco da tavolo con gli amici nerd (ci autodefiniamo noi così, quindi forse non lo siamo davvero, perché nessun vero nerd si auto-darebbe del nerd), ci siamo fermati a parlare un po'. Abbiamo parlato del fatto che ormai abbiamo un "parco giochi" piuttosto grande (almeno una trentina di titoli) e che non abbiamo giocato a nessuno di essi più di tot volte. Per dire, quello a cui avremo giocato di più sarà stato giocato una decina di volte. Ci sono giochi che hanno avuto più "fortuna", giochi che sono rimasti più ai margini, ma insomma, tutti oscillano tra le cinque e le dieci partite. E così si cercava di fissare un limite oltre il quale il gioco si potesse ritenere "usato abbastanza" e procedere con gli altri, o con l'acquisto di qualcosa di nuovo.
Nota a margine: sono tutti giochi "mono-partita", nel senso che non c'è un filo conduttore tra una partita e la successiva. Giocare due volte allo stesso gioco, quindi, è come fare due partite diverse a calcio: nonostante siano tra le stesse squadre, lo svolgimento sarà tendenzialmente diverso, e il risultato finale pure. Trasferendo la cosa nel campo dei videogiochi, per dire, è come fare due volte una partita a un gioco di calcio o a un qualsiasi altro gioco in cui ogni partita inizia in maniera uguale alla precedente ma ha uno svolgimento diverso perché gli esseri umani che la giocano fanno cose diverse. E inoltre, finita la serata, la partita è finita, e l'indomani ci si potrebbe rigiocare da zero.

Si parlava di questo e si parlava anche del fatto che per i giochi invece "narrativi", cioè quelli in cui ci sono delle missioni da compiere in un certo ordine, e in cui ogni missione è legata alla successiva, e che quindi sono più simili a "film" anziché ad episodi conclusivi di telefilm, ecco, per questi c'è una rigiocabilità molto più bassa. "Non vorrete rifare tutte le missioni di Andor dalla prima all'ultima, vero?" è stata una domanda.
E qui è venuto fuori il tema della rigiocabilità.

L'ho introdotto io, dicendo che Vero, qualche sera prima, mi aveva appunto chiesto cosa ci trovassi di bello a rigiocare all'ennesima volta (quarta, ho puntualizzato) a un videogioco (Brutal Legend, ho spiegato). Così ho tirato fuori la mia citazione preferita sull'argomento, quella di Peter Cameron nella postfazione di Stoner di John Williams, raccontando che appunto, alcuni videogiochi raccontano storie e le ambientano in spazi, e non c'è niente di più bello che tornare in quegli spazi. "A scapito dell'andare in spazi nuovi?" mi hanno chiesto.
Così, il discorso ha iniziato a vertere anche su altro. Meglio rigiocare a un videogioco già giocato o giocarne uno nuovo? Meglio rileggere un libro già letto o leggerne uno nuovo? Su questo ho spiegato che io adoro leggere i libri che mi piacciono, mentre nessuno dei miei compagni di giochi sembra provare lo stesso piacere, preferendo leggerne sempre di nuovi. L'argomentazione era questa: "già leggo pochissimi libri, se poi ne dovessi rileggere di già letti ne leggerei, nuovi, ancora meno". E forse è vero, nel senso che io l'anno scorso mi sono permesso di rileggere parecchi libri proprio perché in tutto l'anno ne ho letti 67. Allo stesso modo, in ogni caso, ogni anno cerco di giocare almeno a un videogioco "nuovo" (magari è uscito anche dieci o venti anni prima, ma per me è nuovo) e almeno uno a cui ho già giocato. Per i film è già diverso: mi piace meno guardarli rispetto a fare altro, quindi è raro che io riveda qualche film, se non i "superclassici" della mia vita.

Ma tutto questo discorso, alla fine, riguarda la storia del gelato al limone di cui parlai con Ivan, il forumista, nella gelateria che lui era solito frequentare e che anch'io ho sempre frequentato con gli SQUOT. Eravamo lì, presi un gelato al limone e lui mi disse "ma tu prendi sempre gelati al limone? Per me sarebbe uno spreco se ogni volta non provassi un gusto diverso". Gli risposi "per me sarebbe uno spreco se ogni volta non prendessi un gelato al limone". Sono due filosofie di vita opposte, me ne rendo conto. A me piacciono le novità, ne provo raramente ma in generale mi piacciono, ma c'è tanto passato (anche mio) che aspetta solo di essere riscoperto, rigiocato, riletto, riascoltato, e come certi dischi sono una macchina del tempo, a volte lo sono anche i libri, ma in modo diverso, perché i libri hanno "una storia" al loro interno e rileggerli riporta indietro, più che al momento in cui sono stati letti la prima volta, al contesto interno del libro, alla storia inventata. E poi ci sono i videogiochi, perfetta sintesi tra il libro e il disco, perché rigiocare a un videogioco riporta alla storia (interna) del videogioco e anche, qualora quel videogioco sia stato condiviso con qualcuno (i videogiochi si condividono senza problemi), anche al momento della condivisione.

È un discorso molto complicato, forse, ma è anche molto personale, e riflette il proprio modo di vivere.

PS nell'ultimo periodo (mesi? Anni?) sto cercando di dare a ogni post un titolo che abbia a che fare con la musica e che citi direttamente o sotto forma di storpiatura il testo o il titolo di una canzone o di un album o il nome di un gruppo o qualsiasi altra cosa di musicale. Per il titolo di questo post mi stringo le mani da solo.

(post scritto ascoltando Confusion Is Sex B-sides dei Sonic Youth)
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Predefinito three two one fire

Ciao Claudio,
volevo solo avvisarti (come se questo post potesse arrivarti in qualche formato) che un'ora fa ho appena attivato la nostra macchina del tempo. Non l'ho fatto "apposta", nel senso, non l'ho attivata per te; l'ho fatto perché quest'attivazione fa parte di un ciclo iniziato un paio di anni fa. Nel nostro caso la macchina del tempo è doppia: è un videogioco, ma è anche un videogioco la cui colonna sonora mi ha accompagnato per sempre, ben oltre il nostro rapporto, anche se me l'ha sempre inevitabilmente ricordato.
Oggi ho iniziato a giocarci, con lo scopo di finirlo. Nel frattempo, chissà, proverò a ricordarmi di noi. Anzi, sono certo che succederà. Involontariamente, ma succederà.
Ti dirò.

(post scritto ascoltando Fireblade Skies degli Spirea X)
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Predefinito maledetti benedettini

Sabato sera parte della puntata de "Le meraviglie" di Alberto Angela è stata dedicata a Catania. Non a tutta la città, in realtà: principalmente al monastero dei Benedettini, e poi in misura inferiore Palazzo Biscari e anche il Teatro Massimo Bellini. Ma, appunto, soprattutto ai Benedettini.

Sono stato un sacco di volte là: il mio liceo era a cento metri dal monastero, la mia università a un chilometro circa, e ci sono stati vari SQUOT che lo frequentavano per l'università. Ed Erika.
Ecco, tra tutti i ricordi a cui potrei aver legato quel posto ce n'è uno che li sovrasta tutti, e li sovrasta così tanto che quando l'altra sera ho visto per la prima volta le immagini del monastero non ho pensato a nessun'altra delle cose che sono successe lì, neanche alle lauree dei miei amici. Perché il momento più "forte" di tutti è stato il primo appuntamento serale con Erika, che è una di quelle cose che se le raccontassi mi direbbero "embè? Di cose come queste ne capitano tantissime nella vita di una persona", però per qualche motivo io ho totalmente idealizzato quella serata, forse perché avevo idealizzato la persona, o forse perché avevo idealizzato quello che sarebbe potuto succedere dopo e che poi, alla lunga, non è successo.

Certo che rivedere la mia città in televisione a mille e più chilometri di distanza mi ha fatto un certo effetto.
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  #8189  
Vecchio 22-01-2020, 22.07.09
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Predefinito i know that you know

C'è una canzone estremamente "minore" degli 883 (è minore perché non è mai uscita come singolo, ed è doppiamente minore perché è contenuta nel loro ultimo album di inediti, 1 In +, che è forse quello i cui pezzi minori hanno avuto meno successo), una delle tre in cui Saturnino suona il basso (e l'unica in cui non è così "rilevante", perché sia in O Me O Quei Deficienti Lì che in La Regola Dell'Amico è fondamentale), che si chiama So Che Tu Sai. Non è effettivamente uno dei loro migliori pezzi, me ne rendo conto: è una canzone d'amore strampalata, in cui Max Pezzali fa delle "dediche" sempre più esagerate alla sua compagna, partendo da romanticherie più o meno normali e finendo col dire delle papalate gigantesche. Ecco, una di queste è la seguente:

Potrei puntare sulla maturità
Sul desiderio di paternità
Se somiglieranno a te
Chissà che bei bambini


Beh, ieri sera è successa una cosa.
Ieri sera Veronica mi ha detto che stava riflettendo sull'avere figli (prima o poi ci proveremo, quantomeno) e ha pensato che non è così convinta come prima che "la figlia femmina" sia il suo desiderio principale. Le ho chiesto come mai, e mi ha detto quello che segue: "ho pensato che se fosse un figlio maschio potrebbe assomigliare a te, e sai che bello che sarebbe?".
Ovviamente non stava parlando di bellezza esteriore, no; lei è perfettamente consapevole della mia non-bellezza, e non se ne fa un cruccio. Ma parlava di me in quanto persona, del fatto che io dico sempre che se avrò un figlio maschio lo sottoporrò agli stessi input a cui sono stato sottoposto io, e non perché voglio che cresca uguale a me ma perché voglio che gli capitino alcune delle cose che sono accadute a me, quelle che mi hanno formato e forgiato, quelle che mi hanno reso "me". Magari non gli piaceranno, e allora di certo non insisterò, o magari gli piaceranno ma non lo plasmeranno, oppure diventeranno parte di lui, chi lo sa. Ma non voglio non provarci. E, per inciso, credo che lo farò anche se l'eventuale figlia sarà femmina.
In ogni caso, Veronica mi ha detto questa cosa, e quando poi me l'ha spiegata un po' (dicendomi, in sintesi, che le piaccio tanto e che le piacerebbe se nostro figlio fosse "come me", qualunque cosa significhi) io mi sono messo a piangere. Sono state giusto due lacrime, una commozione tranquilla, ma mi ha fatto pensare a quanto io sia fortunato ad avere una persona al mio fianco che ha questa considerazione di me.
Che poi è la stessa che ho io per lei, e lei lo sa.
So che lo sa.
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Vecchio 24-01-2020, 20.35.54
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Predefinito un'altra lè

Qualcuno è diventata mamma.
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Vecchio 27-01-2020, 19.49.14
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Predefinito sì, questo è nu jazz, perché altrimenti come si chiama?

Ci sono dei generi musicali che sono "figli del loro tempo", che durano qualche anno e poi si esauriscono; magari chi li faceva continua a farli dopo che passano di moda, d'accordo, ma vengono visti un po' come dinosauri. Ad esempio, il progressive è stato celebre nella prima metà degli anni '70, e poi c'è chi ha continuato a farlo (e s'è preso del "dinosauro") e chi ha cambiato genere (i Genesis, maledetti traditori).
Negli ultimi giorni ho ascoltato i (pochi) dischi che possiedo di nu jazz. Nu jazz, chissà perché non "new jazz", ma del resto la storia la fanno i vincitori, e ha vinto la parola "nu". In poche parole, l'unione tra jazz ed elettronica. È andato di moda (per modo di dire: è andato di moda negli ambienti underground, di certo non in radio) nei primi anni 20: forse tutti ricordano i Gabin con quel capolavoro di Doo Uap, Doo Uap, Doo Uap. Ecco, è esattamente quello: jazz con una spruzzata di elettronica, o elettronica con una spruzzata di jazz. Insomma, quella roba là.
Ho ascoltato il primo album dei Gabin, quello del 2002, quello eponimo, quello che contiene quel pezzo e anche tanti altri memorabilissimi. E poi ho ascoltato i cinque volumi (sì, mi manca quello natalizio) di Verve Remixed, ovvero una compilation pubblicata dalla storica etichetta Verve che comprende pezzi celebri già pubblicati decine di anni fa ma in versione remixata da artisti "moderni". È un po' diverso dal nu jazz "puro" perché qui i pezzi non vengono scritti apposta per essere arrangiati in chiave elettronica ma sono "recuperati", spesso con il materiale di partenza di qualità bassissima. Ma è anche questo il bello: il primo volume di Verve Remixed continua ad essere un disco meraviglioso, a diciott'anni dall'uscita.

Poi il nu jazz è finito. È finito "pubblicamente", magari qualcuno degli artisti continua a farlo, ma senza quel successo; i Gabin, ad esempio, si sono sciolti un paio di anni fa dopo non essere mai riusciti a replicare il successo del loro primo album. Il nu jazz è finito per il motivo per cui i generi "finiscono": forse perché smettono di essere di moda, forse perché esauriscono la loro carica propulsiva. Forse, chissà.
Ma è meraviglioso, anche vent'anni dopo.
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Vecchio 27-01-2020, 22.03.15
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Predefinito cause and effect

L'ho sempre detto: le vite (la mia, quelle di chi sta leggendo questo post e quelle di chi non lo leggerà mai) sono un intreccio di rapporti di causa ed effetto. Il fatto che però non ci sia solo una causa ed un effetto ma miliardi di miliardi (ognuno per ogni scelta che ogni persona fa nella sua vita) rende l'insieme di rapporti paragonabile al "caso".
Qualche giorno fa è occorso il decennale di un mio vecchio post che non ho quotato semplicemente perché non ho cambiato di una virgola il mio pensiero rispetto ad allora. Poi, ieri, leggendo un libro che racconta in maniera dettagliatissima la carriera di Elio E Le Storie Tese, sono stati citati alcuni eventi che mi hanno fatto pensare che se non fossero successi (e se io non vi avessi assistito) forse non li avrei mai conosciuti.
Forse, sia chiaro, perché anche i Manic Street Preachers ho iniziato ad ascoltarli per una serie di coincidenze, e se non fossero capitati sicuramente non li avrei mai sentiti neanche nominare: oggettivamente non sono un gruppo famosissimo, non oggi almeno, e il loro nome mi sarebbe passato sotto gli occhi consultando i siti di musica e basta. E invece sono diventati il mio gruppo preferito.

Anche con Elio E Le Storie tese è andata così, e sono successe tre cose.
La prima: quando esistevano ancora i videoregistratori, io e la mia famiglia avevamo l'abitudine di registrare "l'ultima puntata" delle trasmissioni che seguivamo. Chissà perché, poi; forse pensavamo che sarebbe stata più spettacolare, più divertente, più "riassuntiva" di tutto quello che era successo nel corso dell'anno. In ogni caso abbiamo avuto videocassette di "ultime puntate" registrate dalla televisione e riviste svariate volte. Una di queste era l'ultima puntata di "Mai dire gol del lunedì" del 1998, andata in onda a maggio su Italia 1. Quella sera, oltre ai soliti personaggi, intervennero due tizi: uno aveva due sopracciglia foltissime e cantava, l'altro aveva un paio di baffetti e suonava la tastiera. Si presentarono come "i Nuovi Alphaville" (non avevo idea di chi fossero) e cantarono una canzone scritta da loro, "Ti amo campionato", che sbeffeggiava la Juventus citando tutti i (veri o presunti) brogli arbitrali del campionato appena concluso. Adorai quella canzone, ne fui letteralmente ossessionato nonostante non avessi idea di chi fossero quei due.
La seconda: a dicembre dello stesso anno, il 1998, rimasi per qualche giorno a letto con la febbre, e per rifuggire la noia iniziai ad ascoltare la radio, per la precisione Radio Deejay. Il giovedì sera, sul tardi, beccai una trasmissione in cui c'erano dei comici (o almeno, ero convinto che fossero comici) che facevano morire dal ridere. Si chiamavano Elio E Le Storie Tese, dicevano, e quel nome non mi era nuovo: mi ricordavo che avevano partecipato a Sanremo qualche anno prima, ma non ne sapevo nulla di più.
La terza: su Topolino (!) uscì un trafiletto - non una pubblicità pagata dal gruppo, attenzione, ma una "libera recensione" di qualche redattore - che parlava di "Perle ai porci", il cofanetto di Elio E Le Storie Tese appena uscito, che racchiudeva tutti i loro dischi e tutti i loro pezzi, cito l'articolo, "da Cara Ti Amo a Ti Amo Campionato".
Alt. Ti Amo Campionato. Quelli che cantavano quella canzone erano gli stessi che conducevano Cordialmente e mi facevano morire dal ridere. Chiesi a mia zia in regalo quel cofanetto (100.000 lire, mica briciole). E lo feci, ripensandoci col senno di poi, col rischio che potesse non piacermi e che quindi fossero soldi buttati per un capriccio.
In effetti all'inizio ebbi parecchie difficoltà: avevo dodici anni e non riuscivo a capire molti giochi di parole, molte parolacce, molte tematiche, e soprattutto la complessità musicale che stava dietro tutto questo. Ancora oggi ci sono alcune canzoni che mi ricordano "i miei dodici anni", e altre che invece sono sicuro di aver ascoltato negli anni seguenti, perché allora non le capivo. Piano piano, pezzo dopo pezzo, riuscii a capire tutto. Nel frattempo uscì il nuovo album, Craccracriccrecr, presentato in anteprima sempre a Cordialmente, di cui ormai ero diventato affezionato ascoltatore. E poi, piano piano, tutto questo entrò a far parte di me. Chissà se sarebbe successo lo stesso se fossi "inciampato" per caso nelle loro canzoni.

Ma è andata così, e sono parte di me.
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Vecchio 27-01-2020, 22.07.20
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Predefinito però questa frase del vecchio post la riporto perché ne vale la pena

Per quanto si possa stare bene (o male) insieme (o da soli), vivere qui (o lì), conoscersi (o non conoscersi), creare cose importanti (o distruggerle), il momento iniziale di un qualcosa, il Big Bang, l'esplosione immensa di energia che genera le amicizie, le infatuazioni e gli amori, insomma, questo momento, è generato soltanto dal caso. Il resto poi sta a noi, altrimenti saremmo burattini nelle mani del caso. Non siamo burattini. Ma non ci è concesso di decidere come, quando e con chi fare scoppiare il big bang.
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Vecchio 03-02-2020, 21.48.16
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Predefinito credi nell'amicizia vera non ne dubitare/specie nel giorno in cui qualcuno la tradirà

Sedici anni fa uscì il primo album solista di Max Pezzali, senza gli 883, sebbene negli ultimi anni lui "fosse" gli 883. Nella bellissima copertina c'era il disegno di lui su una moto, con una donna abbracciata alle spalle, e un bivio: dritto Max Pezzali, a destra 883. Andrà dritto.
Il punto era: come differenziare la sua produzione da quella precedente? Il disco era comunque pieno di canzoni d'amore (più del solito, se devo dirlo) e la novità non fu l'introspezione adulta di Me La Caverò, per fare un esempio. No, la novità vera fu il primo pezzo, Fai Come Ti Pare, certamente non il migliore della sua discografia ma emblematico della svolta da "fratello maggiore". In questa canzone, infatti, Max dà dei consigli a chi è più giovane di lui (lo farà, due album dopo e più esplicitamente, in Credi, che anche in quel caso apre il disco). Ci sono tantissime massime in questa canzone, molte delle quali fanno parte di me: l'incipit, per esempio, e poi quella che dà il titolo a questo post.

Jovanotti, in uno dei suoi testi più ispirati, rappa che l'amore, come in gelateria, ha mille gusti e mille differenti qualità, e non c'entra niente con quello che ti avevano raccontato qua e là. È vero fino a un certo punto: alla fine ci sono dei capisaldi che l'amore deve avere per essere qualificato come tale, anche se qualcuno potrebbe tirare in ballo coppie aperte e altre - scusate il termine - amenità.
L'amicizia, invece, può essere molto più differenziata, forse proprio perché non è un rapporto esclusivo. Io ho rapporti di amicizia diversi con persone diverse, ne ho avuti molti in passato e non ne dubiterò mai, neanche quando qualcuno la tradirà. Qualcuno l'ha già tradita, in passato, oppure se n'è tirato fuori; e qualcuno potrebbe tradirla in futuro, o comunque non comportarsi degnamente. In questi giorni ne ho sentite tante, di storie. Bisogna essere bravi e tenere duro, perché comunque nessuno sarà mai un bravo amico quanto lo sono (stato) io. Questo lo so, e non dev'essere un problema.

E comunque, fate come vi pare.
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Vecchio 06-02-2020, 22.11.50
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Predefinito the rise and fall of Mark Kozelek

Ci sono mille modi per raccontare una storia, ma principalmente ce ne sono due: raccontare gli eventi così come sono andati e raccontare gli eventi così come il narratore ne è venuto a conoscenza.
Il narratore di questa storia sono io, e ne sono venuto a conoscenza come segue.

Era il 2014 ed ero in bici con Ciccio, l'unico SQUOT con cui abbia raggiunto un traguardo ciclistico di un certo livello (per la precisione, la salita al Sapienza da Nicolosi e quella al Citelli da Zafferana; anche con Loris sono andato al Sapienza, ma partendo da casa sua, che è più o meno a metà strada, e quindi non fa testo) e anche l'ultimo SQUOT con cui abbia parlato di musica "contemporanea" (con Marti ho parlato sempre di musica ma della "nostra", quindi gli Elii, i Jamiroquai, la discomusic e il funk e in generale quella che abbiamo ascoltato insieme; con Pippi, invece, i rapporti si erano già molto raffreddati). Ciccio mi raccontò di un disco che stava ascoltando in quel periodo e che gli era piaciuto molto. Si trattava di Benji dei Sun Kil Moon, "che sembra il nome di un gruppo ma in realtà è un tizio che lo usa come pseudonimo, e racconta accompagnato dalla sua chitarra acustica storie molto personali - le sue prime storie di sesso, la morte di alcuni parenti, eccetera - ma lo fa in maniera molto coinvolgente". Fu Ciccio stesso a dipingermelo così, e mi incuriosì così tanto che finii con l'ascoltare Benji, che mi piacque pure. Non riuscì a concorrere al "premio disco dell'anno 2014" perché già quell'anno c'erano troppi candidati seri (American Interior di Gruff Rhys, che lo vinse; Futurology dei Manic Street Preachers, che lo perse ai punti in occasione di una votazione nel tardo pomeriggio del 31 dicembre; e, fuori dalla finalissima ma comunque splendidi c'erano anche Una Nave In Una Foresta dei Subsonica ed Everyday Robots di Damon Albarn), ma mi piacque lo stesso.
A fine 2014 uscì una raccolta di canzoni di Natale cantate e suonate da Mark Kozelek, che dei Sun Kil Moon era ed è cantautore e musicista principale (e talvolta unico). Erano suonate sullo stile di Benji, quindi terribilmente malinconiche e tetre. Mi piacque, così iniziai a prendere anche i dischi precedenti. Non era obbligato: per dire, dei Decemberists ascoltai e mi innamorai follemente di The Hazards Of Love ma non mi venne mai in mente di ascoltare quello che avevano fatto fino ad allora, né poi mi sarebbe venuto in mente di ascoltare quello che fecero dopo, chissà perché. Con Mark Kozelek, invece, lo feci. I sei dischi della sua prima band, i Red House Painters; i sei dischi della sua seconda band, i Sun Kil Moon, Benji incluso; i vari dischi pubblicati a suo nome o in collaborazione con altri artisti. Erano tutti parte di un percorso che passava da un rock lento (cosiddetto sadcore) a un folk acustico voce e chitarra, a qualche intervento leggero di batteria. Fino a Benji, appunto.

Qui le due storie convergono. La storia di come sono andati i fatti fino ad allora inizia a coincidere con quella di come ne sono venuto a conoscenza. Da quel momento ho iniziato a seguire "in diretta" la carriera di Mark Kozelek e dei suoi Sun Kil Moon.
Benji ebbe un successo clamoroso, non tanto di pubblico quanto di critica, vincendo diversi "premi disco dell'anno" di svariate riviste internazionali. Le storie raccontate da Mark Kozelek, per quanto personali, erano molto interessanti, e il tono acustico finto-scazzato calzava alla perfezione.
Quello fu l'inizio della fine.

Nel 2015 i Sun Kil Moon pubblicarono un nuovo album, Universal Themes. La formula era sempre la stessa: voce, chitarra e batteria (suonava Steve Shelley dei Sonic Youth, come nel precedente Benji e come in altri dischi dopo di quello). Il punto è che Mark Kozelek, più che cantare, iniziava ad avere un tono da "parlato ritmico", un po' come La Linea D'Ombra di Jovanotti; non rap, appunto, ma parole a ritmo. Le canzoni iniziavano a diventare lunghe, sfiorando i dieci minuti, e i temi narrati erano tutt'altro che universali; anzi, iniziavano a diventare così personali da essere terribilmente noiosi, un po' come l'esalogia di Knausgard. Si iniziava ad avere l'impressione di stare leggendo il suo diario, ma non un diario degno di nota, anzi: aneddoti sciocchi, ricordi, ma tutto molto "freddo".
Da quel momento in poi tutti gli album pubblicati, con l'eccezione di "Mark Kozelek Sings Favorites" (disco di cover voce e pianoforte, molto bello) continuarono lungo questa china discendente. Aveva deciso di prendere gli elementi che avevano caratterizzato Benji e stirarli al limite: non si può più parlare di canzoni, sono flussi di coscienza parlati su una base musicale ripetuta all'infinito. Il tutto è di una noia incredibile, e soprattutto sempre più ridondante: vista la semplicità della formula (leggi il tuo diario di fronte ad un microfono mentre dei musicisti suonano un sottofondo sempre uguale), perché non pubblicare anche due, tre o addirittura quattro album l'anno?
Ora, so che quello che ho scritto non rende l'idea. Bisognerebbe ascoltare un album, o anche solo un brano, di quelli pubblicati post-Benji. Le mie parole non rendono giustizia (o meglio, ingiustizia) alla noia e al fastidio dovuto all'ascolto di questa musica.

In tutto questo, però, ci sono i miei "riti". Quindi, se esce un disco di un artista che seguo, ascolto tutti i suoi dischi nei giorni precedenti, uno al giorno, in modo che l'ultimo disco venga ascoltato il giorno prima dell'uscita del nuovo. Lo faccio con tutti, da sempre o quasi, e lo faccio anche con i Sun Kil Moon, e così ogni anno mi tocca ascoltare tutta la discografia (anche più volte, se esce più di un album). All'inizio carina, poi sempre più entusiasmante, poi arriva Benji che è bellissimo e poi è un disastro. Sono "costretto" ad ascoltare anche i dischi dopo, uno al giorno, annoiandomi tantissimo, finché non esce il disco nuovo, che è ogni volta peggio del precedente (anche se sembra impossibile).

Domani uscirà un nuovo album, e in queste ultime settimane ho fatto ancora il "conto alla rovescia". Stavolta, però, mi sono annoiato così tanto ascoltando gli ultimi dischi (l'ultimo stamattina) che ho pensato: ma chi me lo fa fare?
Non è una domanda banale, anzi, era una domanda che non mi ero mai posto: se sei uno dei "miei" artisti, ti seguirò anche se cambiano i miei gusti, perché non si sa mai, magari qualcosa che può piacermi la trovo ancora. Solo che stavolta non sono i miei gusti ad essere cambiati, no: stavolta è Mark Kozelek ad essere impazzito, a pubblicare dischi lunghissimi con canzoni lunghissime e noiosissime, mentre la stampa musicale gli ha giustamente voltato le spalle e ormai non lo recensisce neanche più o quasi. E allora, se loro hanno smesso, perché devo continuare io? Perché devo perdere tempo ad ascoltare i dischi successivi a Benji?
La mia risposta è: forse non devo. E così domani ascolterò il disco, ma lo ascolterò una volta sola. Se sarà sulla falsariga dei precedenti (cosa di cui sono certo), smetterò di ascoltarlo, e smetterò di ascoltare i precedenti. Terrò tutta la produzione fino a Benji, più il disco delle canzoni di Natale, più il disco delle cover. Il resto sparirà, perché davvero, ormai, non ha più senso.
Vedremo domani.
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Vecchio 09-02-2020, 04.55.57
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Predefinito alle porte del sogno

Oggi, per la prima volta nel 2020, ho preso la bici da corsa ho fatto un giro, per nulla lungo per motivi contingenti, ma comunque un giro. Ho ascoltato il bellissimo terzo album di Charlotte Hatherley, quello dei colori, ed ero felice.
Poi, dopo il pranzo, il messaggio del dopo pranzo e due ore di autostrada ascoltando le canzoni di Sanremo, mi è venuta in mente quella splendida frase di Irene Grandi:
Ti ringrazio per avermi spezzato il cuore.
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Vecchio 11-02-2020, 03.19.24
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Predefinito 10 febbraio 1992

Ho sempre saputo, almeno da quando li conosco, che nel 1992 fossero usciti gli album di esordio di 883 e Manic Street Preachers, ovvero la mia band preferita da che ho memoria al 2003 e la mia band preferita dal 2006 a oggi (in mezzo c'è Jovanotti, ma è "durato" un quadriennio, appunto). L'ho sempre saputo e l'ho trovato molto simbolico, anche perché nel 1992 ho piazzato i miei primi ricordi in campagna, posto legato ad entrambi i gruppi (infinitamente di più al primo rispetto al secondo, ovviamente). Hanno Ucciso L'uomo Ragno c'ho messo parecchio ad apprezzarlo, mentre con Generation Terrorists non ci sono mai riuscito fino in fondo, ma non importa: niente di quello che venne dopo ci sarebbe stato se non ci fossero stati quei due album.
Oggi ho scoperto una coincidenza incredibile: sono usciti esattamente lo stesso giorno, il 10 febbraio 1992. Non penso che esistano molte band (o artisti musicali in generale) che condividano il giorno di uscita dell'album di esordio, e penso ancora di meno che, qualora esistano possano essere ed essere state la band preferita di una persona. In questo caso, però, sì. Io. Ventotto anni fa.
Grazie ad entrambi, sempre.
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Vecchio 12-02-2020, 01.51.52
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Predefinito contro se stesso

Nell'ultima canzone del suo ultimo album di inediti, Morgan canta faccio di tutto per impedire il mio successo stesso/perché son contro me stesso.

Qualche giorno fa ho scritto di Mark Kozelek e dei suoi forse involontari ma certamente efficaci tentativi di distruggere la sua carriera di cantante, con dischi sempre più inascoltabili. Bene, c'è chi sta facendo peggio di lui, e se ne scrivo ora non è solo perché è successo il fattaccio di Sanremo, eccetera; è che il fattaccio di Sanremo mi ha spinto ad interrogarmi sul mio rapporto con Morgan, con la sua musica e con la sua persona.

Morgan è nato artisticamente con i Bluvertigo, di cui era cantante, autore principale, bassista e tastierista. Pubblicarono tre album di successo negli anni '90, andando anche a Sanremo con una splendida performance. Proponevano un ibrido tra il glam rock degli anni '80 e l'elettronica, e sebbene li abbia scoperti piuttosto tardi, e non li abbia mai davvero apprezzati, capisco perché in molti invece lo facevano.
Dopo i Bluvertigo, Morgan pubblicò il suo primo album solista, Canzoni Dell'Appartamento, considerato un grandissimo disco di musica pop "da camera". Altrove, per dire, è considerata da molti come uno dei picchi del cantautorato italiano, e intendo quelli ai livelli di Tenco ed Endrigo, non di Rossi o Ligabue. Io, comunque, conobbi Morgan solo dopo, con la pubblicazione della cover integrale di Non Al Denaro Non All'Amore Né Al Cielo di De Andrè; non conoscevo il disco originale né l'avrei ascoltato più di una volta dopo, perché non mi è mai piaciuta la voce di De Andrè e ho trovato approssimativi gli arrangiamenti. Morgan, appunto, aveva lavorato soprattutto su di essi, trascrivendoli e poi modificandoli con una cura maniacale, in fondo la stessa dimostrata in Canzoni Dell'Appartamento, e con un'interpretazione vocale incredibile. Il disco è meraviglioso, ma ancora più meraviglioso è quello che uscì due anni dopo, nel 2007: Da A Ad A, quello che contiene Amore Assurdo (da me considerata per anni la più bella canzone d'amore mai scritta. Da A Ad A mi piacque così tanto da farmi addirittura istituire un premio, il "premio disco dell'anno", che mi accompagna ormai da tredici anni. Anche se retroattivamente lo riassegnerei all'album d'esordio dei The Good, The Bad And The Queen, che mi è rimasto più "dentro", non posso negare che Da A Ad A sia un grandissimo album. Un disco che mescola alla perfezione il rock e la musica sinfonica, con i due livelli che si mescolano e si sovrastano a vicenda, e ancora una volta con una cura degli arrangiamenti maniacale. Il finale, poi, è epico: un pezzo di dieci minuti, "Contro Me stesso", che finisce con una specie di jam session incredibile.

Qui finisce la storia del Morgan cantautore, ed iniziano altre storie. La storia del Morgan personaggio televisivo, ad esempio: giudice per parecchi anni di fila ad X Factor, dove si è rifatto una carriera come appassionato (ed esperto) di musica, pur con qualche intemperanza. Le intemperanze, appunto: andarsene sbattendo la porta è una delle cose che ha caratterizzato la sua partecipazione a X Factor (ma solo dopo parecchi anni), ad Amici (soltanto dopo quattro puntate), e insomma, dappertutto.
Al Morgan personaggio televisivo, comunque, si accompagna il Morgan "maledetto", a cui accadono alcune cose. La prima, forse la più palese, è che perde la voce. Capitò alla vigilia di un suo concerto a Catania, il suo primo (e immagino ultimo) concerto per me, durante il quale suonò più che cantare, perché di voce davvero non ne aveva. Non che avesse una voce particolarmente potente, anzi: ma nel suo essere flebile era molto espressiva. Adesso, invece, l'aveva persa. Era il 2010, circa. La seconda maledizione è quella di Sanremo: dopo la spettacolare esibizione con i Bluvertigo ("L'Assenzio", meraviglia) in piena fase di "musica italiana alternativa che prova a diventare mainstream" (e ci riesce, vedi i Subsonica che nello stesso periodo vanno anche loro a Sanremo), Morgan sarebbe dovuto tornare al Festival nel 2010, ma fu escluso dopo che pochi giorni prima dell'inizio della competizione fu pubblicata una sua intervista in cui raccontava degli effetti benefici che il crack aveva avuto su di lui. Ipocrisia? Forse, visto che nessuno ha detto niente quando Damon Albarn ha affermato lo stesso qualche anno dopo. Fatto sta che fu escluso. Qualche anno dopo avrebbe dovuto partecipare come ospite per la serata dei duetti, ma il cantante che avrebbe dovuto accompagnare (non ricordo chi fosse) fu eliminato prima e quindi ciao Morgan. E poi il ritorno con i Bluvertigo, ma anche lì, esibizione incolore e una delle ultime posizioni.
Al Morgan personaggio televisivo e incontrollabile e a quello maledetto ed afono si aggiunge il Morgan inaridito: nel 2010 pubblicò un album di cover di bassissima qualità, registrato con "strumenti di fortuna" (così lessi su una sarcastica recensione) e in cui cantava canzoni famosissime in versione inglese ed italiana. Pessimo. Due anni dopo pubblicò il secondo volume di questa presunta trilogia di album di cover, anch'esso completamente incolore (e di qualità sonora ancora più bassa, se possibile). Presunta trilogia, appunto: Morgan aveva detto che nel terzo album avrebbe "fatto finta di fare cover", cantando canzoni scritte da lui ma avendo in mente altri artisti. Un po' come aveva fatto Stefano Bollani, nelle sue esilaranti interpretazioni di canzoni scritte per finta per Jovanotti, Paolo Conte, Franco Battiato, Enzo Jannacci, Fred Bongusto (per citare solo quelle che conosco, senz'altro ce ne saranno delle altre). Insomma, questo terzo volume sembrava interessante, almeno Morgan sarebbe tornato a scrivere qualcosa di inedito. Così pareva, solo che questo terzo Morgan doveva ancora scontrarsi con il quarto Morgan: il marinaio.
"Anche i cantautori fanno promesse da marinai" (semicit.), e Morgan non fa eccezione. Quest'aspetto, però, è quello più doloroso.

Io non sono un artista. Cosa farebbe di me un artista? È vero, ho scritto due libri, ma il primo è totalmente autobiografico, e quando l'ho finito ho pensato che non avrei scritto mai più niente, almeno non fino a quando avrei avuto altrettanto materiale da raccontare. Poi, però, sono stato folgorato da un'intuizione, una trama, e ho scritto il mio secondo libro. Ma quando l'ho finito mi sono sentito svuotato del tutto, e non ho più avuto idee. La cosa non mi preoccupa: non è quella la mia professione principale, e non ho mai pensato di fare come il coprotagonista di Due Di Due di Andrea De Carlo, in crisi perché non riesce a dare un seguito al suo esordio di enorme successo. Io no, non ho la necessità di creare.
Un cantautore, però, in teoria ce l'ha, soprattutto se l'ha fatto in passato. Ecco perché io mi sarei accontentato se Morgan si fosse limitato a comportarsi come ho raccontato finora. La cosa che mi fa male, però, è che non si è limitato a fare questo, anzi: in piena crisi creativa, con un ritmo di un inedito pubblicato ogni cinque anni (circa), Morgan non fa altro che dire di avere tantissimo materiale pronto. "Ho tre album già registrati e pronti per la pubblicazione", "ho registrato cinque dischi e non vedo l'ora di farveli sentire", "pubblicherò un inedito a settimana per un anno", eccetera. Ovviamente niente di tutto questo è vero, a parte il fatto che queste dichiarazioni sono reali, purtroppo. La più grossa, l'unica che mi ha fatto sbilanciare per un attimo, è che ad un certo punto ha pubblicato persino la scaletta di un doppio album, con tanto di data di pubblicazione e titoli di ogni singolo brano. Quella volta c'ero quasi cascato, peccato che poi all'annuncio non abbia fatto seguito niente.
Non farà mai seguito niente.
Mai.
Morgan non pubblicherà mai più niente, semplicemente perché non ha più scritto né registrato niente. Che dica quel che vuole, che faccia tutti i casini che vuole. Il più grande non è quello di Sanremo, no: è quello degli annunci mai mantenuti.
Quello che mi fa più male.

(post scritto ascoltando Mark Kozelek With Ben Boye And Jim White 2 di Mark Kozelek With Ben Boye And Jim White)
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Predefinito bye bye Mark

Stasera ho ascoltato per la prima e ultima volta l'ultimo album di Mark Kozelek, in cui stavolta suona anche Jim White, batterista dei Dirty Three (accreditato anche nel nome dell'album e del progetto), cosa che mi fa incazzare ancora di più, visto quanto è in ultimissimo piano, nascosto dietro la logorrea di Kozelek. Per dire, anche Nina Nastasia ha pubblicato un album a nome suo e di Jim White, ma lì quest'ultimo ha avuto tutto lo spazio che meritava.
Comunque, visto che anche quest'ultimo album è inascoltabile, mantengo la mia promessa. Addio, dischi di Kozelek post-Benji (escluso quello di Natale e quello delle cover). Addio, dischi più parlati che cantati. Addio, dischi con canzoni lunghe decine di minuti che sono più dei flussi di coscienza. Addio, dischi orrendi.
Ma a te, Mark, non dico addio. Di te resteranno tutti i dischi prima.
Ed è tanto, davvero.

(post scritto ascoltando Islands degli Ash)
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Predefinito il momento giusto

Ho già scritto un post sulle coincidenze e sui tempismi delle coincidenze, che spingono certe cose a succedere ed altre a non succedere in base ad altre cose successe prima o dopo.
Ieri sera, però, ho pensato ad un'altra cosa. L'ho pensata e l'ho detta a Vero.

Le ho detto che siamo fortunati ad esserci conosciuti nel periodo in cui ci siamo conosciuti. Un po' perché se ci fossimo conosciuti prima ci saremmo trovati in qualche modo "impegnati", e quindi magari non ci saremmo trovati tra noi; ma ieri gliel'ho detto per un altro motivo.
Poco più di dieci anni fa, quando l'ho conosciuta, intorno a me c'era tanto amore. Ale si stava per sposare dopo un brevissimo fidanzamento (dieci mesi e mezzo), Peppe e Federica stavano andando a vivere insieme a Prato, e insomma, molti amici stavano insieme e mi veniva di crederci, nell'amore. Fu difficile, ma ci credetti, ed eccomi qui.
Ma se invece avessi la possibilità di far iniziare oggi una storia ci penserei due volte. Le persone a me più vicine, infatti, sono invischiate in situazioni assurde. Non tristi, assurde. Una specie di tossicodipendenza (e non "dipendenza e basta": qui c'è del tossico), una cosa orribile dalla quale non vogliono/possono uscire. Ecco, credo che oggi avrei paura ad impelagarmi in una relazione, avendo questi esempi poco felici accanto.
Per fortuna dieci anni fa stavano tutti bene.
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