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Predefinito questo libro mi ha aperto gli occhi

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Il motivo di Stranger In A Foreign Land mi frullava ancora in testa mentre aspettavo Erika fuori dalla Benetton di Piazza Università, martedì sera. Sono sicuro che mentre scrivevo i versi della canzone avevo in mente lei e il mistero che la circondava. Avevo scelto quegli accordi espressamente, per dare al tutto un’atmosfera dolce-amara, alternando settime minori distanti un’intera tonalità…uno dei miei manierismi preferiti. Ma nel complesso il brano intendeva trasmettere un senso di ottimismo e di speranza nel futuro, la stessa che io mi sforzavo di provare nei confronti del nostro rapporto, nonostante l’evidenza non molto incoraggiante.
E quella sera l’evidenza in questione si rivelò in tutta la sua realtà. Era già abbastanza insolito l’esordio: non mi aveva mai fatto aspettare più di cinque minuti, ma questa volta arrivò con più di mezz’ora di ritardo. Erano già le nove passate quando la scorsi mentre procedeva tra la folla proveniente da Piazza Duomo.
“Scusami. Devo avere l’orologio indietro”.
“Ma se non ce l’hai”, obiettai indicando il polso.
Erika si strinse addosso il cappotto.
“Non essere subito così acido. E comunque, che programmi hai fatto?”
“Avrei voluto andare al cinema, ma è troppo tardi. Sono già cominciati tutti”. A questo punto mi aspettavo che si sarebbe nuovamente scusata, cosa che si guardò bene dal fare. “Ora non so…potremmo andare a mangiare qualcosa”.
“Non mi sembri molto entusiasta”.
“Il fatto è che non ho un soldo”:
La prevedibilità dei miei sentimenti per Erika non cessava mai di stupirmi. Erano come la marea, che avanzava e si ritirava, avanzava e si ritirava. Quando era assente, ne sentivo la mancanza, ma appena eravamo di nuovo insieme, ecco manifestarsi una petulante irritazione, una devozione rabbiosa. Quando la vedevo, ero immediatamente colpito dalla sua bellezza e subito dopo venivo assalito dal pensiero che la conoscevo già da sei mesi ed ero ancora molto lontano dal poterci andare a letto. Davanti a lei mi sentivo perennemente sull’orlo delle lacrime. Eppure, nonostante l’unico mio desiderio fosse quello di dare libero sfogo all’emozione, mi si chiedeva di controllarmi, di tenere la testa a posto, di guardarmi attorno e di scegliere, tra le centinaia di ristoranti che affollavano la zona di Piazza Università, quello dove andare a mangiare. Francese, greco, indiano, cinese, thailandese, vietnamita, indonesiano, malese, vegetariano, nepalese, le opzioni erano infinite.
“E se andassimo da McDonald’s?” domandai.
“Per me va bene”.
Andammo in quello di Piazza Stesicoro e ci sistemammo al piano di sopra. Presi un hamburger gigante con il formaggio, una porzione di patatine fritte e una Coca. Erika si limitò ad un cheeseburger. Masticammo in silenzio per un po’. Era visibilmente di pessimo umore e la sua irritabilità non tardò a comunicarsi anche a me. Pensai a tutte le serate che avevamo passato insieme negli ultimi sei mesi, alla speranza e all’eccitazione che avevo provato all’inizio del nostro rapporto, e mi parve crudele e patetico che dovessimo essere lì seduti, senza dirci una parola, mangiucchiando schifezze in un ambiente squallido e in una gelida notte d’inverno. Quando finalmente attaccai a parlare, mi resi conto che i suoni mi uscivano a fatica.
“E allora”, esordii. “Cos’hai fatto questi ultimi giorni?”
“Niente di speciale. Le solite cose”.
Indicai il suo cheeseburger.
“Non ho molta fame. E poi odio questa roba”.
Forse mi lasciai andare a un gesto sconsolato, perché lei si impietosì e disse: “Scusami, Gabo. Siamo entrambi di cattivo umore. Tutto qui”.
Avrei potuto aggiungere che non ero di cattivo umore prima che mi facesse aspettare più di mezz’ora, ma mi parve più costruttivo accettare il suo tentativo di pacificazione.
“Martedì ho registrato una nuova canzone”, le comunicai.
“Davvero?” osservò con aria annoiata.
“C’ho messo tutta la giornata. Sei ore di lavoro”.
“Come hobby, mi sembra piuttosto costoso, no?”
Prese una delle mie patatine e soggiunse con aria assente: “Sei sempre convinto che riuscirai a passare al professionismo?”
“Non lo so. Non è che ci pensi in questi termini”.
“Perché lo fai, allora? Che senso ha?”
“Lo faccio perché devo”.
Mi lanciò uno sguardo vuoto, come se non capisse.
“Lo faccio perché ho un sacco di musica dentro e devo buttarla fuori. Non è una novità…è così da un pezzo”.
“Mi sembra molto fastidioso…come un problema intestinale o roba del genere. Meno male che non è toccato a me”.
“No, non è così: è un talento naturale. Un modo di esprimere i sentimenti, di dar loro una forma permanente, di conservarli nel tempo. Altrimenti sarebbero morti e dimenticati”.
“Di che sentimenti stai parlando?”
Con un certo coraggio azzardai: “I sentimenti che ho per te, per esempio”.
“Hai scritto delle canzoni su di me?”
“Sì”.
“Com’è imbarazzante”.
Ci fu un breve silenzio durante il quale mi chiesi se si era resa conto di aver detto una cosa molto crudele. Infine commentai: “Grazie”.
“Cosa vuoi dire?” chiese, raccogliendo per una volta il mio sarcasmo.
“Sai cosa mi fa girare le palle?”
“Se hai intenzione di essere così villano con me, mi alzo e me ne vado”.
“Ora te lo dico, quello che mi fa girare le palle. E’ che sei sempre così gentile”.
“Cosa?”
“Sei gentile con tutti tranne che con me. Sei educata, cortese, piena di premure, generosa, strabordi di buoni sentimenti per tutti, ma da questa parte non arriva niente. Nemmeno una briciola”.
“Sei ingiusto, molto ingiusto”.
“Niente affatto. Perché mi tratti in modo diverso dagli altri? Solo perché sono il tuo ragazzo non significa che non abbia diritto a un po’ di cortesia, di tanto in tanto. Cristo, mi fai aspettare più di mezz’ora e quando arrivi sei muta, intrattabile. E per giunta ti guardi bene dal dirmi cosa c’è che non va”.
“Non c’è niente che non va”.
Le presi il mento e la costrinsi a guardarmi.
“Sì che c’è. Vero?”
Distolse lo sguardo.
“Non ho voglia di parlarne”.
Avevo le dita sporche di ketchup; lei prese un tovagliolino di carta e si pulì la faccia.
Sospirai. “Per favore, dimmelo. Me lo devi”.
Si sforzò di guardarmi negli occhi, ma dovette girarsi mentre farfugliava: “Ho bisogno…di un cambiamento”.
“Quale cambiamento?”
“Nel nostro rapporto”.
Aggrottai la fronte.
“A cosa alludi?”
“Lo sai benissimo”.
“No, non ne ho idea”.
Per qualche istante restammo a fissarci, come stretti in una morsa visiva, inutile e irosa, cercando di comunicare e al tempo stesso di respingere l’altro. Finalmente Erika si sottrasse al mio sguardo.
“Dio, sei proprio stupido. Non ho mai conosciuto nessuno stupido come te, Gabo”. Si alzò mettendosi la tracolla della borsa sulla spalla. “Io vado”.
“E dove?”
“A casa”.
“Non essere sciocca”.
“No, ne ho avuto abbastanza. Voglio andare a casa”.
“Ti accompagno alla fermata dell’autobus”.
“Lascia perdere. Preferisco andare da sola”.
Mi alzai anch’io.
“La pianti di far casino? Non ti sembra il caso di parlarne tranquillamente, come due…”
Mi diede una spinta, facendomi cadere di nuovo sulla sedia.
“Chiudi il becco e finisci di mangiare”.
E prima che facessi in tempo a fermarla, stava già correndo giù per le scale ed era sparita. Rimasi lì, stupefatto. Davanti a me avevo un cartone di plastica contenente un cheeseburger mezzo rosicchiato la cui vista mi faceva venire la nausea, non perché io abbia niente contro i cheeseburger, ma perché era il simbolo di una serata sprecata, di un rapporto fallito che forse non avrebbe nemmeno dovuto cominciare. Dopo qualche istante lo buttai nel bidone della spazzatura e me ne andai anch’io.
In strada non c’era traccia di Erika. Sapevo a quale fermata doveva essersi diretta, ma mi sembrava assurdo seguirla: era meglio lasciare che le passasse e chiamarla il giorno dopo. La temperatura si era raffreddata e nell’aria indugiava una nebbiolina umida. Abbottonai il mio vecchio cappotto liso, mi ficcai le mani in tasca e m’incamminai senza meta.


[I nomi, i luoghi ed i tempi sono modificati. Il resto no. Il finale, ancora non si sa.]
A Roma, Fra mi ha regalato "Questa notte mi ha aperto gli occhi" di Jonathan Coe, un suo vecchio libro ma appena uscito in traduzione italiana per Feltrinelli. Lo lessi d'un fiato nella sala d'attesa della stazione Termini di Roma, nelle ore che separavano la sua partenza per Arezzo dalla mia partenza per Catania.
Non mi piacque.

Uhm, in realtà è un'affermazione imprecisa. Non è che non mi piacque, è che mi infastidì parecchio. Il rapporto tra William e Madeleine mi ricordava incredibilmente quello tra me ed Erika, e me lo ricordava così tanto che quando lessi questo passaggio del libro mi venne automatico riscriverlo cambiando i nomi dei luoghi e delle persone, riadattandoli a Catania e a noi due, ma lasciando intatto tutto il resto. Non ho mai trovato nient'altro, nella mia vita, che raccontasse un momento preciso della mia vita (o meglio, un rapporto preciso) come questo libro. Forse per questo mi infastidì particolarmente e la cosa mi impedì di apprezzarlo.

Il finale, comunque, fu molto triste lo stesso.

Poi ripresi in mano il libro, e nonostante mi ricordasse tantissimo lei (lo fa ancora, dieci anni dopo), mi piacque parecchio. Andai in biblioteca e presi in prestito altri libri di Coe: uno di essi divenne il mio libro preferito della storia della letteratura mondiale, scalzando "La compagnia dei Celestini" di Benni, e lo rimane tuttora. Anche almeno un paio di altri suoi libri sono per me capolavori, incluso appunto "Questa notte mi ha aperto gli occhi", che come pochi riesce a mescolare giallo, musica, disagio e amore in maniera così efficace.

Devo così tanto a questo libro e a chi me l'ha regalato che quando ho scritto il mio primo, quello autobiografico, ho inserito come epigrafe una frase che Fra aveva sottolineato mentre lo leggeva arrivando in treno a Roma.
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Vecchio 25-02-2019, 03.01.20
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Predefinito l'isola deserta: paus - paus

Questo è l'ultimo disco "perfetto". Sono sceso in basso nella classifica degli artisti più ascoltati, e più in basso ci sono veramente solo dischi minori. Questo lo è fino a un certo punto, perché a me piace davvero tanto. Ma mi rendo conto che si tratta di una chicca per collezionisti, o quasi.
I Paus sono il chitarrista dei Cardigans e il cantante dei Kent, un gruppo molto famoso in Svezia ma praticamente sconosciuto altrove visto che utilizza la lingua locale. Anche questo disco, l'unico che hanno pubblicato, è in svedese, e di conseguenza è incomprensibile, ma così come adoro Mwng dei Super Furry Animals, che è in gallese, adoro anche questo. I suoni delle parole sono ostici, addirittura alieni, ma è la musica ad essere fantastica: un pop molto malinconico, cantato con dolore e arrangiato con maestria. Non è un disco cupo, è solo molto triste, ma di quella tristezza che riscalda il cuore. Mi piace moltissimo.

E così ho finito di raccontare dei dischi che mi porterei, su quest'isola deserta. Un pezzo di storia della mia vita, o meglio di storia della vita delle mie orecchie. Ogni tanto sono inciampato anche in altri dischi che avrei voluto trattare qui, ma poi ho pensato che l'avrei fatto solo per il valore che hanno avuto per me in passato e per quello che mi ricordano, e non per il disco in sé, così ho lasciato stare. Mi ero promesso di parlare solo della musica che mi emoziona ancora oggi, e credo di essere stato abbastanza esauriente.
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Vecchio 26-02-2019, 03.50.41
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Predefinito psychonauts/3

Una volta ottenuto lo psiblast, Raz può rientrare nel Frullamente, cioè nella propria mente, e sconfiggere il mostro lancia-caschi da palombaro. Prima, però, c'è una visita da fare a Ford Cruller. Ogni dieci "ranghi" raggiunti, cosa che si fa raccogliendo costruzioni mentali, aprendo casseforti della memoria, unendo le etichette ai bagagli emozionali e aspirando le ragnatele mentali (cosa non ancora possibile al momento), si ottiene un premio. Raggiunto il decimo rango si ottiene il potere della "pirocinesi", ovvero una pessima traduzione dal greco della possibilità di bruciare gli oggetti a distanza con la forza del pensiero. Non serve a molto, e soltanto più avanti.
Intanto c'è da tornare nel Frullamente. Stavolta, appena entrati nel "piano mentale", ci viene mostrato l'inconscio collettivo, ovvero una sorta di piattaforma da cui accedere rapidamente a tutti i mondi mentali scoperti fino ad ora. Al momento si può entrare solo nella mente di Sasha (appena visitata) e in quella di Raz, attraverso l'esperimento del frullamente. Tornando lì, appunto, si trova di nuovo il mostro, stavolta da sconfiggere con lo PSI blast prima di andare avanti. Si capisce subito, comunque, che questa non è la mente "pura" di Raz: ci sono un sacco di tracce di bistecche di carne, le stesse che c'erano nella mente del Coach Oleander; una cassaforte contiene dei ricordi che sembrano appartenere ad un pesce e non a Raz; al centro della mente, infine, c'è una torre inaccessibile al cui interno un dentista pazzo sta per asportare il cervello al povero Dogen, uno dei compagni di campeggio di Raz. Che sia un incubo o meno (siamo in fondo nella mente di Raz), la torre è inaccessibile a meno di non possedere il potere della levitazione. Sasha spiega a Raz che solo Milla, l'altra istruttrice, può spiegarglielo, e consegna un pass per prendere a nolo una barca sulle rive del lago. Da lì Milla lascia entrare Raz nella sua mente.
E che mente! Il suo aspetto modaiolo si riflette in...un party in discoteca! Con tanto di cubisti, colori sgargianti, flipper, musica dance in sottofondo, e qualche censore in giro che non guasta mai. Il livello serve fondamentalmente ad imparare il potere della levitazione, che serve a correre velocemente (rotolando su una palla psichica), saltare molto in alto (rimbalzando sulla palla) o fluttuare dolcemente (usando la palla psichica come un palloncino). Il resto del livello scorre liscio ed è relativamente semplice, con un sacco di costruzioni mentali disseminate ai quattro angoli. C'è solo un punto disturbante: in un passaggio molto nascosto ci sono dei demoni infuocati che urlano, e nonostante Milla cerchi di distogliere l'attenzione da questo dettaglio, una cassaforte della memoria rivela un bruttissimo ricordo di Milla maestra d'asilo che ha visto morire i suoi alunni in un incendio. Molto toccante.
Una volta uscito dalla mente di Milla, Raz può finalmente tornare da Sasha per l'esperimento del frullamente. Prima, però, in una scenetta si vede Dogen uscire dal lago...completamente senza cervello. La visione di Raz, quindi, era reale. E inquietante.

(post scritto ascoltando The Classic di Joan As Police Woman)
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Vecchio 27-02-2019, 02.31.54
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Predefinito rock'n'roll doctor, rock'n'roll nurse

Manic Street Preachers - Comfort Comes <--- un'istantanea musicale dei miei diciannove anni


Need someone to nurse me
Reach out for the first person I see
Comforts the helpless sole vanity
Caressing the broken heart of me

The difference between love and comfort
Is that comfort's more reliable and true
Brutal and mocking but always there
A crutch for emnity's saddest glare

I wish that someone would hold me
Wrap their arms around a shrinking somebody
Comfort comes and ease me till the morning
Whispered words of sanctuary

The difference between love and comfort
Is that comfort's more reliable and true
Brutal and mocking but always there
A crutch for emnity's saddest glare

Forgetting how I hate self-pity blonde
Comfort comes and smooths her over
Calloused hands turn a beautiful dress
Handcuffs now her pearl bracelets
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  #7765  
Vecchio 28-02-2019, 01.45.52
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Predefinito quella fresca sera d'autunno di cose ne ha cambiate

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Vecchio 02-03-2019, 02.22.36
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Predefinito elementa

Qualche giorno fa sono caduto in bicicletta. Stavolta da solo, senza essere investito, e in circostanze per nulla chiare: ero in rettilineo, i copertoni erano in ottimo stato, e non ho sentito neanche la perdita d'equilibrio. Semplicemente, sono caduto, e sono caduto sullo stesso ginocchio sinistro che già mi ero sbucciato qualche settimana prima, stavolta dopo essere investito da un'auto. Paradossalmente mi sono fatto più male stavolta: la ferita si è aperta e forse si è infettata, ho sbattuto lo sterno e mi fa ancora male, zoppico e sono genericamente infastidito.

C'è una bellissima canzone di Meg che si chiama "Elementa". Oddio, se la canzone sia bellissima non lo so: l'ho ascoltata una sola volta, credo, e non ho voglia di riascoltarla. Non lo faccio perché è una di quelle rarissime canzoni di cui ho letto il testo e mi è piaciuto così tanto "senza musica" che non ho voluto ascoltare la canzone. La stessa cosa è capitata con "Aspettando Godot" di Bertoli, ma questo è un altro discorso. In ogni caso, il testo di "Elementa" è così bello, e così poetico, da poter fare a meno di un'eventuale musica.
In questa canzone Meg canta di essere fatta di tante cose. Tra le tante cose,sono fatta di corse d'estate, di risa e ginocchia sbucciate.
Anch'io da piccolo mi sbucciavo le ginocchia durante le corse d'estate con Ale. Adesso, però, me le sbuccio cadendo in bicicletta.

Sono fatto di ginocchia sbucciate. In questo momento, in questi giorni, io sono un ginocchio sbucciato. Un ginocchio sbucciato e un petto indolenzito. Non sono altro, non sento altro.
Devo avere davvero qualcosa che non va, dentro di me.

(post scritto ascoltando Bobbie Gentry's The Delta Sweete Revisited dei Mercury Rev)
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Predefinito psychonauts/4

Ho sempre adorato gli hub dei platform, ovvero quelle aree che servono a scegliere il livello a cui accedere. Ce ne sono di semplicissime (penso a Crash Bandicoot 2 e 3) e di più complesse (Super Mario 64), ma raramente nell'hub accade qualcosa di concreto, a parte muoversi tra un livello e un altro.
In Psychonauts, invece, Raz è libero di vagare per il campeggio, parlando con i vari personaggi (che si spostano e compiono azioni diverse a seconda del punto a cui è arrivata la storia) e raccogliendo degli oggetti.
Ci sono gli oggetti dei mondi mentali, già elencati prima, e poi ci sono gli oggetti del mondo reale, cioè il campeggio: ci sono gli indicatori PSI (rarissimi da trovare, ogni indicatore fa progredire di un intero rango), ci sono le carte PSI (ogni nove carte raccolte si sale di un rango), ci sono gli oggetti della caccia al tesoro (sedici in tutto, ogni otto trovati si sale di due ranghi), ci sono le punte da freccia (sono praticamente infinite e fungono da valuta del gioco, permettendo di acquistare oggetti allo spaccio del campeggio).
Volendo questi oggetti si potrebbero raccogliere in qualsiasi momento, ma con l'esperienza acquisita nelle sei volte che ho completato Psychonauts finora (la settima è in corso) ho capito che il momento migliore per cercarli è quello in cui sono arrivato adesso: il potere della levitazione permette di saltare molto in alto e di planare, e una volta entrato per la terza e ultima volta nell'esperimento del frullamente, che è la cosa che in teoria andrebbe fatta secondo la "scaletta" del gioco, si esce che è notte, rendendo la ricerca degli oggetti molto più difficile.
Oltre alla ricerca di questi oggetti c'è una seconda ricerca da fare in parallelo: quella delle "punte di freccia profonde", ovvero delle punte di freccia di valore molto più alto di quelle normali, da trovare con una specie di bacchetta da rabdomante che emette un suono tanto più acuto quanto ci si trova vicino ad una di esse. Questo è l'unico modo per raggiungere quota 800, che è il prezzo dell'"aspiraragnatele mentali", ovvero l'unico oggetto finora impossibile da raccogliere nei mondi mentali.

I poteri mentali acquisiti finora aiutano la ricerca degli oggetti della caccia al tesoro: un sandwich è chiuso in un blocco di ghiaccio da sciogliere con la pirocinesi, un occhio di vetro è posto dietro una grata e va spostato con la telecinesi, altri oggetti richiedono poteri non ancora acquisiti. Durante la ricerca ho raggiunto un rango sufficientemente elevato e ho ottenuto il potere dell'invisibilità, necessario per raccogliere una ghianda d'oro protetta da uno scoiattolo che la nasconde non appena vede arrivare Raz.

Questa della ricerca degli oggetti è una delle mie parti preferite del gioco. Dopodiché si può andare da Sasha Nein comunicandogli di aver ottenuto il potere della levitazione e quindi di poter scalare la torre nell'esperimento del frullamente, ovvero la mente di Raz che però è palesemente mescolata con qualcosa di esterno, inquietante e al momento incomprensibile.

(post scritto ascoltando Pianissimo Fortissimo dei Perturbazione)
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Predefinito blue monday

(avrei voluto dare a questo post il titolo "summertime, and the living is hard" oppure "it's summertime and I can understand if you still feel sad", ma sospettavo di averli già utilizzati in passato e ricontrollando in effetti l'avevo già fatto)

Da qualche anno c'è questo tormentone giornalistico dell'assegnare il "blue monday", ovvero il giorno più triste dell'anno. Solitamente è uno dei primi lunedì dell'anno, poco dopo le vacanze di Natale, in cui si accumulano pressioni, stanchezze e, chissà perché, tristezza.
Per me il blue monday è un altro.

Non è detto che sia un lunedì, e solitamente è in primavera. Quest'anno, complice il bel tempo, è arrivato prima. Ieri, per la precisione. È quel giorno dell'anno in cui, per la prima volta, vedo esplodere la bella stagione intorno a me, e con esso arriva il pensiero dell'estate e tutte le malinconie che si porta dietro. Non sono mai riuscito a spiegare a me stesso la motivazione di questo malessere, ma succede ogni anno, ogni volta in cui mi rendo conto che l'estate sta per arrivare, e con essa il consueto carico di ricordi, malinconie, promesse non mantenute, cose che non torneranno più, cose che vorrei che tornassero, luoghi abbandonati, luoghi in disuso, luoghi che ci sono ancora ma che non sono più come un tempo, persone andate via, persone rimaste e che soffrono, persone rimaste ma che sono troppo lontane per averci a che fare assiduamente, strade, risa, ginocchia sbucciate, canzoni vecchie, canzoni vecchissime, autoradio, giri in macchina, giri in motorini, giri in bicicletta, fischietti dei gelatai, gusto del gelato, corse, videogiochi, e in generale quello che mi ha sempre fatto sentire vivo (l'elenco sarebbe potuto andare avanti all'infinito).

Ogni anno arriva il giorno in cui dice che tutto questo non c'è più.

(post scritto ascoltando Brighten The Corners dei Pavement)
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Predefinito psychonauts/5

Dopo aver girovagato per il campeggio a caccia di carte, indicatori PSI, oggetti per la caccia al tesoro e punte di freccia, è tempo di tornare alla missione principale: rientrare nel frullamente e scalare la torre. Sasha Nein avverte: il frullamente ha fuso la mente di Raz con quella di qualcun altro (non viene spiegato chi, ma la presenza delle bistecche in giro dovrebbe far venire qualche sospetto). Rientrato nel frullamente, Raz scala la torre con l'aiuto della levitazione e assiste ad una scena terribile: Dogen, uno dei compagni del campeggio, starnutisce per mezzo di una polverina urticante spruzzata da uno scienziato pazzo, tale Dr. Loboto, e starnutisce via...il proprio cervello! Incredibile e terribilmente reale: Raz si lancia all'inseguimento del cervello, che diventa la fonte di energia di un carro armato contro cui Raz combatte (con qualche difficoltà, oggi pomeriggio ho perso due vite per sconfiggerlo). Una volta sconfitto, si scopre che tutto questo faceva parte dei piani di Coach Oleander, gli stessi piani che Raz stava per scoprire (letteralmente) alla fine dell'allenamentale, ovvero il viaggio nella mente del Coach, e che il Coach stesso ha interrotto anzitempo per impedirgli di farlo. Quindi la cospirazione, che prevede il rapimento dei bambini e l'estrazione dei cervelli, è reale e avviene ad opera del Coach!
Raz esce dal frullamente e Sasha gli dice che ha capito tutto e deve scappare a salvare la situazione, ma nella fretta si dimentica il "portale portatile", ovvero una piccola porticina da applicare sulla fronte di chiunque per potergli entrare nella testa (mentalmente, s'intende).

Raz e Lili, la ragazzina chiaramente innamorata di lui (e forse ricambiata), si incontrano sulle rive del lago. Stanno per organizzare il piano per salvare i bambini quando Lili viene rapita da questo pescione gigante, che in realtà cammina su due zampe dopo essere stato geneticamente modificato. Il mostro si inabissa nel lago dopo averla inghiottita: probabilmente deve consegnarla a qualcuno dall'altra parte (forse proprio il Dr. Loboto?) che provvederà a "scervellarla" e a farla riemergere completamente senza cervello, come è già capitato a diversi bambini del campeggio. Raz entra in un batiscafo e si lancia all'inseguimento del pescione. Qui il gioco inizia a decollare (anche fino a qui è un capolavoro, comunque).

(post scritto ascoltando Know Your Enemy dei Manic Street Preachers)
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Predefinito file not found

Qualcuno entrò nella bottega sterile del vecchio tatuatore e chiese di potersi tatuare sul petto questa [canzone]:

Errori io ne ho
Già fatti abbastanza
Se almeno poi però
Questa mia esperienza
Mi aiutasse a chiedermi
Riflettici aspetta un secondo
E invece no e invece so
Che io non imparerò
a crescere
Non perdere
Le cose che
Almeno una volta
Fan crescere
Non perdere
Le cose che
Almeno una volta
Potevo fare giuste e che
Non è
Difficile
Per uno meno instabile
Solo gestirsele
E invece poi invece mai
Che riesca a tenermele strette
Che riesca a conservarmele
Sarà paura o sarà che...
Dentro I viali e nei vicoli
Che giro in macchina a vuoto
Vedo coppie abbracciarsi e stringersi
Che non avrei mai notato
Se non sapessi che non sapessi te
Lontana lontano lontanissimo
Ricorderò maledirò
Il giorno che ho detto no
a crescere
Non perdere
Le cose che
Almeno una volta
Fan crescere
Non perdere
Le cose che
Almeno una volta
Potevo fare giuste e che non è
Difficile
Per uno meno instabile
Solo gestirsele
E invece poi invece mai
Che riesca a tenermele strette
Che riesca a conservarmele
Sarà paura o sarà che
È proprio il cambiamento in sé
Che fa venire strane idee
Pensare di non essere
Adulto e non volubile
Per crescere
Non perdere
Le cose che
Almeno una volta
Riuscire a conservarmele
Sarà paura o sarà che
Boh!
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Vecchio 06-03-2019, 01.16.11
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Predefinito sarà paura o sarà che

Lì per lì, appena ho visto la foto, non c'ho fatto troppo caso. Poi ho zoomato, ho guardato bene e mi è esploso un dubbio: di chi sarà stata l'idea?
C'è il cinquanta per cento di possibilità che si tratti di una coincidenza, ma una coincidenza clamorosa, veramente una su un milione o comunque su diverse decine, che non è poi poco.
E c'è il cinquanta per cento di possibilità che si tratti di un'appropriazione, non tanto culturale quanto benniana (ah, quella poesia), e allora che senso ha tutto questo?
Ma poi, in ogni caso, che senso ha?

Oggi è il cinque marzo, il figlio di Ale compie otto anni (non c'entra niente ma c'entra sempre, quindi auguri "nipote"!) e io mi guardo allo specchio col mio ginocchio sbucciato e probabilmente ancora infettato (ma per quanto dovrà andare avanti questa storia?) e mi dico che serve l'antibiotico.

(post scritto ascoltando Vivace dei Motel Connection)
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Vecchio 07-03-2019, 02.10.25
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Predefinito ex degli amici

La mia compagnia di riferimento, a partire dal 2003 e volendo fino ad adesso (sempre meno, ma le cose sono più complicate), è stata una compagnia maschile. I membri fondatori giocavano a calcio insieme e hanno iniziato ad uscire, e io mi sono aggregato solo in seguito (per ragioni non calcistiche, peraltro). C'erano loro e c'erano le loro ragazze, destinate ad essere sempre "ai margini". Ad esempio, capitava che si organizzassero serate per soli uomini, ma non succedeva mai che ci fossero serate per sole donne; loro non si organizzavano mai per i fatti loro, ed erano sempre "la ragazza di". Dimostrazione di ciò è il fatto che, quando la coppia si lasciava, la ragazza scompariva dai radar. Potrei fare l'elenco delle ragazze che sono transitate nella compagnia, che ci sono rimaste qualche anno e che poi sono sparite una volta finita la storia. Ad alcune ero più affezionato rispetto ad altre, ma alla fine non ne ho più sentita nessuna.

A Padova, invece, mi sono trovato in una situazione completamente diversa: la compagnia di Veronica era perfettamente speculare, visto che era formata dalle ragazze e dai "ragazzi di", me incluso. Anche in questo caso non è mai stata organizzata una serata solo al maschile, e ogni volta che una coppia finiva l'ex ragazzo veniva messo nel dimenticatoio.

Stavolta, però, non mi andava. Mi dispiaceva perdere un amico, o comunque una persona che mi è sempre stata simpatica, e così gli ho chiesto di vederci nonostante lui e la sua ragazza si siano lasciati diversi mesi fa. Ho approfittato del suo compleanno per scrivergli, per proporgli di vederci e poi per ribadirgli che non avevo voglia che facesse la fine di tutti gli ex delle amiche. Non ero disposto a farlo, e così eccoci qui. Anzi lì, a fare aperitivo dopo il lavoro, a sentire come finisce una storia e, tornando a casa in bici, a fare paragoni e a pensare, pensare, pensare.

(post scritto ascoltando Yoshimi Battles The Pink Robots dei The Flaming Lips)
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Vecchio 11-03-2019, 21.54.50
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Predefinito mettere in ordine, pieni di polvere

Citazione:
Originalmente inviato da gabo86 Visualizza messaggio
L'avevo promesso (anche a me stesso) e l'ho fatto: appena finiti gli esami di questo semestre, ho ordinato camera mia. In realtà non si trattava di un semplice riordino: quando mi decido a fare le cose (soprattutto quelle complicate come il fare ordine) le voglio fare bene, e così ho risistemato tutto a partire da zero.
Da quando questa è diventata la mia nuova camera (praticamente cinque anni fa, da quando passai dal piano di sotto al "nuovo" piano di sopra) non ho mai preso in considerazione l'idea di vedere una per una tutte le cose che ci sono, e valutare se eliminarne qualcuna. Quando traslocai tutte le mie cose dalla mia vecchia camera, traslocai proprio tutto, dicendomi "prima o poi mi servirà". Sono passati cinque anni, e mi sono accorto che in questi cinque anni un sacco di cose non mi sono servite, e probabilmente non mi serviranno mai.
Ma più che altro è stato un tuffo in tutto quello che è successo in questi ventidue anni. Non è stato possibile passare in rassegna "selettivamente", cioè rifiutandomi di vedere alcune cose: ho dovuto vedere tutto, e vedere se eliminarlo.

Innanzitutto, le fotografie. Parlo di fotografie cartacee, di quando si stampavano le fotografie, di quando si stampavano tutte, non come ora che al massimo se ne stampa un paio. Le fotografie, e che fotografie! La maggior parte delle quali con me in versione sbarbata, ma soprattutto me in versione capello lungo, che credo sia una delle cose più oscene mai viste! C'era una splendida foto sotto il diluvio a Venezia con l'acqua alta in piazza S. Marco in gita con la scuola, c'erano delle foto della premiazione al torneo provinciale di matematica, c'erano delle foto di giri in bicicletta con la mia famiglia. E poi c'erano tutte le foto di classe, una addirittura delle elementari (non capirò mai perchè non sono stato vittima di bullismo, io), qualcuna delle medie (con dediche scandalose, tipo "all'Einstein della classe", firmata C., C. che mi trovava uno sfigato e che poi sarebbe entrata in simbiosi con me, essendo la principale artefice del salvataggio dalla sfigataggine, per poi...boh...), e molte del liceo, con visi già più noti, alcuni dei quali (non più di un paio, in realtà) fanno parte ancora della mia vita, con mio grande orgoglio.
Poi, i libri. Finalmente ho riordinato tutti i libri dell'università in un unico scaffale. Ho diviso le riviste per genere (fondamentalmente politica, musica e videogiochi), ho separato i libri scritti da musicisti (che siano autobiografie o romanzi) dal resto della narrativa, e ho raggruppato tutti gli spartiti "moderni", inclusi i miei manoscritti.
Il primo problema serio sono state le videocassette. Non tanto i dvd, anzi, i dvd non lo sono stati proprio: è bastato metterli in ordine alfabetico ed accorgermi che ho quasi solo dvd musicali. Le videocassette sono state un problema serio: cosa farne? Non è una domanda banale. Esempio: c'erano videocassette di film che ho anche in dvd. Buttarle? Beh, ovvio, per quelle registrate dalla televisione. Ma per quelle comprate a fior di quattrini? Mio padre s'è rifiutato di buttare la trilogia di star wars, nonostante anni dopo me l'abbia ri-regalata in dvd. E tutti i film? Io non metto una videocassetta nel videoregistratore da anni, ma non me la sono sentita di buttare l'intera filmografia di Bud Spencer e Terence Hill orgogliosamente registrata da Rete 4 durante gli ultimi dieci anni. Alcune cose che potevano interessare solo me (ma che non m'interessavano) le ho buttate, per il resto ho consegnato buste piene di videocassette ai miei familiari che decideranno cosa fare di questi, oramai, oggetti d'antiquariato.
Ma se le videocassette sono un oggetto d'antiquariato, cosa dire delle musicassette? Nella Kia c'è addirittura l'ingresso per l'iPod, quindi già i cd iniziano a diventare antiquariato...figuriamoci le cassette! Erano quasi tutte senza etichetta, e mi sono impegnato ad ascoltare qualche secondo di ognuna, per capire se valesse la pena tenerle. C'erano registrazioni dalla radio nella mia fase elettronica, c'erano miei DJset registrati in cassetta quando ancora non avevo il masterizzatore, c'erano album che ho anche su cd e quindi non avrebbe avuto senso tenere le musicassette. Erano una trentina, ne ho tenute quattro: quella del "Corriere dei Piccoli", quella che mia "cugina" Chiara mi diede nell'estate del 2000 e se non ci fosse stata quella cassetta io oggi non ascolterei al meno il 50% della musica che ascolto, la registrazione esclusiva di uno spettacolo teatrale di Elio (senza Storie Tese) e la cassetta che contiene le telefonate che io ed Ale facevamo ad una radio locale nell'estate-autunno 2001. Insomma, le cassette non hanno più molto senso.
E cosa dire dei floppy disk, allora? Nel mio computer non c'è più il lettore. I pochi floppy disk che mi sono rimasti contengono videogiochi che ormai sono scaricabilissimi da internet. Ce n'era uno a cui ero affezionato, con la scrittura di un mio cugino ormai sposato e padre di due bambini che, sedici-diciassette anni fa m'aveva dato Outrun, grandissimo gioco di corse automobilistiche. Ma l'ho buttato. Ho tenuto un floppy per ricordo, per mostrarlo ai miei nipoti (cioè ai figli dei miei fratelli, ovviamente), e sono nella semi-disperazione perchè non trovo più il floppy ORIGINALE del primo Lemmings, quello del 1990, che credo valga un bel po' (oltre ad avere un notevolissimo valore affettivo).
Insomma, la questione videocassette-musicassette-floppy disk si può riassumere in un'unica questione: nel 2009 (ma probabilmente già da un po' d'anni), non c'è più spazio per supporti analogici. Non c'è più spazio per supporti modificabili. Masterizzi un cd e se vuoi modificarlo devi masterizzarlo di nuovo, idem per i dvd. Non esiste più registrare le cose dalla televisione. Nè le canzoni dalla radio. S'è perso un mondo. Abbiamo gli MP3 e tutto il resto, ma s'è perso un mondo. Non lo dico con nostalgia, almeno in questo nostalgia non ne ho, io che sono Mr. iPod e Mr. Dolby Digital, però insomma, i tempi sono cambiati.
Da questo punto di vista è stato molto più semplice sistemare i cd: un miliardo di cd musicali, i videogiochi, qualche software. Ho trovato vecchissimi cd con foto (digitali) che temevo di aver perso, ai tempi in cui io ero uno dei pochi ad avere la macchina fotografica digitale. Oggi che ce l'hanno tutti, io non la possiedo. Non è anticonformismo, è che tanto le foto si passano di mano in mano (o di computer in computer, per dirla meglio) e quindi non vedo la necessità di avere la mia).
E poi gli scontrini. Io ho una vera e propria fissazione per gli scontrini (non quelli "ordinari": diciamo quelli presi in giro per il mondo o presi anche nella mia città ma con persone importanti). C'erano due scontrini del Bar Vitale di Nicolosi (due granite, una al limone ed una al cioccolato, con brioches) e mancava il terzo, come testimonia chiaramente la parte centrale di questo post. Ma soprattutto c'erano: biglietti del treno, biglietti dell'aereo, biglietti del traghetto, biglietti del parcheggio, biglietti del pullman, biglietti di tutti i generi, oltre a scontrini. Tutti divisi per persona, catalogati, e messi da parte in attesa che mia madre compri le scatole colorate che le ho chiesto. Ah, e biglietti di concerti, ma quelli sono un discorso a parte. Miliardi di biglietti di concerti sparsi per l'Italia (dopo Emiliana posso dirlo, ormai), i più vecchi dei quali avevano la foto dell'artista, mentre ora ci si limita a stampare la scritta e basta. Anche qui, il digitale che batte l'analogico.

Camera mia sembra vuota. Se non fosse per i colori che inevitabilmente la invadono, e per la mia scelta di mettere in primo piano un sacco di cose ipercolorate (su una mensola, ad esempio, campeggiano le scatole dei vari Monkey Island), sembrerebbe quasi asettica. Rispetto agli standard di confusione a cui era stata abituata negli ultimi cinque anni (attenzione, non voglio dire che non ho mai ordinato negli ultimi cinque anni, ma un conto è ordinare, un conto è revisionare tutto) è vuotissima. Mi piace molto l'ordine che regna nella mia collezione di cd, un po' meno il resto dell'ordine. Ma chissà quanto durerà.

C'ho messo un sacco di tempo a fare tutto: domenica pomeriggio e sera, lunedì pomeriggio e sera, stasera. In questi tre giorni m'è praticamente passata davanti la mia vita, che riviveva attraverso tutti gli oggetti che ho ordinato, dalle tazze alle spille, dalle bomboniere alle cartine delle città, dai poster ai diari/agendine. La scelta della musica era fondamentale, e per una volta non sono stato banale. La banalità sarebbe stata ascoltare la discografia degli 883, indubbiamente il gruppo che più in assoluto può permettersi di avere la pretesa di scandire un mio eventuale viaggio indietro nel tempo, visto che riesco ad associare ogni album ad un momento della mia vita. Non ho scelto gli 883. Ho scelto i Manic Street Preachers, che sono in attività dallo stesso anno degli 883 (primo album nel 1992, primo pezzo nel 1989) ma che conosco da meno di tre anni: eppure, posso dire che hanno scandito abbastanza la mia vita dalla scoperta fino ad oggi, nonostante (e può sembrare assurdo, visto che sono sicuramente il gruppo che ho ascoltato di più negli ultimi anni) non li ascoltassi dalla fine di luglio dello scorso anno. Inspiegabilmente. Ma quando un artista è dentro di te, ci resta anche nonostante i mesi di silenzio. E così ordinavo cd, buttavo floppy, revisionavo videocassette e catalogavo libri, e nel frattempo riascoltavo tutti i loro cd e mi rendevo conto che mancano solo un paio di mesi e finalmente uscirà il loro nuovo disco.
Che non c'entra niente con la storia del riordino del cd ma lo volevo dire, ecco.
Il forum dice che "il testo che hai inserito è troppo lungo", così il messaggio "dieci anni dopo" lo scrivo in un post a parte.
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Predefinito mettere in ordine, pieni di polvere

Sono passati dieci anni da questo post, ed è un'incredibile coincidenza quello che succederà questo fine settimana. Partirò per Catania per restarci meno di 48 ore, con un unico scopo: ripetere quest'operazione, dieci anni dopo. Il motivo, però, è diverso. Stavolta, infatti, non si tratta di fare ordine. Si tratta di fare scatole.

Tra qualche mese (impossibile capire quanto, speriamo prima dell'estate e dei nostri compleanni) io e Veronica ci trasferiremo nella nostra casa. E, come mi sono promesso quando sono partito per Padova da Catania, adesso che avrò una casa tutta mia potrò permettermi di portare qui tutto quello che ho lasciato dai miei in attesa di una sistemazione definitiva. Il pianoforte, innanzitutto. La libreria costruita da mio papà, poi. E, soprattutto, tutto quello che contiene.

Ecco cosa farò questo fine settimana. Esaminerò uno per uno tutti gli oggetti che ci sono nella libreria: libri, certo, ma anche riviste, dischi, videogiochi, dvd, scatole di videogiochi, soprammobili, cimeli, feticci. Li esaminerò uno per uno e deciderò cosa portarmi e cosa lasciare, sapendo che quello che verrà lasciato lì verrà buttato per sempre, visto che mancherà "il contenitore". Sarà doloroso, senza dubbio, ma probabilmente mi permetterà di chiudere mentalmente alcuni capitoli forse già strachiusi ma di cui restano oggetti tangibili.
Sarà uno di quei giorni da carta azzurra, così come lo furono i tre giorni di dieci anni fa in cui misi in ordine la mia camera. Adesso la cosa è più definitiva, sapendo che quello che porterò entrerà in una casa condivisa con un'altra persona, una persona che magari non vuole vedere in giro "stupidaggini" che per me hanno (o hanno avuto) valore ma per lei no. C'è tanto da scegliere, tanto da buttare e tanto da salvare. Vedremo cosa, e poi ne scriverò.

So solo una cosa: la colonna sonora sarà la stessa di dieci anni fa. In questi dieci anni musicalmente è successo di tutto, ma i Manic Street Preachers sono rimasti in cima alla lista delle mie preferenze musicali. Quindi toccherà a loro, ancora una volta.
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Vecchio 12-03-2019, 03.29.38
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Predefinito psychonauts/6

Fino a questo punto Psychonauts è un bellissimo gioco: un platform colorato e divertente, dalla trama intrigante e pieno di segreti da scoprire. Ma da qui in poi inizia a diventare un capolavoro.
Raz si lancia a caccia del dipnoo gigante che ha rapito Lili. L'inseguimento è abbastanza difficile visto che è sott'acqua e lui sembra avere parecchi problemi con l'acqua, pare a causa di una non meglio specificata maledizione che ha colpito la sua famiglia. Una volta acciuffato, Raz combatte contro il dipnoo e, una volta sconfitto (stordendolo), gli lancia lo psicoportale sulla testa. Come nei casi precedenti, la proiezione astrale si stacca dal corpo di Raz per entrare nel portale e, in questo caso, nella testa del pescione.
Eccolo, il primo dei mondi capolavoro. Finora, per quanto molto ben caratterizzati, i livelli erano stati piuttosto lineari. Adesso, invece, diventano davvero fuori di testa. Soprattutto, adesso i livelli "mentali" sono ambientati nei cervelli di persone con qualche problema. Ad esempio, è evidente che il pescione sia stato geneticamente modificato per diventare enorme e, soprattutto, per rapire bambini e portarli dall'altra parte del lago.
Nella testa del dipnoo gigante c'è...una città. Una città vera, con tanto di grattacieli e abitanti (pesci piccolissimi), i quali vedono Raz come...un gigante! Lo chiamano "Okkialor", ed è una specie di Godzilla. In questo mondo non è possibile usare il potere della levitazione perché farebbe andare troppo veloce Raz che invece deve camminare piano come se fosse, appunto, Godzilla. Il livello viene interrotto da dei divertentissimi finti telegiornali che parlano di Okkialor come un terribile mostro, quando invece è chiaro che sia arrivato lì per ripristinare uno stato normale, in cui i poveri pesci non siano soggiogati da "Kochamara", che altri non è che il Coach Oleander, ovvero l'uomo dietro la sparizione dei bambini, sotto mentite spoglie.
Durante il livello Raz collabora coi ribelli per avvicinarsi sempre di più all'antenna che trasmette il segnale di Kochamara, che simboleggia il controllo sulla mente del pesce. Durante l'avvicinamento ottiene un nuovo potere, lo scudo, che riflette i colpi nemici. Dopo una serie di peripezie, di arrampicate sui grattacieli, di salti sulle navi nemiche, di colpi sparati all'aviazione di Kochamara, arriva finalmente lo scontro finale, particolarmente complicato visto che è contro una delle proiezioni mentali del Coach. Una volta sconfitto, il dipnoo espelle Raz dalla propria mente e, ormai "guarito", gli spiega di essere stato mutato dal dottor Loboto (lo stesso che estrae i cervelli ai bambini, almeno nella visione di Raz) e di chiamarsi...Linda!
Raz viene quindi lasciato all'altra riva del lago, dove c'è il vecchio manicomio teoricamente in disuso. Linda si offre di portarlo indietro al campeggio ogni qual volta lo desideri, e la cosa è importante per raccogliere gli ultimi bonus (ad esempio l'oggetto della caccia al tesoro che richiede lo scudo per essere raccolto). Ma adesso c'è un nuovo ambiente da esplorare, e tanti delirii ancora da scoprire.

(post scritto ascoltando la colonna sonora di Wipeout Fusion)
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Citazione:
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Chi è interista sa che stasera c'è una partita importante e comunque tiferà Inter.
Volevo chiedere a chi mi vuole bene e non è interista di tifare Inter, stasera. Perchè quella di stasera non è solo una partita dell'Inter, e neanche la partita dalla quale dipende parte della stagione dell'Inter. Dalla partita di stasera dipende anche parte della mia stagione, quindi diciamo che sarà possibile immaginare il mio umore in base al risultato della partita (e non solo per il risultato fine a sè stesso). Quindi insomma, se mi volete sorridente, tifate Inter.
E ora si inizia a preparare la curva.
Però non ho mai scritto perchè ci tenessi così tanto alla vittoria. L'Inter non c'entrava, c'entrava Ale.
Mi ero accorto che ormai io e lui riuscivamo a vederci solo in occasione delle partite dell'Inter in Champions League: stava organizzando il matrimonio e iniziando la ristrutturazione della casa, quindi i momenti per noi erano ridotti al lumicino. Ecco perché speravo che l'Inter passasse il turno, quella sera.
Non lo fece, e noi ci vedemmo ancora meno. E io non stavo bene.
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Predefinito coincidenze

Succede tutto per caso, tutto in un giorno.
Da una parte il Centro Giotto, il sushi, i Subsonica.
Dall'altro le domande a cui non riuscirò mai a dare risposta. E quella canzone degli 883 che adesso più che mi sento addosso.

Però sono contento. Forse meno sereno di un tempo, ma non per questo scontento.

(post scritto ascoltando Wig Out At Jagbags di Stephen Malkmus And The Jicks)
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Predefinito me ne sono ricordato per tutta la vita

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Stavamo andando a prendere le pizze (per noi ma anche per il resto della comitiva, "la nostra cucciolata", come ormai li chiamiamo ogni volta che arriviamo a casa con pizze per tutti e loro che ci aspettano con la bava alla bocac) quando le raccontavo del fatto che per me gli eventi memorabili non sono per forza quelli che cambiano le cose: basta l'evento giusto al momento giusto per farmi stare bene. Però non riuscivo a spiegarmi.
Così, una volta entrati in pizzeria, ho dato il cognome al tizio alla cassa (ormai cordialissimo, sono quasi di casa là) e mi fa "signor Mirabella, non faccia confusione perchè c'è un'altra prenotazione con lo stesso cognome"...mi giro e c'era un mio cugino! Incredibile! Abbracci, saluti, e poi abbiamo scoperto che avevamo preso lo stesso numero di pizze, con la differenza che io avevo chiamato nel pomeriggio per ordinarle e quindi avrei scavalcato la fila, e avrei scavalcato anche lui che era lì da un'oretta. Ci siamo messi a scambiare quattro chiacchiere, niente di più, in realtà. Gli ho chiesto come stessero i suoi figli (tutto ok), e forse un po' dentro me speravo che mi chiedesse "chi è lei?", ma non l'ha fatto. Ho preso le pizze, l'ho salutato e mentre tornavamo in macchina, le ho detto "ecco, vedi? Quello che è successo è una cazzata. Ma puoi stare tranquilla che me ne ricorderò per tutta la vita".
Poi è seguita una serata con gli amici, che abbiamo salutato all'una e mezza ma se sono qui alle cinque del mattino è perchè dopo la serata non è finita, anzi. Subsonica in sottofondo, tanto cibo come contorno e tantissime belle (e meno belle, ma importanti) parole dappertutto.
Con i vetri della macchina che ad un certo punto hanno misteriosamente smesso da soli di appannarsi, senza nessun incontro ravvicinato del terzo tipo (per fortuna) e con quello strano discorso su la donna della tua vita.
Chissà chi è, vorrei proprio saperlo.
Avevo scelto quella pizzeria per puro desiderio di emulazione. Ad una serata estiva tra zii e cugini, infatti, lo zio Antonio, che era l'unico zio che abitava lì in campagna, aveva deciso di prendere le pizze alla "piazzetta", una pizzeria a Piano Tremestieri. Mi piacquero e mi ripromisi di tornarci.
Nel corso degli anni, poi, io e gli SQUOT utilizzammo la casa in campagna come luogo di ritrovo serale, e spesso capitava che prendessimo le pizze. In quel caso ero categorico: "le pizze si prendono lì".
E così il pomeriggio partiva il tam tam di messaggi e poi toccava a me telefonare in pizzeria per prenotarle; la sera, poi, andavo ad aprire casa per gli amici e nel frattempo andavo con qualcuno, o qualcuna, a prendere le pizze. Quella sera incontrai anche Gaetano, uno dei due figli dello zio Antonio, e fu sorprendente trovarci lì, dopo chissà quanti anni dall'ultima volta.

Quella pizzeria è l'unico posto della mia vita in cui mi abbiano riconosciuto chiamandomi per nome, come "avventore abituale". A volte c'era parecchio da attendere nonostante la prenotazione pomeridiana, e così stavo in macchina se faceva freddo o sulla panchina della piazza se faceva caldo, sempre in compagnia di qualcuno.

Non vado lì da anni. Capita che ci passi davanti, in bici in occasione delle mie scalate vulcaniche o in macchina se esco con Ale, ma non ci entro da anni. Ci sono andato alcune volte anche quando mi ero già trasferito a Padova, in occasione di rimpatriate con gli SQUOT, ma adesso queste rimpatriate sono sempre più rare e vengono giustamente organizzate in case ben più "comode": prima quella era l'unica casa senza genitori, adesso tutti vivono in case senza genitori e in alcuni casi sono diventati genitori essi stessi.
Resta un ricordo di anni splendidi e spensierati, un ricordo così vivido che se incontrassi il "signor Terranova", cioè il cassiere e risponditore al telefono, lo riconoscerei senza dubbio. E poi sì, di quella sera e dell'incontro fortuito me ne ricordo benissimo a distanza di dieci anni. Chissà se se ne ricorda anche chi era con me, anche se non ci parliamo da tantissimi anni.
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Predefinito Prima che a tutti torni il buonsenso...

Circa un anno fa scrivevo su queste pagine di come mi sentissi spaventato per una prova che dovevo superare.

Era la vigilia del mio lavoro in sala operatoria. Niente di che, mi si potrebbe obiettare...invece avevo paura, le incognite erano davvero tante. [La mia vita aveva già attraversato un paio di cambiamenti un po' drastici, ancora: niente di che. Ma non mi sentivo in gran forma.] E poi non mi ero mai abituato al mio lavoro, l'ingresso in Ospedale aveva se possibile peggiorato le cose.

Quindi entrare in sala operatoria era un po' l'ultima spiaggia: sennò mi toccava cercare un altro lavoro, suppongo.
Non vi dico che è stata facile, non vi dico che è una cosa acquisita (c'è mai qualcosa di acquisito?). Ma insomma, mentre vi scrivo sono ora l'Oss della Sala di Chirurgia Vascolare dell'Ospedale della mia città.

Il pericolo è il mio mestiere

Le incognite erano tante. Intanto, sarei svenuto alla vista del sangue? Mi avrebbe fatto impressione l'odore di carne bruciata? (ma non vi tedierò con altri particolari) Soprattutto: dove avrei reperito il senso pratico che mi aveva sempre fatto difetto?
E insomma è stato un anno difficile, non solo sono caduto ma qualche volta ho davvero pensato che non mi sarei rialzato. [E vabbé che sono lamentoso, ma un paio di botte son state forti.] Tipo quando i miei capi mi hanno sostanzialmente consigliato di tornare in reparto, che quel lavoro non faceva per me. O poco dopo, quando mi sono state negate delle ferie, e avevo pensato io di andarmene, ché ho dovuto aspettare 6 mesi tra due periodi di ferie. [E in quelle precedenti, sia detto per giustizia, avevo attraversato l'Inghilterra del Nord lungo il Vallo di Adriano: <3 ]

Ma insomma a un certo punto una persona ha pensato di puntare su di me, su quello che era considerato all'epoca un cavallo perdente, e io ho provato a impegnarmi, e poi qualche altro collega ha cominciato a trovarmi simpatico, e io ho fatto quelle famose ferie [con mio fratello che mi riportava in una falesia], e qualche mio collega è arrivato a dire che avevo lavorato bene.

Ringraziamenti alla cazzo

Ringrazio i musicisti i cui concerti hanno spesso spazzato via un sacco di brutti pensieri: i Messa (disco dell'anno per me!), gli OvO, ringrazio Elena e Max per la loro musica e la loro amicizia, ringrazio Miss Vidonis per aver ascoltato uno sfogo in particolare.
Ringrazio la persona che ha deciso di puntare su di me.

Ora comincio a pensare che forse ero troppo preoccupato, che forse non era un compito impossibile, eccetera. Chi può dirlo? Se avete trovato questo racconto interessante, segnatevi questa frase: era un piccolo passo per l'umanità, ma un grande passo per Michele. Come del resto "le trasformazioni le nostre New York interiori", o quelle vere, e anche il corso di giornalismo a Roma (e tornare tre giorni a Milano dopo tanto tempo).
Vabbé, siete stati stancati da me, è tempo che io mi allontani verso Consigliami Una Canzone o chissà come si chiama l'altro thread in cui di solito scrivo.
Saluto con affetto le persone che mi conoscono, ma in definitiva statemi bene tutti! perlopiù sapete dove trovarmi,

Michele.

P.s. Ciao a tutti gli amici di "Chiacchiere da Webbar"!
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19.06.00 PEARL JAM, LJUBLJANA (SLO) 22.06.06 TOOL, BOLOGNA 16.09.06 PEARL JAM, VERONA 16.11.06 TOOL, JESOLO (VE) 02.09.07 NINE INCH NAILS (e TOOL), BOLOGNA JOVANOTTI SAFARI TOUR 2008 06.07.10 PEARL JAM (e BEN HARPER), VENEZIA 02.08.11 AFTERHOURS, SPILIMBERGO (PN) 03.09.11 GUCCINI (#9) 02.03.12 TEATRO DEGLI ORRORI, DEPOSITO GIORDANI (PN) 11.06.12 BRUCE SPRINGSTEEN, STADIO ROCCO (TS) 25.06.12 CHRIS CORNELL, CASTELLO DI UDINE 26.09.12 RADIOHEAD, VILLA MANIN (UD)
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Da quando sono rientrato in ufficio dopo la pausa pranzo la mia collega Alessia, che detiene il potere della scelta della musica, ha deciso di ascoltare gli U2.
Io non li ho mai ascoltati nella mia vita ma il loro nome, più che la loro musica, mi ricorda una persona in particolare. Una delle pochissime di cui sono rimasti segni tangibili dopo l'ultimo fine settimana.

Stasera lo racconto, a costo di scrivere il post più prolisso della storia.
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