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Vecchio 21-10-2017, 18.32.12
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Predefinito Harvey Weinstein

Io devo essermi perso qualcosa. Sta facendo scalpore che un produttore di Hollywood sia un mezzo maniaco sessuale. Davvero è una cosa che succede così di rado che ne sta parlando tutto il mondo? In cinema e tv non era quasi obbligatorio fare certe cose per essere presi? Asia Argento credo sia una delle persone con meno personalità nell'universo. Attrice negata. Quando ha doppiato se stessa facendo una parlata russa mi ha fatto letteralmente schifo. Più schifo della seconda persona più antipatica del mondo a cui hanno fatto doppiare un drago: Ilaria D'amico. Quindi perchè una così dovrebbe essere scelta per fare un film in america? C'è qualcosa che mi sfugge. La violenza sulle donne è una cosa orribile. Credo meriti pene più severe. E certe. Ma qui mi sembra stia venendo fuori un bel po' di ipocrisia da parte di un bel po' di gente. Compreso Tarantino.
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Vecchio 22-10-2017, 10.59.47
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Chi è Tom Barrack, il miliardario appassionato di mele marce che vuole la società di Weinstein

E' l'unico vero vincitore dello scandalo di Hollywood, cui Weinstein ha (s?)venduto la sua società. Figlio di un fruttivendolo libanese, grande sostenitore di Trump, appassionato di surf, polo e mele marce...

And the winner is… Thomas per gli amici Tom Barrack. Che potrà piazzare sulla mensola di casa ben 81 Oscar e 341 nomination, quelle che la Weinstein Company ha conquistato negli ultimi dodici anni. Se dovesse tenere il discorso di ringraziamento sul palco, Tom non potrebbe che ringraziare, come tante celebrities in passato, lo stesso Harvey Weinstein. E’ stato grazie ai suoi eccessi e alle sue presunte molestie, venute fuori in modo provvidenziale, che oggi Tom può sfilargli la Weinstein Company a un prezzo ben inferiore rispetto agli 800 milioni di dollari cui era valutata l’anno scorso.

LO SCANDALO PROVVIDENZIALE
L’annuncio è arrivato lunedì 16, concordato assieme alla vecchia conoscenza del cinema italiano Tarak Ben Ammar, consigliere della Weinstein Company: Thomas e il suo fondo di private equity Colony Capital faranno una prima iniezione di capitale nella società e si prepareranno ad acquistarla tutta o in parte. Un colpo finanziario perfetto di Barrack, che arriva dopo quello politico messo a segno con l’elezione del suo amico Donald Trump. Già, perché l’uomo, a differenza del democratico Weinstein, è un repubblicano di ferro. E così, forte dell’amicizia col neouomo più potente del mondo, nel suo radar è finita quella Weinstein Company con cui già nel 2013 aveva concluso una partnership commerciale. La società, che valeva attorno agli 800 milioni, negli ultimi anni aveva perso parte del suo appeal. Il suo co-fondatore, Harvey Weinstein, aveva perso parte del suo appoggio politico a Washington, avendo scommesso sul cavallo sbagliato alle elezioni. La mela, però, era tutt’altro che marcia, e a quanto pare non ha neanche un dollaro di debito. Provvidenziale, agli inizi di ottobre è scoppiato lo scandalo sessuale, che ha infangato il nome del suo fondatore e fatto crollare il valore della sua creatura. È allora che Tom si è fatto avanti. Colpo di fortuna, dicono i più. Manovra ben congegnata, sussurrano i maligni. Di sicuro un buon fruttivendolo non riconosce solo la mela marcia. Sa indicarla ancora prima che marcirà e si prepara a prendersela.

FIGLIO DI UN FRUTTIVENDOLO
E Barrack ha sempre avuto il fiuto per le mele marce. Figlio di un fruttivendolo di origini libanesi immigrato a Los Angeles, ha imparato dal padre a distinguere la frutta e verdura buona da quella andata a male. Se il padre si teneva la prima e buttava la seconda, il figlio scartava la seconda e andava a cercarsi la prima. Per comprarla, sistemarla e rivenderla. «Cerco inefficienze», diceva: case in rovina, aziende indebitate e, perché no, società il cui fondatore è finito al bando in seguito al più grande scandalo che Hollywood ricordi.

SURF, PALESTRA E JET
Per uno che ha un estratto conto da un miliardo di euro e gestisce un portafoglio grande almeno 25 volte tanto, Barrack vive una vita piuttosto semplice: palestrato più di Gianluca Vacchi, padre di sei bambini, adora gonfiarsi in palestra, fare surf a Santa Monica e giocare a polo in giro per il mondo. Già perché Tom usa il jet come il taxi. Un asset formidabile per i suoi affari: «Se qualcuno mi chiama la domenica sera per fare colazione con me a Londra alle 8 del mattino dopo, io, a differenza dei miei avversari, ci vado eccome. E no, non soffro il jet lag».

LE NOTTI IN ARABIA
L’uomo, gli va dato atto, è un combattente. Grazie ai risparmi del padre fruttivendolo e della madre segretaria, si rotola prima nel fango delle mischie di rugby mentre frequenta l’Università della California, poi negli scontri a base di carte bollate grazie alla laurea in Legge. Fa la gavetta nello studio dell’avvocato personale del presidente Nixon. Poi, vola in Arabia Saudita per conto di un gigante edile cliente dello studio. E qui, piuttosto che sedersi dietro scrivania, allaccia i contatti a modo suo: si siede a terra, sui cuscini, dove ci rimane a gambe incrociate per 6-7 ore a notte a parlare con i suoi interlocutori. Apprende in fretta l’arabo, fa sua l’arte della contrattazione e inizia a giocare a squash con i principi sauditi. Furbo, metodico, instancabile, torna in America e fa fruttare quei contatti come vicesottogretario nel Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Reagan.

L’INDAGINE PER EVASIONE
Quand’è pronto, inizia la caccia delle mele marce per conto suo. Nel 1991 crea la Colony Capital, un fondo di private equity che presto raggranella soldi delle maggiori banche mondiali. Investe 200 milioni nell’immobiliare in Medio Oriente e il doppio in Germania, compra dall’Aga Khan gli alberghi di lusso lungo la Costa Smeralda. Nel 2012, li rivende a un fondo sovrano del Qatar per 680 milioni di euro, senza pagare un euro di tasse. Paga all’Agenzia dell’entrate 23 milioni per sanare la sua posizione, ma non basta. Dal febbraio scorso, è indagato per evasione dalla Procura di Tempio Pausania assieme a 22 persone.

L’OCCHIO SU HOLLYWOOD
E quando anche l’immobiliare inizia a essere «ben gestito», va altrove a «cercare nuove inefficienze». Compra il Paris Saint Germain, ovviamente per costruirci attorno allo stadio («Solo così si possono fare soldi col calcio»). Perde un miliardo dopo il fallimento degli Station Casinos di Las Vegas e sbarca nel cinema. Acquista per 600 milioni quella Miramax fondata dal genio di Harwey Weinstein, per poi rivenderla ai qatarioti. Perché, parole sue, il settore delle celebrities è «molto mal gestito. Ma può generare enormi quantità di cash. Il problema sta nella distribuzione, è quello il nodo da sciogliere. È come stare al mercato con diversi banconi per la frutta e la verdura, non si deve sbagliare il posizionamento. Come figlio di un fruttivendolo me ne intendo».

MICHAEL JACKSON
Nel 2008, chiamato da un amico comune, raggiunge nel suo ranch Michael Jackson, ormai incapace di sostenere economicamente la sua Neverland. Si offre di coprirgli il debito di 23 milioni. In cambio, chiede solo i diritti per l’intrattenimento serale del parco. Due anni dopo fa lo stesso con la fotografa delle star Annie Leibovitz, in difficoltà finanziarie. Lui le dà 24 milioni, lei le offre la cogestione dei diritti delle sue foto.

L’AMICIZIA CON TRUMP
Nella sua America, però, Barrack si spende anche politicamente. E quando l’amico Donald Trump, conosciuto trent’anni prima durante un’affare immobiliare, annuncia la sua discesa in campo, lui si precipita in suo soccorso e a suo modo: portandogli una valanga di soldi. Thomas crea il super Pac Rebuilding America Now, e guida un gurppo di investitori che raccolgono quasi 100 milioni di dollari. Molti di più di quelli versati dalla sua nemesi Weinstein al partito democratico. E così, se quest’ultimo sente ogni appoggio politico venire meno in seguito alla sconfitta di Clinton, lui, Tom, stappa champagne e si gode la nomina di Presidente del Comitato inaugurale. Nella notte della nomina presidenziale, è l’ultimo a parlarem prima che sul palco salgano Ivanka e Donald Trump. «Farei tutto quello che Donald mi chiederebbe», dice Barrack in uno slancio di fedeltà. Tutto pronto per la politica? Macché. Thomas continua i suoi affari e punta dritto verso la Weinstein Company. Adesso tocca a lui risollevare la società in crisi. Dove prendere un’altra mela marcia e rivenderla, come solo lui sa fare.

https://www.vanityfair.it/news/stori...colony-capital
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Vecchio 22-10-2017, 11.01.14
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Capito Bastiano?
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Vecchio 22-10-2017, 15.59.34
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Dopo controllo che non sia anche il responsabile delle scie chimiche sto Tom...comunque si spiegherebbero un po di cose. Pensavo che avrei trovato un post di "insulti" quando ho visto che avevi scritto...
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Vecchio 22-10-2017, 22.48.41
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Pensavo che avrei trovato un post di "insulti" quando ho visto che avevi scritto...


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Vecchio 06-12-2017, 09.46.56
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Magari sono provvidenziali e stanno uscendo tutte insieme ..ma per questo non dovevamo dirlo?oppure..visto che "per fare carriera " funziona così,continuiamo così?
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..perchè l'amore ti trasforma in ciò che sei, perchè l'amore traccia dei percorsi suoi, inconoscibili e misteriosi, perchè è l'amore che ci rende radiosi, stelle danzanti nella creazione, viva l'amore viva la rivoluzione..

..come un'anima che sale dentro mille paradisi..


..ognuno danza col suo demone..
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  #7  
Vecchio 14-10-2019, 22.08.48
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di Giuseppe Guastella
11 ott 2019

Molestie nel ciclismo femminile. L’atleta friulana, 25 anni, che ha vinto 20 titoli italiani su pista, rompe il silenzio


Ha conquistato 20 titoli italiani su pista, ma a un passo dalle Olimpiadi di Tokyo Maila Andreotti, 25 anni, abbandona il Keirin per ritirarsi dopo 17 anni di attività (ha cominciato a 6). Fatica e sacrificio hanno temprato il carattere di questa ragazza friulana che è stata sentita dalla Procura della Federazione che indaga su episodi sconvenienti nel mondo del ciclismo.

Lei è la numero uno in Italia.
«Lo ero, anche se non bastava essere la più forte».

Perché?
«Vorrei saperlo anche io».

Cosa è successo?
«Maggio 2012, avevo 16 anni. Ai pre campionati europei juniores e under 23 in Portogallo c’erano nuovi tecnici e massaggiatori. Ebbi la sensazione che Dino Salvoldi (il commissario tecnico della nazionale, ndr) trattasse le ragazze in modo diverso. Con me era professionale, con qualcuna molto più aperto».

E allora?
«Il marcio l’ho visto la prima volta che ho incontrato un certo massaggiatore. Mi faceva domande strane, faceva battute un po’ spinte, entrava nella mia camera senza bussare e mi diceva “spogliati” prima dei massaggi».

E lei si è spogliata?
«Sono rimasta in maglia e slip».

Con i massaggiatori non si fa così?
«No. E comunque, proprio perché lui era un uomo e io una ragazzina, avrebbe dovuto avere più tatto. Un massaggiatore normalmente entra, ti mette un asciugamano addosso e ti massaggia. Lui stava a guardarmi mentre mi spogliavo. Mi sono sentita a disagio».

Può essere solo scarsa professionalità.
«No, e l’ho capito quando mi ha massaggiato solo il sedere. Mi sono lamentata con il mio allenatore dicendo che volevo l’altro massaggiatore».

Non c’era una massaggiatrice?
«No, nonostante alcune ragazze l’abbiano chiesto. Finita la trasferta in Portogallo, mi è stato fatto sapere che avrei dovuto farmi andare bene anche le cose che non andavano. Sono stata lasciata a casa dalla nazionale per due anni».

Cosa le fa pensare che non l’abbia fatto perché i suoi risultati non erano buoni?
«I risultati li avevo. Era l’unico a non voler investire sulla mia specialità e su di me».

Salvoldi ha avuto atteggiamenti sconvenienti?
«Diceva: “Lascia la porta della camera aperta”. E lui entrava in qualsiasi momento, che tu fossi vestita o no».

Anche altre atlete si sono lamentate per lo stesso motivo?
«Tra di noi, più e più volte. Ma nessuna ha voluto dirlo all’esterno».

Sarà sconveniente, ma non sono vere e proprie molestie.
«Io fisicamente da Salvoldi non sono mai stata molestata. Le ragazze che hanno avuto rapporti con lui erano tutte consenzienti. Io sollevo la questione psicologica, non fisica. Certe cose non vanno bene a priori».

Cosa sa di altro?
«Quello che era alla luce del giorno, e cioè che ha avuto relazioni con alcune atlete».

Normali rapporti sentimentali, dunque.
«Chiunque può innamorarsi, non è questo il problema. Lo diventa quando cominci a favorire chi è legata a te. Nel caso di una di loro, che non mi riguardava perché facevamo specialità diverse, ricordo ragazze che piangevano perché venivano lasciate da parte per una che non era la più forte. Tante hanno smesso per questo».

C’erano anche altre atlete?
«Sì, scappatelle. Non ho visto con i miei occhi, erano chiacchiere tra noi ragazze».

Sa di costrizioni?
«Non si tratta di costrizioni. Sono molestie psicologiche, ti metteva in condizione di annullare te stessa».

Non poteva essere una strategia tecnica?
«Non così. Puoi spronarmi, puoi correggere i miei errori anche in maniera severa, e io voglio un allenatore che mi dica quando sbaglio e perché. Però certe offese, tipo “sei una cicciona, devi dimagrire”, “non vali niente”, non possono essere ammesse. Ha fatto di tutto per portarmi alla decisione di lasciare il ciclismo. L’avevo presa prima che scoppiasse questo putiferio».

Eppure Salvoldi è il tecnico italiano più medagliato.
«Non nella mia specialità. Se lui in tutti questi anni ha tenuto un comportamento che non è consono per un tecnico della nazionale è perché nessuno gli ha mai detto che era sbagliato».

Il presidente della Fci, Renato Di Rocco, ha detto che c’è una email per denunciare in modo anonimo...
«Ne ho sentito parlare solo in questi giorni. Nessuno ci ha mai invitato a denunciare».

Ha detto queste cose in Federazione?
«No. Non ho avuto modo di farlo. Tutto si è svolto molto sbrigativamente e in un clima che non ho percepito a me favorevole. Avrei voluto parlare di bullismo e di violenza psicologica».

Che cosa farà ora?
«A causa del ciclismo non mi sono diplomata. Ora faccio l’ultimo anno del liceo. Devo riorganizzare la mia vita».

Un sogno?
«Le Olimpiadi di Tokyo 2020. Resterà tale».

Potrebbe ripensarci?
«Con una federazione che mi rema contro, che ha usato le qualificazioni internazionali che ho ottenuto con la mia società per iscrivere altre atlete non ci penso proprio».

Dopo il diploma?
«Vorrei entrare in Polizia. Averi potuto farlo con i risultati sportivi, vorrà dire che farò il concorso».


https://milano.corriere.it/notizie/c...tml?refresh_ce
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Vecchio 14-10-2019, 22.17.45
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Perché in Italia parlare di violenza e molestie sessuali è dannatamente difficile

14 Ottobre 2019

Claudia Torrisi

(1)


Venerdì mattina sul Corriere della Sera è stata pubblicata un’intervista a Maila Andreotti, ciclista 25enne, vincitrice di 20 titoli italiani su pista, che recentemente ha abbandonato la nazionale dopo aver parlato di casi di molestie sessuali e psicologiche nel mondo del ciclismo.

Leggendola, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un interrogatorio: tra le domande rivolte all'atleta dal giornalista ci sono insinuazioni, commenti e affermazioni volte a sminuire quanto raccontato. È rappresentativa di come in Italia parlare apertamente di molestie sessuali sia dannatamente difficile. E del perché molte donne decidano di tacere.

Alcuni passaggi:

«Il marcio l’ho visto la prima volta che ho incontrato un certo massaggiatore. Mi faceva domande strane, faceva battute un po’ spinte, entrava nella mia camera senza bussare e mi diceva “spogliati” prima dei massaggi».
E lei si è spogliata?
«Sono rimasta in maglia e slip».
Con i massaggiatori non si fa così?
«No. E comunque, proprio perché lui era un uomo e io una ragazzina, avrebbe dovuto avere più tatto. Un massaggiatore normalmente entra, ti mette un asciugamano addosso e ti massaggia. Lui stava a guardarmi mentre mi spogliavo. Mi sono sentita a disagio».
Può essere solo scarsa professionalità.
«No, e l’ho capito quando mi ha massaggiato solo il sedere».
Sei sicura che è una molestia? Non è che stai esagerando? Qui il giornalista si fa portavoce della convinzione radicata nel senso comune italiano per cui se non ti blocca i polsi, non ti strappa i vestiti o ti estorce contatti non richiesti non si possa parlare di violenza, figuriamoci di molestie sessuali. E quindi il racconto viene derubricato: non molestie, ma "scarsa professionalità".

«Mi sono lamentata con il mio allenatore dicendo che volevo l’altro massaggiatore».
Non c’era una massaggiatrice?
«No, nonostante alcune ragazze l’abbiano chiesto. Finita la trasferta in Portogallo, mi è stato fatto sapere che avrei dovuto farmi andare bene anche le cose che non andavano. Sono stata lasciata a casa dalla nazionale per due anni».
Cosa le fa pensare che non l’abbia fatto perché i suoi risultati non erano buoni?
«I risultati li avevo. Era l’unico a non voler investire sulla mia specialità e su di me».
L’insinuazione: non è che non eri abbastanza brava? Non è che ora parli per vendicarti?

Salvoldi ha avuto atteggiamenti sconvenienti?
«Diceva: “Lascia la porta della camera aperta”. E lui entrava in qualsiasi momento, che tu fossi vestita o no».
Anche altre atlete si sono lamentate per lo stesso motivo?
«Tra di noi, più e più volte. Ma nessuna ha voluto dirlo all’esterno».
Sarà sconveniente, ma non sono vere e proprie molestie.
«Io fisicamente da Salvoldi non sono mai stata molestata. Le ragazze che hanno avuto rapporti con lui erano tutte consenzienti. Io sollevo la questione psicologica, non fisica. Certe cose non vanno bene a priori».
Sarà sconveniente, ma non sono molestie. Alle donne viene sempre spiegato cosa è molestia sessuale e cosa non lo è, per cosa dovrebbero alzare la voce, nonostante lo provino sulla propria pelle.

Successivamente Andreotti parla delle relazioni che il tecnico avrebbe intrattenuto con altre atlete, favorendole rispetto alle altre. «Ricordo ragazze che piangevano perché venivano lasciate da parte per una che non era la più forte. Tante hanno smesso per questo». Rapporti che non erano costrizioni, ma che la ciclista definisce «molestie psicologiche, ti metteva in condizione di annullare te stessa».

La risposta è ancora una volta sminuire: "Non poteva essere una strategia tecnica?"

Andreotti ha risposto a tono a tutte le domande e insinuazioni fatte dal giornalista del Corriere della Sera, riportando il piano sulla questione centrale. Ma un'intervista del genere è inaccettabile.

I Comitati Pari Opportunità di Fnsi, Usigrai e l’associazione Giulia Giornaliste ne hanno denunciato la contrarietà al Manifesto di Venezia per una corretta informazione sulla violenza sulle donne, sottolineando "il linguaggio sessista, il tono provocatorio e insinuante, l'approccio denigratorio nei confronti dell'intervistata e di tutte coloro che quotidianamente subiscono violenza, fisica e psicologica, hanno il coraggio di denunciare e finiscono per passare da vittime a bersagli di ulteriore violenza".

In Italia secondo i dati Istat, solo 0,7% delle donne che subiscono molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro presenta denuncia. La maggior parte non ne fa menzione nemmeno in famiglia o nella cerchia più ristretta. Il timore è quello di essere giudicate, di vedere la propria testimonianza messa in discussione: dai funzionari di polizia, dai giudici, dall’opinione pubblica, dai giornali. Le donne questo lo sanno, e si evitano il disturbo. Una situazione che sarà difficile che cambi finché i media continueranno a perpetuare le sesse dinamiche sessiste che giustificano chi commette molestie o violenze e mettono sotto torchio chi racconta di averle subite.

Secondo la denuncia delle giornaliste "c'è una catena, anche nell'informazione, che avalla il metodo di mettere sotto accusa chi ha il coraggio di accusare. Questo non è un modo di informare".

Esattamente due anni fa, a ottobre 2017, negli Stati Uniti scoppiava il "caso Weinstein", e il mondo intero iniziava a parlare seriamente di molestie sessuali sul luogo di lavoro. Usando l’hashtag #MeToo – o le diverse variazioni in ogni paese – le donne hanno iniziato a condividere pubblicamente le loro storie, a puntare il dito contro gli abusi di potere, a far emergere molestie e ricatti, fisici o anche solo psicologici. Ne è nata una conversazione globale, che dal mondo del cinema si è allargata a diversi campi, compreso quello del giornalismo.

In Italia la discussione internazionale sulle molestie è stata catalogata dall’opinione pubblica come gossip e chiacchiericcio. Lo sforzo collettivo di tante donne di parlare di quello che tutti sanno ma nessuno dice è stato trattato come un’allucinazione collettiva, i pochi casi emersi e le denunce presentate come tentativi di “caccia alle streghe”.

Il giornalismo ha una grossa responsabilità. Nell’incapacità di aprire un confronto su quello che succede all’interno delle redazioni – in un mondo dove, riporta Agcom nella seconda edizione dell'Osservatorio sul giornalismo, "solo il 3,9% delle donne dipendenti è riconducibile a una posizione di vertice (nei ruoli di Direttore, Vice–Direttore o Condirettore), a fronte del 14,2% degli uomini" e, secondo un'indagine della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) dello scorso aprile, "l'85% delle giornaliste dipendenti nei media (esclusi i periodici) ha dichiarato di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale" – la copertura media dell’argomento non è stata mai incentrata sui presunti molestatori, ma sulle (poche) donne che hanno parlato: hanno denunciato? Perché non hanno denunciato? Hanno le prove? E perché poi gli ha mandato un messaggio? L’intervista a Maila Andreotti si inserisce in questo filone.


https://www.valigiablu.it/intervista...tie-andreotti/
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Ultima modifica di hime* : 14-10-2019 alle ore 22.21.42
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Perché in Italia parlare di violenza e molestie sessuali è dannatamente difficile

14 Ottobre 2019

Claudia Torrisi

(2)

Il problema, comunque, non riguarda solo le molestie, ma come viene trattata sui media la violenza sulle donne in generale. Se da una parte ci sono le narrazioni distorte sul femminicidio – come il “gigante buono” che ha ucciso Elisa Pomarelli – dall’altra c’è una questione enorme che riguarda le sopravvissute, rivittimizzate, esposte, quando non offese.

Qualche settimana fa Bruno Vespa ha intervistato in studio a Porta a Porta Lucia Panigalli, una donna scampata per due volte a un tentativo di femminicidio da parte dell’ex compagno – prima personalmente e poi per mezzo di un sicario. Per questo secondo episodio, l’uomo è stato assolto, e ora Panigalli è sotto scorta e teme per la sua vita.

Per tutta la durata dell’intervista le paure della donna vengono minimizzate, mentre viene ripetuta più volte la parola “amore” associata all’agire dell’uomo, nonostante lei avesse chiesto di non farlo.

Il conduttore ha pronunciato frasi come «lei è fortunata perché è sopravvissuta mentre molte donne vengono uccise», ha definito i 18 mesi di relazione con l’uomo che ha tentato di ucciderla «un bel flirtino», e affermato che questo era «così innamorato di lei» da pensare «finché morte non ci separi». In conclusione ha sentenziato che comunque se «avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa».

Dopo la trasmissione la donna ha dichiarato che nell’immediato non era riuscita «a capire cosa l'avesse «tanto infastidita. E solo in seguito ho realizzato che non mi sono state poste le domande che mi aspettavo dopo i lunghi colloqui con la redazione. Viceversa mi è stato chiesto di rivivere le fasi più truci dell’aggressione subita, senza quasi darmi modo di spiegare il motivo vero per cui mi trovavo in quello studio e senza che si cogliesse l’estrema drammaticità di quanto patito».

L’amministratore delegato della Rai ha condiviso le critiche all’intervista, mentre la Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei giornalisti ha annunciato l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di Vespa. Quest'ultimo, invece, si è limitato a dire nella trasmissione successiva «se noi abbiamo offeso la sensibilità di qualcuno ci scusiamo». Quel "qualcuno", però, era la donna che gli era stata seduta di fronte, nonché tutte quelle che vivono o hanno vissuto situazioni di abusi.

Esistono linee guida e strumenti a disposizione dei giornalisti per parlare di violenza domestica o sessuale e condurre interviste a sopravvissute, che sono un lavoro delicatissimo. Quando ci si occupa di questi temi bisogna sapere di cosa si sta parlando: intervistare una donna che ha subito una violenza sessuale o una molestia, ad esempio, non è come fare domande a una persona che è stata derubata o come incalzare un politico. Non basta essere intervistatori navigati, esperti di giudiziaria o diritto penale se non si conoscono dinamiche e squilibri di genere, se non si approfondiscono le radici del fenomeno della violenza sulle donne e le conseguenze in cui incorrono coloro che denunciano un abuso, a qualsiasi livello. Non si tratta solo di applicare regole, ma di sviluppare una certa sensibilità – anche quella serve per fare buon giornalismo - per declinare linee guida e consigli, per porsi e porre le giuste domande. Altrimenti il rischio è diventare amplificatori della cultura sessista che giustifica gli abusanti e punta il dito verso chi l'abuso l'ha subito.

Le donne non vengono credute, le loro testimonianze vengono sminuite, ridicolizzate ogni giorno. I media dovrebbero contribuire a creare uno spazio dove possano essere raccontate senza essere trasformate in interrogatori o brutti romanzi noir: affidando la copertura di questi argomenti a giornalisti preparati su temi come violenza e molestie, facendo attenzione al linguaggio, alle suggestioni che vengono sollecitate, a dare un’informazione corretta e rispettosa della persona che ha subito abusi. Se davvero riteniamo che la violenza sulle donne sia un'emergenza, questa discussione dovrebbe essere costante nelle redazioni.
Si avvicina il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, e come ogni anno televisioni e giornali si riempiranno di dati su femminicidi, appelli e spot. Ma finché si faranno grancassa del meccanismo perverso che rivittimizza le donne e le spinge verso il silenzio, tutto questo sarà perfettamente inutile.


https://www.valigiablu.it/intervista...tie-andreotti/
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Ultima modifica di hime* : 14-10-2019 alle ore 22.22.29
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  #10  
Vecchio 15-10-2019, 23.20.23
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Forse l'ho già scritto da qualche parte. Mentre dei in giro con collega abbiamo visto una ragazza con le cuffie in un posto in po ' imboccato. Gli dico qualcosa tipo "se ti avvicini alle spalle non se ne accorge nemmeno". Per far capire che è pericoloso isolarsi così. "Si ma poi ti denuncia" . Sono tanti così.
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  #11  
Vecchio 15-10-2019, 23.21.30
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Tablet e mancanza di occhiali hanno fatto un po'di danni
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Vecchio 18-10-2019, 23.33.55
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In effetti scritto così per me è difficile da interpretare. Chiedo perdono
così come?
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  #13  
Vecchio 19-10-2019, 07.41.55
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Si, puoi farlo perché é facile. Ma lei poi ti denuncia. Per questo non é da fare.
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  #14  
Vecchio 22-10-2019, 22.40.43
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Originalmente inviato da Bastiano Visualizza messaggio
Si, puoi farlo perché é facile. Ma lei poi ti denuncia. Per questo non é da fare.
Già, come ragionerebbe un ladro. Come se quella persona fosse una semplice “cosa” incustodita trovata per strada.
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