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  #8001  
Vecchio 11-09-2019, 00.46.15
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Predefinito 8000

Quello che ho appena scritto è il post 8000 di Carta Azzurra (per favore, cari utenti, non chiedete di essere cancellati sennò sballa tutto).

Nel 1000 riportavo il testo di una canzone degli 883.
Nel 2000 facevo delle previsioni parzialmente azzeccate sul futuro.
Nel 3000 lè metteva un video della sua band preferita.
Nel 4000 Fra mi faceva un bellissimo augurio in parole e musica.
Nel 5000 Simo311 scriveva un buffo e bellissimo pensiero in rima.
Nel 6000, accorgendomi della ricorrenza, scrivevo un "saggio" sulla evoluzione del me forumista e del forum in generale.
Nel 7000 parlavo del "potere salvifico della scrittura" su queste pagine azzurre.

Sono otto esempi a caso, ma perfettamente rappresentative di questa meraviglia che è il forum soleluna e che, nel suo piccolo, è carta azzurra.

(post scritto ascoltando This Is Not A Safe Place dei Ride)
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Ultima modifica di gabo86 : 11-09-2019 alle ore 14.58.50
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Vecchio 12-09-2019, 03.25.30
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Predefinito "io non ho paura dei sogni ma i sogni mi sfidano", scriveva Benni

Più di ogni altra cosa o persona, a mettermi davanti la cruda verità a costo di farmi stare male o farmi passare un'intera giornata a rimuginare sui perché e i percome del mio modo di essere è il mio inconscio, di notte o ancora meglio di mattina presto.
Perché, come cantava Raf, quando qualcosa si infila in un sogno del mattino, poi lo si porta con sé tutto il giorno. Anche se sarebbe meglio farne a meno.

(post scritto ascoltando This Is Not A Safe Place dei Ride)
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Vecchio 12-09-2019, 11.15.22
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Predefinito una luttuosa e necessaria premessa al prossimo post

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Vecchio 14-09-2019, 01.37.28
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Predefinito

Citazione:
Originalmente inviato da gabo86 Visualizza messaggio
Quello che ho appena scritto è il post 8000 di Carta Azzurra (per favore, cari utenti, non chiedete di essere cancellati sennò sballa tutto).

Nel 1000 riportavo il testo di una canzone degli 883.
Nel 2000 facevo delle previsioni parzialmente azzeccate sul futuro.
Nel 3000 lè metteva un video della sua band preferita.
Nel 4000 Fra mi faceva un bellissimo augurio in parole e musica.
Nel 5000 Simo311 scriveva un buffo e bellissimo pensiero in rima.
Nel 6000, accorgendomi della ricorrenza, scrivevo un "saggio" sulla evoluzione del me forumista e del forum in generale.
Nel 7000 parlavo del "potere salvifico della scrittura" su queste pagine azzurre.

Sono otto esempi a caso, ma perfettamente rappresentative di questa meraviglia che è il forum soleluna e che, nel suo piccolo, è carta azzurra.

(post scritto ascoltando This Is Not A Safe Place dei Ride)
Il post più bello in assoluto è il #2
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Vecchio 14-09-2019, 01.59.24
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Predefinito un consesso di morti/1

Lo scorso 7 agosto è morto David Berman. La notizia è passata abbastanza inosservata: qualche riga sul sito di Repubblica, un articolo di circostanza su Rockol, altrettanto su Ondarock. Non ero neanche sicuro che fosse "quel" david Berman, ma mi è bastata una rapida scorsa per capire che sì, era lui.
David Berman era morto, quindi. Nel giro di poche ore sapevo cos'avrei fatto: scrivere un post sulla sua morte, sul suo impatto su di me e sulla differenza di impatto con la morte di Mark Linkous. Poi sono passati dei giorni, ho scritto altro e me ne sono quasi dimenticato. L'altroieri è morto Daniel Johnston, e allora eccolo qui il post che avrei voluto scrivere, integrato con la notizia più recente.

Verso la metà degli anni '00 diventai ossessionato con i primi (e fino ad allora unici) film di Marco Ponti, Santa Maradona e A/R Andata E Ritorno. Avevano molte cose in comune: il regista, l'ambientazione torinese, molti attori e soprattutto gli autori della colonna sonora, ovvero i Motel Connection. Erano stati loro a farmi conoscere quei film, o anzi, era stato il loro cantante, Samuel, che era ed è anche e soprattutto il cantante dei Subsonica, motivo per cui ho visto i film. Sono due film straordinari (che non vedo da una decina d'anni) con due colonne sonore ancora più straordinarie. E più straordinaria di tutto il resto, se vogliamo, è una canzone della colonna sonora di A/R Andata E Ritorno, che si sente durante il menu del dvd e nella scena finale: si chiama Frequent Flyer ed è degli A Camp.

Un passo indietro, un altro: esistono gruppi che sono considerati una "one hit wonder" o poco più, nonostante abbiano pubblicato diversi dischi con successo variabile. Uno di questi sono i Cardigans, che tutti, persino io fino a qualche anno fa, conoscono per My Favourite Game e soprattutto Erase/Rewind, canzoni tratte dall'album Gran Turismo del 1998. Ogni volta che le ascolto mi viene un'immagine ben precisa: casa di Ale a Catania, domenica a pranzo, guida al campionato e poi Crash Bandicoot sulla Playstation, più precisamente il livello ambientato nelle rovine, quello con i pipistrelli e le lucertole. Teoricamente il ricordo non prevede la presenza diretta della canzone (non ricordo di averla ascoltata proprio in quell'occasione, per intenderci), ma le due cose sono legate. Del resto il periodo era quello, quindi il legame è possibile.
A parte quelle due canzoni, però, i Cardigans sono semisconosciuti. Ed è un peccato, perché l'estate di sei anni fa, dopo che rimandavo da qualche anno, ho iniziato ufficialmente ad ascoltarli e sono rapidamente diventati una delle mie band preferite.

Nella pausa seguita alla pubblicazione di Gran Turismo Nina Persson, la loro cantante, pubblicò un disco con un progetto parallelo, chiamato A Camp (come l'album d'esordio). La prima canzone di quel disco è proprio Frequent Flyer, poi inserita nella colonna sonora di Andata E Ritorno, ed è stata per anni una delle mie canzoni preferite: la confessione di una donna che chiede scusa al suo temporaneo uomo per avere solo uomini temporanei e per scappare dalle situazioni stabili. Non ho idea del perché abbia impiegato qualche anno prima di ascoltare il resto del disco, ma quando nel 2008 ascoltai A Camp, l'intero album, mi resi conto di avere nelle orecchie un capolavoro. A Camp è uno di quei dischi che non sono solo bellissimi ma mi ricordano qualcosa, come un segnalibro; a differenza di altri segnalibri, però, questo non è legato a nessuna persona, luogo o episodio in particolare. È semplicemente una testimonianza del fatto che ho vissuto, e non è poco.
Insomma, il disco degli A Camp è meraviglioso, lo è tuttora a più di dieci anni da quando l'ho scoperto. Tra le quattordici canzoni del disco c'erano alcune cover: una di queste, Walking The Cow (quella del post precedente), era originariamente di un certo Daniel Johnston.

L'anno dopo l'industria musicale venne scossa da una notizia più che altro buffa: era stato pubblicato un album, però il disco che lo conteneva era vuoto. Il disco era uscito a nome "Danger Mouse and Sparklehorse".
Danger Mouse è un produttore, noto ai più per essere metà degli Gnarks Barkley (quelli di Crazy, tormentone di tante estati fa) e ai meno per aver prodotto alcuni dischi fondamentali a cavallo tra gli anni '00 e '10: per me, in particolare, aveva prodotto il disco d'esordio dei The Good, The Bad & The Queen, capolavoro del 2007 (e mi sono quasi pentito di aver dato il Premio Disco Dell'Anno, per giunta alla prima edizione, a Da A Ad A di Morgan, quando col senno di poi e col mutare dei gusti quell'altro disco è molto più bello).
Sparklehorse, invece, sono "gli Sparklehorse", solo che sono un gruppo dietro cui c'è un solo autore e un unico musicista fisso, un po' come i Tiromancino che sono "l'estensione" di Federico Zampaglione, cambiando formazione in continuazione senza che nessun altro membro possa interferire con le decisioni del leader. Il leader degli Sparklehorse era Mark Linkous, un nome che non mi diceva niente. Eppure avrebbe dovuto: oltre ad aver pubblicato quattro album a nome suo, ne aveva prodotti due di altri artisti. Uno era di Daniel Johnston (quello di Walking The Cow), l'altro era proprio l'album d'esordio degli A Camp. Approfondii il suo ruolo nella produzione di quest'ultimo e mi resi conto che uno dei motivi per cui mi piaceva così tanto, oltre alla bellezza delle canzoni e della voce della cantante, era proprio la sua produzione.
Insomma, questo disco uscito a nome "Danger Mouse and Sparklehorse" non fu venduto davvero, o quantomeno, fu venduto "vuoto". Ogni canzone prevedeva la partecipazione di un altro cantante, e per motivi di diritti le case discografiche avevano bloccato la sua pubblicazione. Così i due decisero di mettere in vendita un cd vuoto, con tanto di copertina e libretto con i testi ma senza musica dentro. La musica era facilmente reperibile online: erano stati loro a renderla disponibile sulle piattaforme di scambio, in maniera illegale. Danger Mouse, del resto, non era nuovo all'illegalità: era salito alla ribalta pubblicando (sempre su internet per aggirare le leggi) il Grey Album, cioè un disco formato dalle basi musicali delle canzoni del White Album dei Beatles su cui era sovrapposto il rap del Black Album di Jay-Z.
Nel disco di Danger Mouse e degli Sparklehorse, intitolato Dark Night Of The Soul, c'erano alcuni artisti che si erano intrecciati o che si sarebbero intrecciati con la mia vita: i Flaming Lips, uno dei miei gruppi preferiti già da tre anni (tre anni prima che uscisse quel disco, intendo, quindi tredici anni fa in totale); Gruff Rhys, cantante dei Super Furry Animals, che avrei visto cantare dal vivo insieme ai Manic Street Preachers a Londra (lui senza il proprio gruppo, però) e poi a Bologna sempre da solo (ma nel frattempo avevo scoperto la sua musica e soprattutto quella della sua band) e poi a Swansea, finalmente con tutti i Super Furry Animals, aprendo uno spettacolare concerto dei Manic Street Preachers; Nina Persson, cantante dei Cardigans e degli A Camp, che avrei visto anche lei al concerto londinese dei Manic Street Preachers e il cui gruppo, i Cardigans, avrei approfondito solo quattro anni dopo. Nina Persson, tra l'altro, aveva cantato due canzoni nel terzo album degli Sparklehorse.
Raccontai di Dark Night Of The Soul a Grazia durante il nostro viaggio a Londra, un paio di settimane dopo l'uscita del disco. Il disco mi piacque, ma ancora non bastava per farmi ascoltare gli Sparklehorse, nonostante gli ottimi elementi a loro (suo) favore.

(post scritto ascoltando Daydream Nation dei Sonic Youth)
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  #8006  
Vecchio 14-09-2019, 02.01.40
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Predefinito un consesso di morti/2

Il giorno di Natale, sei mesi dopo, Vic Chesnutt si suicidò. Vic Chesnutt era uno dei cantanti di Dark Night Of The Soul, ed era tetraplegico.

Nello stesso periodo avevo scoperto Go, una canzone originariamente di Daniel Johnston (sempre "quel" Daniel Johnston) interpretata dagli Sparklehorse e dai Flaming Lips, insieme. Le due band non erano per nulla estranee tra loro: Steven Drozd, polistrumentista dei Flaming lips, aveva partecipato al quarto album degli Sparklehorse, e tutti i Flaming Lips erano stati ospiti della prima canzone di Dark Night Of The Soul. La canzone mi piacque molto, la prima strofa (quella cantata da Mark Linkous) sembrava esprimere in seconda persona i sentimenti verso Veronica, che avevo appena conosciuto, e mi resi ancora più conto di quanto potessero potenzialmente piacermi gli Sparklehorse. Potenzialmente, però: ancora non mi decidevo.
Del resto quella non era l'unica cover di Daniel Johnston ad opera degli Sparklehorse: c'era già stata Walking The Cow (anche se lì Mark Linkous si era limitato a produrla, lasciando il resto a Nina Persson e ai suoi A Camp) e c'era stata Hey, Joe, pubblicata nel secondo album degli Sparklehorse.

Il 6 marzo del 2010, due mesi e mezzo dopo Vic Chesnutt, Mark Linkous si suicidò. Anche lui era tetraplegico.

Lessi della sua morte l'indomani mattina (era una domenica) e rimasi molto turbato. Non avevo mai ascoltato niente di veramente suo: adoravo un disco che lui aveva prodotto, me ne piaceva un altro a cui aveva contribuito per un terzo (il secondo terzo è di Danger Mouse ed il terzo terzo è dei vari cantanti che hanno collaborato) e mi piaceva una sua cover di un altro cantante assieme ad una band che adoravo, ma non sapevo altro. Mi comportai come il peggiore degli sciacalli: quel giorno presi i suoi dischi e iniziai ad ascoltarli, uno a settimana, in ordine cronologico. Mi piacquero moltissimo: era un rock estremamente depresso, forse il più depresso di sempre (o almeno della mia disco-teca), o forse ero soltanto influenzato dalla notizia del suo destino. Era come leggere un libro sapendo che alla fine il protagonista si suicida: ogni canzone trasudava disagio e incompatibilità con la vita. Col senno di poi, forse, ma era l'unico senno che potevo avere.

Nel giro di pochi mesi gli Sparklehorse sono diventate un'altra delle mie band preferite (sono tante, me ne rendo conto, ma sono "selezionatissime": di ognuna di loro conosco vita, miracoli e in qualche caso morte). Se Mark Linkous non si fosse suicidato, chissà, magari non li avrei mai scoperti. Nel frattempo, per la cronaca, le case discografiche si misero d'accordo per pubblicare postumamente Dark Night Of The Soul. Per alcuni fu una novità, ma io ce l'avevo già da un anno.

Questo è quello che avrei voluto scrivere dopo aver letto della morte di David Berman. Ho aggiunto qua e là qualche riferimento a Daniel Johnston che certamente non avrei fatto se avessi scritto il post subito dopo la morte di Berman, e sarà chiaro tra poco perché. Ma avrei voluto scrivere questo, sottolineando il fatto che per lui non avrei fatto come per Mark Linkous.

Stavo per farlo. O almeno, stavo per farlo prima che morisse. David Berman aveva pubblicato sei album con i Silver Jews, che sono un po' come gli Sparklehorse per Mark Linkous: un "gruppo" di cui lui è l'unico autore e l'unico membro fisso. Tra gli altri membri "variabili" dei Silver Jews c'erano alcuni membri dei Pavement, un'altra delle mie band, ed è il motivo per cui ho sentito parlare di lui/loro e ho pensato che, chissà, magari li avrei ascoltati un giorno o l'altro.

Quel giorno stava per arrivare, quest'anno. I Silver Jews s'erano "sciolti" nel 2008, o meglio, David Berman aveva deciso di smettere di fare musica per combattere il suo eterno nemico: suo padre, lobbysta nel campo delle armi e da lui considerato "contribuente al male del mondo". Smise di fare musica, sparì nel nulla. Quest'anno, però, David Berman è tornato con un nuovo progetto, i Purple Mountains, accolto da recensioni entusiastiche; per dire, su Metacritic, il sito che aggrega le recensioni e ne fa la media aritmetica, il disco ha un punteggio di 87, che è altissimo. Pensavo di ascoltare questo disco e, chissà, magari recuperare anche quelli della sua vecchia band. Tre giorni prima di partire col tour della sua nuova band, però, David Berman si è suicidato. Non ne avevo idea perché non sapevo molto di lui, ma i suoi colleghi ne parlarono come una persona che aveva lottato per tutta la vita con la depressione. L'ultimo disco, a quanto ho letto sulle recensioni, non sembrava così giù, però. Ma si è suicidato, come si è suicidato Mark Linkous e anche Vic Chesnutt. Si è suicidato e non me la sono sentita di profanare la sua musica, nonostante l'unica volta in cui ho fatto l'avvoltoio musicale (con gli Sparklehorse) ho scoperto una pietra miliare. Stavolta no.

In tutto questo, possiamo parlare quanto vogliamo di depressione e di lotta contro i demoni, ma l'unico ad essere veramente fuori dal mondo era Daniel Johnston. Di lui non so molto: ho ascoltato solo le cover ad opera della "gang di Mark Linkous", che fossero gli A Camp, gli Sparklehorse o la collaborazione coi Flaming Lips. Ho ascoltato quelle e ho visto il film The Devil And Daniel Johnston, che racconta la vita del cantautore facendo capire cos'era veramente. Un malato di mente, uno di quelli che camminano per le strade bestemmiando o parlando da soli, o con tic assurdi. Questo era Daniel Johnston, capacissimo di comporre grandi canzoni ma assolutamente incapace di cantarle o suonarle, o almeno, io non sono mai riuscito ad apprezzare il poco che ho sentito. Bisogna fare un salto di fede, e non credo che ne sarò mai in grado. Voce stridula, chitarra scordata, accordi strimpellati, e però adorato da musicisti del giro "alternativo". In mezzo a loro ovviamente Mark Linkous (che ha prodotto uno degli album di Johnston, l'unico che forse potrei davvero provare ad ascoltare) e i Flaming Lips, che quest'anno hanno organizzato un festival dedicato a lui.

Proprio durante quel festival, a cui comunque non avrebbe partecipato, Daniel Johnston ha iniziato a stare male. È morto l'altroieri, ed è assurdo che lui, in mezzo agli altri, sia stato l'unico a non essersi suicidato. Lui che era il più fuori di testa di tutti. E chissà, magari proprio per questo era così legato alla vita.

La terra sia loro lieve.

(post scritto ascoltando The Wave di Tom Chaplin)
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Predefinito l'isola di Lost

Il celebre forumista Dylan, tra le altre cose grande appassionato della serie tv Lost, una volta scrisse che il forum è come l'isola del telefilm: per quanto uno cerchi di andarsene, ci sarà sempre qualcosa che lo riporterà lì. Non ricordo in relazione a quale "ritorno" abbia scritto questa frase, ma è vero: è stato così per lui e anche per me, più volte.
Io ho elaborato un'altra "teoria" sui parallelismi tra il forum e Lost: in Lost (spoiler!) alcuni personaggi sono riusciti a scappare dall'isola, ma una volta tornati alla normalità non hanno detto a nessuno cosa fosse l'isola né dove si trovasse, per "proteggere" quelli che erano rimasti là. Io, nel mio piccolo, ho sempre sperato che accadesse lo stesso col forum.

Non c'è nessun luogo, reale o virtuale, in cui c'è più "me" che nel forum. Neanche nei miei cassetti fisici o nei files che ho memorizzato sul mio computer c'è più "me" che qui. Il punto è che qui, il forum, è accessibile a chiunque. Non serve neanche registrarsi, è tutto perfettamente pubblico. Non bisogna richiedere l'amicizia, niente: uno digita l'url del forum e viene a contatto con questo mondo in cui molte persone, non solo io, hanno raccontato e talvolta raccontano ancora di sé più che in qualsiasi altro luogo. Per questo motivo, quindi, sono sempre stato un po' in paranoia.

Un esempio: qui ho messo nero su azzurro concetti, confessioni, a volte vere debolezze che mai avrei raccontato a conoscenti e a volte neanche ad amici. Altre volte ho parlato di alcune persone in termini non propriamente lusinghieri senza dovermi per questo frenare, perché tanto "vuoi che vengano a leggere?". L'unico filtro l'ho avuto per un po' di anni con Ale, che sapevo che veniva a leggere e allora evitavo di essere troppo esplicito, ma poi alla fine le cose sono cambiate e ho potuto dirgli tutto quello che pensavo. Ma per il resto, ho raccontato cose che i diretti interessati non avrebbero mai voluto che raccontassi, e ho parlato di loro in modi che non vorrei mai leggessero. L'ho fatto senza problemi, appunto perché nessuno legge.
Almeno, che io sappia.

Gli SQUOT, ad esempio. Sono gli amici di una vita, ma per certi versi l'amicizia è stata superficiale, nel senso che raramente mi sono confessato o messo a nudo come ho fatto qui. Sono sicuro che se chiunque di loro leggesse rimarrebbe stupito del leggere di un Gabo così introspettivo (adesso, perché dieci anni fa a volte i miei post sfioravano la tragedia interiore). E Carola? Ho scritto di lei quello che non avevo mai avuto il coraggio di dirle, cioè che ho finito per odiarla. E di Erika? Che stavo male. E di Grazia? Che con lei ho passato di tutto: l'innamoramento prima, poi un periodo normale (e bello), poi il fastidio. Ma non vorrei mai che nessuno di loro leggesse questo.

Per dirne una: tutti (ma proprio tutti) sono convinti che io sul forum non ci scriva più da quando mi sono trasferito a Padova. In effetti mi ero ripromesso di non farlo più (lo considero l'errore più grande della mia vita), ma poi dopo qualche anno ho ripreso. Beh, non l'ho più detto a nessuno, perché adesso che la connessione a internet è ovunque, letteralmente, magari potrebbe venire voglia di andare a vedere cosa scrive "il mio amico Gabo". Tanto l'avatar è lo stesso che ho su Facebook (che non uso) e nel portachiavi e in una maglietta, quindi non sarebbe difficilissimo trovarmi.

All'inizio della mia vita forumistica pensavo che il modo migliore di proteggere questa cosa fosse di non parlarne. Il punto è che piano piano il forum è uscito dal forum ed è entrato nella mia vita, e per quanto fosse facile non dire quale sito visitavo ogni giorno, a volte per diverse ore, era molto più difficile farlo quando sono iniziati i concerti. Quando tutti mi chiesero "ma con chi vai a vedere il concerto di Jovanotti?" risposi che c'era un fan club, eccetera, quindi avevo fatto trapelare che ci fossero persone conosciute su internet ma senza che ci fossero dei risvolti.
Poi, però, i forumisti iniziarono ad uscire dal forum per entrare fisicamente nella vita. Non era normale che portassi nel mio giro di amici persone toscane, salentine, tedesche, eccetera; e quando raccontavo delle mie eventuali storielle o amicizie a Carola o Grazia dovevo confessare che le cose erano nate qui. Chissà, forse pensavano che fosse una specie di social network per il dating, un po' come Badoo all'epoca (o Tinder oggi, mi dicono dalla regia). Forse pensavano che fosse un luogo virtuale per organizzarsi per i concerti e poi, chissà, ci scappava anche la storiella. Vero, per carità, ma non solo.
Indipendentemente da quello che mi ha dato il forum in termini di "vita reale", quindi di persone, c'è anche quello che mi ha dato in termini di introspezione. Non mi sono mai raccontato come ho fatto (e faccio) qui, e per questo motivo ho sempre evitato di raccontare esplicitamente le dinamiche del forum a chi me le chiedeva. Eppure ho sempre il dubbio che, chissà, qualcuno sia venuto a spiare quello che scrivevo.
Se è stato così, beh, spero che tu, chiunque tu sia, abbia trovato quello che cercavi. E no, non bastava chiedermelo, perché certe cose non le avrei mai dette a nessuno.

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Predefinito scatole

Ieri sera io e Vero abbiamo sistemato la nuova libreria che abbiamo montato in sala, quella a forma di labirinto. L'abbiamo riempita di libri, seguendo ovviamente dei criteri ben precisi, e poi abbiamo risistemato quella dello studio, ovvero quella che era in camera mia, a Catania, fino a qualche mese fa. In questa seconda libreria era rimasto un po' di spazio, così ho potuto fare una cosa che rimandavo da tantissimo tempo, sicuramente da quando mio papà l'ha costruita: esporre le scatole dei videogiochi.

Chi comprava i videogiochi per pc negli anni '90 (e forse nei primissimi '00) se lo ricorda: si compravano in una scatola rettangolare che conteneva il cd (in una custodia identica a quella dei cd musicali) e il manuale del gioco. Negli anni successivi il formato mutò, diventando quello dei dvd (quindi una custodia poco più grande del pc e poco altro), fino a soccombere quasi completamente al digital delivery, che ormai la fa da padrone. Ma la sensazione delle scatole, quella sì, è impagabile.

Capitava, in un periodo che, scatole alla mano, posso collocare tra il 1996 e il 2001, io comprassi videogiochi "in scatola". Succedeva principalmente recandomi fisicamente in un negozio di computer, solitamente accompagnato da mia zia che sponsorizzava i miei acquisti e che scuciva importi di poco inferiori alle 100000 lire per comprarmene uno. I negozi, per quanto sparpagliati per la città, alla fine erano quasi tutti nel quartiere della mia scuola media, che era anche il quartiere in cui abitavano Livio, il mio migliore amico delle scuole medie, e Claudio, il mio migliore amico dei primi tre anni di liceo. Quel quartiere, tuttora, lo sento come "il mio", nonostante non c'abbia mai abitato.
Raramente, se un gioco che m'interessava (perché mi era piaciuta la demo che regalavano con le riviste di videogiochi) non c'era in nessuno dei negozi, allora lo prendevo in qualche negozio online. No, non Amazon che neanche esisteva: semplicemente alcuni negozi fisici si facevano pubblicità sulle pagine delle riviste specializzate.

Finita la fase intensamente videoludica della mia vita (sebbene non abbia mai veramente smesso né abbia intenzione di farlo) le scatole di videogiochi rimasero solo scatole, e quando mio papà costruì la libreria della mia nuova camera, nel 2004, esposi soltanto le scatole di Monkey Island 3 e 4 (e poi del 5, quando uscì sei anni dopo). Preferii appiattirle (con alcune, non con tutte, si poteva) e tenerle lì, chissà per quanto.
Alla fine, quindici anni.

Ieri sera, dopo aver finito di sistemare i libri, ho visto che c'era dello spazio libero. Non ho avuto dubbi: ho preso le scatole, le ho rimontate e le ho esposte, tutte di fianco come per i libri e per i cd (non avrei avuto abbastanza spazio per esporle frontalmente. I libretti sono tutti a parte, li ho sempre conservati separatamente, e i cd dei giochi sono esposti da sempre, per quanto non ci giochi poi moltissimo.
Ripassando le scatole tra le mani mi sono venute in mente un sacco di storie, storie di solitudine e di compagnia, storie di notti in bianco e di pomeriggi senza compiti, comunque storie di vita vissuta. La mia.
Anche dentro tante scatole.
Potrei persino raccontarne qualcuna, pur sapendo benissimo che non sarebbe la storia dei miei "videogiochi top": no, sarebbe solo la storia di un campione, inteso come "rappresentanza casuale", dei miei giochi, inclusi quelli che non mi hanno lasciato molto. A parte i ricordi, ovviamente.

(post scritto ascoltando Under The Iron Sea dei Keane)
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Predefinito è tutto quello che c'è?

Io sogno ogni notte. Ok, chiunque sogna ogni notte, solo che poi non ricorda i sogni. Io sogno ogni notte e ricordo i sogni la mattina dopo. Succede ogni notte, da sempre. Ma qualche volta succede un po' di più.
Non so perché succeda un po' di più, e non so perché succeda per diverse notti consecutivamente, ma a volte capita di fare sogni particolarmente vividi, e non perché si riferiscano precisamente a qualcosa: tutti i miei sogni si riferiscono a qualcosa, e ogni mattina ne estrapolo gli elementi e riesco a ricollegarli a qualcosa che ho pensato il giorno prima, o di cui ho parlato, o che ho fatto, o che mi sono ricordato, eccetera.
Ma coi sogni vividi è tutto amplificato: ci metto un bel po', dopo il risveglio, a capire che non era vero.

Ho iniziato la settimana scorsa, con un sogno che mi ha un po' turbato e che ho raccontato in un messaggio alla diretta interessata, e sto continuando ogni notte, inclusa la scorsa. Prima o poi finirà questo ciclo di sogni vividi, e tornerò a sognare come le persone normali, ma per adesso mi godo queste avventure notturne, completamente fuori di testa.
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Vecchio 19-09-2019, 00.00.25
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Predefinito la prima scatola: 3D Lemmings

Partenza col botto, ma del resto i numeri vengono prima delle lettere, quindi è la scatola più a sinistra.
Partenza col botto intanto perché è una di quelle che viene più da lontano, più precisamente dal Virgin Megastore di Londra, lo stesso dove quattro anni dopo avrei comprato 7 dischi tra album e singoli. Ma 3D Lemmings lo presi nel 1998, nella giornata libera della mia prima terrificante vacanza studio londinese, ovvero uno dei periodi più tragicamente surreali della mia vita. Per fortuna, però, non legai il gioco a quella vacanza.
La parte frontale della scatola raffigura un simpatico omino dai capelli verdi, cioè il mio avatar ovunque (qui, Facebook, Skype, il mio portachiavi, una mia maglietta). Non l'ho scelto in quanto rappresentante del gioco ma in quanto perfettamente rappresentante di me stesso: come mi disse una volta Carmelo Mazzella, stimato forumista, "è come te, colorato e malinconico". Eccomi, sono io.

Comprai 3D Lemmings per una serie di motivi. Innanzitutto sarebbe stato il mio ennesimo Lemmings (avevo già il primo, di cui ho ancora il floppy originale, e avevo già Lemmings Christmas, comprato anch'esso originale ma la cui scatola è andata perduta nel corso degli anni), e poi c'avevo già giocato, sulla Playstation di mio cugino Marco, e lo adoravo. Adoravo le sue "musichette stupide" (una delle cose che mi piace di più suonare al pianoforte, devo ammetterlo), oltretutto "a tema": c'è quella militare, quella da circo, e poi c'è quella medievale, classicheggiante, per la quale tanti anni fa un mio cugino mi prese in giro mentre la ascoltavo dallo stereo (si potevano ascoltare le colonne sonore dei videogiochi nello stereo, quando venivano pubblicati su cd e non su dvd) dicendomi "che palle che sei, ascolti solo musica classica".
E poi c'è il gioco, che è riuscito a far evolvere in maniera radicale il concetto della serie senza però tradirlo. Non è mai piaciuto a nessun altro oltre a me, ma Lemmings è un capitolo della "storia della mia solitudine". Non è capitato per tutti i videogiochi, ma per quello sì.

(post scritto ascoltando Pang! di Gruff Rhys)
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Vecchio 19-09-2019, 00.00.52
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Predefinito le musichette stupide (e il mio avatar in un video sul forum!)

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Vecchio 19-09-2019, 15.10.30
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Predefinito la seconda scatola: Bug Too!

Qui già i ricordi videoludici si fanno meno presenti: Bug Too è un semplicissimo platform in 3D in cui si impersona una specie di vermetto che saltella e sputa addosso ai nemici. A giudicare dalla scatola, ogni "mondo" del gioco è ispirato ad un genere cinematografico, e l'unica cosa che so è che il primo mondo è quello "horror". Non so altro perché mi sono sempre arenato all'inizio del terzo livello, quindi non ne so molto altro. C'avrò giocato qualche mese, e poi il gioco è finito nel dimenticatoio.
La circostanza che me l'ha fatto comprare, però, ce l'ho ben presente: in occasione di una mia festa di compleanno (sarà stato quello alla fine della quinta elementare, credo) il papà di Enrica, una mia compagna di classe per cui avevo avuto una cotta dalla terza alla quinta elementare (senza essere ricambiato, ovviamente) aveva detto che la scuola in cui insegnava aveva comprato un aggeggio avveniristico capace di copiare i cd, che iniziavano ad essere usati, un po' come prima si copiavano i floppy o le musicassette. E così fece una proposta: in tre, avremmo comprato tre videogiochi originali e poi ce li saremmo copiati a vicenda utilizzando il masterizzatore della sua scuola. Ognuno avrebbe tenuto un gioco, e io tenni Bug Too! Ironia del destino, però, perché con 3D Movie Maker, nonostante non fosse un videogioco ma un programma per creare film in 3D doppiandoli con tanto di microfono, c'avrei giocato per anni con i miei fratelli e con uno dei miei cugini; e Discworld 2, avventura grafica della Psygnosys ambientata nella saga di Discworld scritta da Terry Pratchett, nonostante c'abbia giocato pochissimo sarebbe diventato la porta d'accesso ad un mondo, quello di quella saga, che mi affascina ancora oggi.

In tutto questo, però, il trio. Lo chiamo trio perché siamo stati gli unici tre ad essere insieme dalla prima elementare alla quinta superiore. Di Enrica ho già detto: mi presi una cotta per lei in terza elementare, si divertì a rifiutarmi fino all'inizio della prima media e poi mi ruppi le scatole io e lasciai perdere. Per qualche anno restammo ancora legati, "da amici" diciamo, ma durante il liceo ci parlammo poco e malvolentieri.
Livio, invece, è stato l'oggetto di alcuni miei post in passato, e mi piace ripercorrere la nostra storia: legatissimi dalla fine delle elementari all'inizio della prima superiore, la classica amicizia "in simbiosi" tipica di molti libri e film; e poi un litigio per motivi politici (si dichiarò berlusconiano mentre io mi scoprivo di sinistra) che ci portò a non parlarci più o quasi. E dire che le nostre famiglie erano molto legate, che avevo passato una marea di pomeriggi a casa sua con la scusa di fare i compiti ma in realtà per giocare insieme ai videogiochi alla medie, che avevamo tantissimo in comune. La politica ci spazzò via.
Livio ed Enrica rimasero più o meno legati anche dopo che io mi allontanai da loro, e forse lo sono ancora.

La scatola di Bug Too, quando mi guarda dall'alto della libreria dello studio, mi ricorda tutto questo.
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Vecchio 19-09-2019, 21.00.20
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Predefinito le band si sciolgono senza un perché

Sembra che in questi giorni tutti abbiano qualcosa da dire sullo scioglimento, temporaneo o definitivo, dei Thegiornalisti. Ho qualcosa da dire anch'io, nel mio piccolo, facendo una premessa: non è un gruppo che musicalmente mi appartiene, tutt'altro. Quindi eviterò di commentare le loro gesta artistiche, concentrandomi sulla notizia del loro scioglimento.

Esistono due tipi di band. Le band in cui i cantanti solisti sono "travestiti" da band, e in cui hanno il totale potere decisionale su tutto. Scrivono da soli le canzoni, le arrangiano a loro piacimento (o a quello del produttore di turno), spesso suonano pure, e si fanno appoggiare dai compagni di band solo per suonare gli altri strumenti, soprattutto dal vivo. E, last but not least, hanno il potere di "licenziare" i membri del gruppo e di prenderne a piacimento degli altri. Il caso emblematico è quello dei Tiromancino.
L'altro tipo di band, invece, è decisamente più raro, ma è quello che preferisco. Sono davvero gruppi, nel senso che il potere decisionale è condiviso tra i membri del gruppo. Poi, ovviamente, il cantante è il più riconoscibile, ma gli input artistici vengono da tutti (o quasi) i membri del gruppo, le canzoni vengono scritte insieme o un po' per uno, eccetera. In più, i membri sono decisamente fissi. Ad esempio, Elio E Le Storie Tese o i Subsonica.

I Thegiornalisti sono un caso che ricade in mezzo. Il nome "Thegiornalisti" è stato utilizzato da Tommaso Paradiso per le sue canzoni, che ha sempre scritto da solo. Il punto è che gli altri membri del gruppo sono fissi, c'erano da sempre (pur senza avere immagino voce in capitolo su niente), e quando il cantante ha deciso di uscire dal gruppo, loro hanno detto di voler continuare da soli. Se vogliamo la stessa cosa potrebbe accadere (ipoteticamente) con i Negramaro, che come i Thegiornalisti sono un misto tra i due gruppi precedenti, pur dimostrando di essere legati tra loro almeno a livello di vicende umane. Ma anche lì c'è un cantante che fa tutto da solo, e potrebbe fare davvero tutto da solo.

Come finirà? I Thegiornalisti continueranno con un altro cantante? E se sì, la cosa funzionerà, visto che non hanno mai scritto una nota di ogni singola canzone?
E Tommaso Paradiso, da solista, continuerà ad avere un successo enorme? Ho solo una risposta, e ce l'ho a quest'ultima domanda: sì, purtroppo.

Per il resto, mi tengo stretta la mia musica e i miei gruppi "collegiali".
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Vecchio 20-09-2019, 02.35.22
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Predefinito terza scatola: Entertainment Pack - The Puzzle Collection

Il motivo per cui comprai questo gioco è che, già dal titolo, riprendeva quell'Entertainment Pack che mio papà mi aveva portato da bambino (non avrò avuto più di sette-otto anni) e che racchiudeva tantissimi minigiochi, teoricamente per passare il tempo ma che in un caso - Chip's Challenge - divenne una vera ossessione per me. Così, stavolta uscirono dieci nuovi mini-giochi, ma probabilmente fuori tempo: per l'epoca erano già vetusti (persino Lemmings si era aggiornato passando alle tre dimensioni) e contemporaneamente erano troppo in anticipo per essere giocato sugli smartphone, dove oggi giochi come quelli vanno tantissimo di moda.
Ho giocato a questi giochini per un po', ma mi sono davvero impegnato solo con uno, Rat Poker, che mi ricordò tantissimo il mio amato Lemmings per le meccaniche e le musichette stupide.
Zero condivisioni, o quasi. Ogni tanto mio fratello me lo cita, ma niente più.

(post scritto ascoltando The Golden Mile dei The Peth)
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Vecchio 20-09-2019, 15.38.50
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Predefinito in volo su Lombard Street

Ieri sera mio fratello ha messo come "stato" di WhatsApp una foto di Lombard Street a San Francisco. Gli ho scritto se quella foto gli ricordasse qualcosa in particolare, e lui ovviamente mi ha detto di sì, chiedendomi se mi ricordassi cosa gli piaceva fare in quel posto. Gli ho detto di sì, specificando i miei ricordi, e lui mi ha mandato un video da YouTube dicendo "a quanto pare non ero solo io a farlo".
Tutto questo però riguarda un videogioco la cui scatola deve ancora essere raccontata, quindi facciamo che me lo tengo per quando sarà il momento.
E per certi versi spero che mio fratello resti per sempre tale.
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Vecchio 20-09-2019, 17.40.00
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Predefinito quarta scatola: Half Life - Blue Shift

Dalla quarta scatola potrei tirare fuori un mondo, anzi, mille mondi, tutti quelli collegati alla saga di Half Life e che si sono legati alla mia vita tra il 2000 e il 2007 (anche dopo, ovviamente, ma l'ultimo episodio risale a quell'anno). Potrei, ma poi rileggo bene: sulla scatola, azzurra, c'è scritto Blue Shift. È azzurra così come la scatola di Half Life era rossa e quella della prima espansione, Opposing Force, era verde. Stavolta no, azzurra. Già per questo dovrebbe piacermi.
E invece Blue Shift è stato spazzato via dal vento del tempo. Il primo Half Life, monumentale, l'avrò completato parecchie volte (immagino poco più di una decina). Anche la sua prima espansione, Opposing Force, l'ho divorata, solo forse un po' meno volte.
Poi c'è Blue Shift.
E poi c'è Half Life 2, completato un'altra valanga di volte (più o meno quanto il primo Half Life) e condiviso con Martino, così come la prima e poi la seconda espansione di Half Life 2. E poi lo spin off Portal col monumentale seguito Portal 2.

E Blue Shift, in tutto questo?
Blue Shift, per ironia del destino, l'ho completato solo una volta, poco dopo averlo ricevuto in regalo per i miei sedici anni dai miei compagni di classe, che l'avevano comprato nel negozio di un altro nostro compagno di classe, Martino, che allora era ancora "solo" un compagno di classe e non un amico della vita.
C'ho giocato una volta sola e non mi ha entusiasmato: il concetto di "rivivere gli eventi di Half Life dalla prospettiva di un altro personaggio" può funzionare una sola volta, ed è il caso di Opposing Force, di certo non due. Così non l'ho mai più preso in considerazione, neanche quando, nel corso degli anni, ho rigiocato l'intera saga, un paio di volte in tutto.

Posso solo promettermi, quando la rigiocherò (non è un se, è un quando) di rigiocare anche Blue Shift, ma poi chi lo sa come andrà?
Intanto resta solo una scatola. E, ironia, l'unica scatola della saga di Half Life (gli altri li ho tutti in digitale).
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Vecchio 20-09-2019, 20.54.38
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Predefinito colonna sonora ciclistica

L'idea di questo post mi è venuta mentre ero sull'aereo che mi riportava a Padova dopo due settimane passate a Catania. Stavo ascoltando Perfect Symmetry dei Keane e sono stato assalito da una sensazione che non pensavo che avrei provato, sebbene non fossi neanche in grado di escluderlo. In quel momento ho pensato di scrivere il post, ma ovviamente non avrei potuto farlo, così ho aspettato e me ne sono dimenticato, fino ad oggi. Oggi, in effetti, non è un giorno a caso: oggi esce il nuovo album dei Keane.

Una premessa doverosa: questo non è un post musicale; non è neanche un post ciclistico, è più un post sulla vita.

Ho iniziato ad ascoltare i Keane alla fine della gloriosissima estate 2006, quando alla radio passavano prima Is It Any Wonder e poi Crystal Ball, entrambe estratte dall'album Under The Iron Sea, uscito quell'anno. Mi piacquero così tanto che presi il disco, che adorai e che considero tuttora uno dei miei preferiti di sempre. Lo condivisi col periodo felice che seguì, e poi col periodo triste che seguì dopo ancora, per poi smettere di ascoltarlo per non stare male. Lo ripresi un anno dopo, in un altro periodo molto felice della mia vita che fu seguito ancora una volta da un periodo triste, ma il disco ormai era parte di me. Tutta questa storia è raccontata in queste pagine, più o meno.

Nel'estate del 2009 realizzai che adoravo tantissimo Under The Iron Sea, secondo album dei Keane, ma non avevo mai ascoltato il primo (e ben più famoso) Hopes And Fears, così decisi di ascoltarlo. Lo feci in una circostanza molto particolare: durante due giri in bici, in due giorni consecutivi, entrambi partendo all'alba, in entrambi partendo dalla casa in campagna, entrambi decisamente in salita (anche se rispetto alle salite degli anni successivi quello non era niente). E, per la cronaca, con molta tristezza nel cuore, tant'è vero che furono gli unici due giorni di campagna prima di tornare a casa a Catania con le pive nel sacco. In ognuno dei due giri ascoltai tre volte di fila Hopes And Fears come unica colonna sonora.

Già nell'ottobre seguente qualcosa mi suggerì che i Keane potessero essere una sorta di "colonna sonora ciclistica", quando per andare all'ottobrata di Zafferana con la mia famiglia (che mi avrebbe raggiunto in macchina) realizzai che il tempo che c'avrei impiegato, circa un'ora e mezza, coincideva con la durata dei due dischi. Partii da casa ascoltando Hopes And Fears, e quando finì feci partire Under The Iron Sea, sempre pedalando in salita, fino ad arrivare a destinazione.

Nell'estate del 2010 realizzai che nel frattempo era uscito il terzo album dei Keane, Perfect Symmetry, e che forse avrei potuto ascoltarlo. Lo feci per la prima volta in una circostanza particolare: un fallimentare tentativo di scalata dell'Etna, verso il rifugio Sapienza, per giunta dal versante più duro, quello di Zafferana. Partii da casa in campagna ascoltando Hopes And Fears, il primo album, e quando arrivai a Zafferana, vero inizio della salita, feci partire il secondo, Under The Iron Sea, convinto che avrei ascoltato il terzo continuando la salita. Non andò propriamente così: alla fine di Under The Iron Sea mi resi conto di essere stanchissimo e che sarebbe stato impossibile arrivare fino al Sapienza, così tornai indietro ascoltando Perfect Symmetry.
Ascoltai questo disco altre volte, nei mesi successivi al mio trasferimento a Padova, spesso in circostanze ciclistiche. Ma ancora la cosa non era diventata automatica.

Iniziò a diventarlo, in effetti, quando nel 2012 uscì il loro quarto album, Strangeland. Riuscii anche ad andare a vederli in concerto, a Bologna, ma più che altro lì iniziai a legare i Keane alla bicicletta, in maniera più o meno definitiva.

L'anno dopo, del resto, iniziai le mie "vere" scalate dell'Etna, partendo da casa a Catania e arrivando ai due rifugi Sapienza e Citelli attraverso le varie salite. Per ragioni climatiche sono sempre partito all'alba, e quindi Hopes And Fears è il disco dell'inizio della salita. Tuttora ascoltare l'accordo di pianoforte con cui inizia il disco mi teletrasporta lì, in quella situazione ben precisa: mattina presto, salita, bicicletta. È del resto un "segnalibro" che ho contribuito a rafforzare, perché non c'è stata volta in cui sono salito sull'Etna in cui non abbia ascoltato quel disco.
Quel disco e poi gli altri, perché mentre negli ultimi due anni le salite le ho fatte con mio cugino Gaetano, il fratello di Ale, raggiungendolo nella casa in cui abita (a cinquanta metri dalla mia casa in campagna), le altre volte le ho sempre affrontate da solo, e quindi finito Hopes And Fears parte Under The Iron Sea, e poi Perfect Symmetry, e poi Strangeland. Sono più di tre ore di musica, ma difficilmente si possono raggiungere i rifugi in meno di tre ore, almeno, con la mia andatura e la mia bicicletta decisamente non professionale che ho a Catania.

Alla fine, quindi, la cosa è successa quando sono andato al Citelli passando da Fornazzo, poi al Sapienza passando da Nicolosi, poi tre anni dopo al Sapienza passando da Zafferana, poi l'anno dopo al Citelli passando da Linguaglossa. Nel frattempo sono andato un'altra volta al Sapienza da Nicolosi e al Citelli da Fornazzo ma ero con Ciccio, e poi ancora al Citelli da Fornazzo ma ero con Gaetano. Da solo, però, ho sempre ascoltato i quattro album dei Keane.
A queste si sommano tutte le volte che ho fatto salite in Veneto e in Trentino, sul Monte Grappa e nella zona del Primiero, sempre con la medesima colonna sonora.

Insomma, anche ascoltando Perfect Symmetry in aereo, forse perché avevo da pochi giorni scalato il sesto ed ultimo versante dell'Etna, ho realizzato che quella musica mi lega alla bici. Non è un disco che mi piace particolarmente (non quanto i primi due, in particolare il secondo), ma ho sentito fortissimo il legame coi miei giri in bici. E non solo: mi lega più all'Etna che alle montagne del nord, nonostante io abiti ormai qui da nove anni. Forse perché, sebbene abbia scalato le altre montagne più dell'Etna, l'Etna è una, è un massiccio, e per quanti versanti possa avere è comunque lì, immanente. O forse perché ha sempre fatto parte di me. O forse perché ho sempre sognato di scalarla in bici e ce l'ho fatta solo negli ultimi sei anni, dopo almeno dieci di tentativi infruttuosi.
O forse, ma potrei essere banale, perché mi piace di più.

Ascoltare un disco in una circostanza particolare (con una persona, o in un luogo, o in un momento particolare) lo trasforma in un segnalibro. Riascoltarlo più volte nella stessa circostanza, a distanza di mesi e di anni, rafforza il segnalibro, che poi diventa vita.
Penso che finché ne avrò forza, e partirò per un giro in bici di mattina presto, soprattutto da casa dei miei, ascolterò i Keane.

Questo post, appunto, parlava della vita. Oggi esce il nuovo album dei Keane: vediamo se anche questo diventerà parte di una colonna sonora.
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Predefinito quinta scatola: Little Big Adventure 2

Ah, LBA2.
Ho compilato la lista dei "videogiochi che mi hanno cambiato la vita" poco più di dieci anni fa, e l'ho confermata di recente. Sono sei: cinque sono famosissimi, e il sesto è LBA2.
Non mi interessa che sia poco conosciuto, né che l'abbia scoperto per caso: è un esempio di narrazione fantastica, con uno sviluppo della trama, e degli ambienti di gioco, incredibile. L'avrò completato almeno sette-otto volte. L'ho sempre adorato, e anche mio fratello. L'ultima volta che c'ho giocato l'ho fatto poco prima che lui si sposasse, ma non sembrava essere molto interessato.

Come quasi tutti gli altri giochi "scatolati", l'ho comprato in un negozio del quartiere dove c'era la mia scuola media. Non ricordo il nome del negozio ma ricordo benissimo la scena di me che entro, come sempre con mia zia, e lo compro. Avevo adorato la demo, ed ero pronto a fare il salto. Non avrei mai pensato, però, che l'universo del gioco potesse essere così vasto, né che potesse piacermi così tanto. La prima volta che ci giocai fu un'emozione incredibile, colpo di scena dopo colpo di scena. Mio fratello e io eravamo in estasi.

Mi prometto di rigiocarci, magari con Vero (ma dubito che possa interessarle).

(post scritto ascoltando Outside In di Ciàn Ciàran)
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Predefinito suona un po' come una minaccia, non è vero?

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Predefinito sesta scatola: Midtown Madness 2

Peccato che la mia collezione di scatole non sia completa, o meglio, che non sia completa rispetto alle scatole che ho avuto: sono sicuro di aver comprato anche Midtown Madness 1, ma la scatola non c'è più. Il gioco sì, ed è divertentissimo quanto il secondo.
Ho comprato Midtown Madness 2 nell'unico dei negozi di computer che c'è ancora a Catania, in piazza Galatea (ho controllato qualche settimana fa ed era ancora lì). Lo comprai, ovviamente, perché avevo adorato il primo.
Si trattava di un gioco di corse clandestine, ma senza violenza. Erano gli anni delle polemiche di Carmageddon, in cui i giocatori venivano spronati ad investire i pedoni. Qui invece, nonostante ci fossero parecchi pedoni in giro per le strade, è impossibile investirli, visto che saltano via all'ultimo istante.
Midtown Madness 1 e 2 erano praticamente uguali, con un'unica differenza: le città. Il primo era ambientato a Chicago, nel senso che c'era l'intera Chicago digitalizzata e in cui si poteva scorrazzare tranquillamente. C'erano diverse modalità: Cruise, la preferita di mio fratello, in cui non c'erano obbiettivi e l'unica cosa da fare era vagare per la città, sapendo che non appena si fosse passati con il rosso (o causato un incidente) sarebbe arrivata la polizia e sarebbe iniziato un'inseguimento divertentissimo. Mio fratello giocava quasi solo così, si infilava nei vicoli, saltava da un tetto all'altro dei palazzi, tutto sempre con la sua adorata Ford Mustang.
Io, invece, preferivo le modalità più competitive, contro il tempo o contro degli avversari. La cosa divertentissima è che si trattava di corse clandestine, quindi dopo un po' di danni (nessuno rispettava semafori o precedenze pur di vincere, ovviamente) arrivava la polizia e la gara si trasformava anche in un inseguimento con le forze dell'ordine, oltre che tra gli avversari.

Midtown Madness 2 era identico al primo, con la differenza che era "vasto" il doppio: stavolta si poteva gareggiare (o vagare) a Londra o a San Francisco. Ed è in quest'ultima città che mio fratello si divertiva a prendere la Panoz GTR1, una macchina da corsa assolutamente non omologata per la strada (ma non vuol dire niente: si poteva scegliere anche il camion dei vigili del fuoco o un sacco di altri veicoli assurdi), prendeva una rincorsa incredibile e finiva per saltare tutta Lombard Street, la strada a zig zag tra le ortensie resa famosa da tantissimi inseguimenti nei film.
E, nel mio piccolo, da mio fratello che si divertiva a volarci sopra in maniera completamente irrealistica e forse proprio per questo divertente.

Midtown Madness 2 l'ho completato. Non è ovvio, visto che dei giochi che ho elencato finora ne ho completati soltanto due su cinque. Tre su sei con questo, e un giorno mi piacerebbe compilare la lista di quelli che ho completato. Midtown Madness 2 devo ricordarmelo, anche perché l'ho finito in tempi relativamente recenti (l'ho comprato nel 2000 e l'avrò finito nel 2008, una volta sola).

(post scritto ascoltando Nice Ass delle Free Kitten)
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