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Vecchio 05-10-2019, 22.29.32
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Predefinito superslim

Ieri sera, durante la nostra serata insieme, la mia migliore amica si è affacciata al balcone e si è messa a fumare una delle sue sigarette supersottili.

Anche questa frase è una frase che avrei potuto scrivere (e sicuramente avrò scritto) più di dieci anni fa, più e più volte. Ne ho già scritto ieri pomeriggio, e poi la serata di ieri è andata esattamente come doveva andare: con una cena frugale, con una chiacchierata interminabile e con almeno un'ora del nostro videogioco cooperativo.

Dispiace che la chiacchierata abbia toccato temi tristi o comunque complicati, per entrambi, ma a volte le cose non vanno bene ed è giusto che tra migliori amici se ne parli e ci si confronti. L'ultima cena insieme era andata al contrario, piena di prospettive e belle speranze, e guarda come cambiano le cose.
E cambieranno ancora, tanto noi siamo sempre qua.

(post scritto ascoltando No More Shall We Part di Nick Cave And The Bad Seeds)
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Vecchio 06-10-2019, 22.57.22
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Predefinito diciassettesima scatola: Star Wars Episodio 1 Racer

La settimana scorsa con due amici abbiamo iniziato l'ormai consueto cineforum di Star Wars, che facciamo sempre quando sta per uscire un nuovo film. Nonostante gli ultimi due episodi ci abbiano disgustati abbiamo deciso che andremo a vedere quest'ultimo, che chiuderà (certamente malissimo) la saga, e quindi abbiamo iniziato a riguardare tutti i precedenti. Stavolta, a differenza delle altre, stiamo guardando i film in ordine di "fatti narrati" e non di "produzione", iniziando quindi dalla trilogia prequel. Abbiamo visto il primo episodio, che è sicuramente quello che ho visto più volte: era il primo uscito da quando mio papà mi aveva fatto conoscere la trilogia e comprai la videocassetta prima e il dvd dopo. Il film è bistrattatissimo dai fan di vecchia data (ma li avete visti gli ultimi, amici?) per un po' di ingenuità, e forse è comprensibile. Ma è il punto di partenza di una trama politica imprevedibile e, soprattutto, contiene la mia scena d'azione preferita del cinema.
Non sto esagerando: niente mi ha mai emozionato come la corsa degli sgusci.

Nel film dura una ventina di minuti, che forse è parecchio per una sequenza d'azione con pochissime parole, ed è stato meraviglioso guardarla con il mio impianto home theatre e gli sgusci che passano quasi dietro al divano. Dentro di me, però, dura molto di più: diciamo il tempo che ho impiegato per completare Racer.
Racer fu uno dei due videogiochi estratti dal film: il primo, intitolato (come il film) "La Minaccia Fantasma", era un pessimo gioco d'azione in terza persona a cui ho giocato parecchio quell'estate, sul mio computer in campagna, e comprato mentre Andrea comprava Half Life, che mi avrebbe prestato l'estate successiva. Racer, invece, lo comprai al negozio di Martino (che ancora non era bla bla bla) e lo consumai letteralmente. Espandeva il concetto della gara creando ben quattro campionati, ambientati su diversi pianeti, ognuno coi suoi sgusci e la possibilità di fare progredire la propria navicella. Una specie di "Wipeout dei poveri", in fondo, visto che non c'erano armi e che la colonna sonora, al posto della musica elettronica, era quella di Star Wars, quindi piuttosto classicheggiante. Del resto Wipeout era entrato nella mia vita un anno prima, e Racer ne fu una variante che mi piacque parecchio.
Ci giocai tantissimo senza riuscire a completarlo, cosa che feci la seconda volta che lo ripresi in mano, almeno cinque anni dopo. Forse mi piacque così tanto perché estendeva la mia scena d'azione preferita, che lo è tutt'ora a distanza di vent'anni.

(post scritto ascoltando Abattoir Blues di Nick Cave And The Bad Seeds)
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Vecchio 06-10-2019, 23.02.02
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Predefinito cose che credevo finite e invece non lo erano

Citazione:
Originalmente inviato da gabo86 Visualizza messaggio
Appuntamento alle nove e mezza ma io
per non fare tardi forse ho cannato da Dio
alle nove sono già sotto casa tua


E non perchè mi aspettassi di vedere un reggiseno a balconcino. No, avevo delle cose da fare. Prima di tutto, andare nella mia casa in campagna, dove si sarebbe svolto il tutto, a montare tutto quello che avevo smontato dalla mia casa di città. Poi, andare a parlare con degli zii per organizzare la terza edizione della "mega mangiata di carne di cavallo della famiglia Mirabella". Ero dagli zii, ho sentito la sua macchina e sono corso a salutarlo. Abbiamo preso le cose da mangiare e da bere che aveva portato a casa sua e siamo andati a casa mia.

Gli altri sarebbero arrivati dopo un'ora, così ci siamo messi comodi e abbiamo iniziato.
Avevo montato tutto: PS2 prestata (per l'ultima volta) da Martino, videoproiettore, altoparlanti con tanto di subwoofer. Gli ho spiegato che visto che Martino m'aveva chiesto indietro la PS2, questo probabilmente sarebbe stato il nostro ultimo torneo. E volevo celebrare questo evento con qualcosa di speciale: avremmo giocato a Wipeout Fusion, ma avremmo ascoltato nel frattempo la colonna sonora del primo Wipeout, quello che scoprimmo nel 1998 e che diede inizio ai nostri supertornei, ormai undici anni fa.

Nonostante l'inusuale (e altrettanto splendida) colonna sonora, che lui ovviamente non ricordava per niente (io sì, perchè l'ho ascoltata spesso in questi undici anni), il torneo è stato un torneo come tanti altri: lui ha vinto di misura il primo campionato, e io l'ho surclassato sul secondo, sul terzo e sul quarto, portandomi ad un 3-1 che mi consente di diventare Campione di Wipeout Fusion, forse per l'eternità.
Mentre facevamo l'ultimo giro, mi ha finalmente spiegato (come promesso) come fa a barare, cioè a non esplodere. Lo odio. Era un trucco stupidissimo, un errore di programmazione del videogioco per cui la sua macchina (e solo la sua) non esplode se spara una determinata arma. Solo che funziona solo con lui. Maledetto!

Finito il campionato, sono arrivati altri quattro cugini, e lì siamo entrati nel cuore della serata (anche se per me la serata poteva finire là). Abbiamo montato la Xbox 360 e abbiamo fatto un gigantesco torneo a PES, gioco di calcio che io ODIO come tutti i giochi di calcio, che per me non si avvicinano minimamente alla realtà. Io ed Ale abbiamo creato un girone all'italiana in cinque giornate che non ci risultava mai perchè alla quarta giornata ricapitava qualche incontro che già c'era stato, e allora ci siamo messi con schemi matematici finchè non è risultato tutto.
Io, ovviamente, ero la squadra materasso. Avrò giocato sì e no due volte a PES, quindi, insomma, inutile dire che ho perso tutte le partite. Ma c'è un ma. Ma...piano piano andavo sempre più migliorando, così l'ultima partita ho adottato una strategia che se l'avessi adottata prima avrei potuto anche non perdere tutte le partite. Si trattava del "quando hai la palla, spazza via". In questo modo il gioco non esisteva, era assolutamente frammentato, ma almeno avvicinarsi alla mia porta era difficilissimo. In tutto questo c'erano Ale e suo fratello che facevano uno dei cori simbolo della mia amicizia con Ale, ovvero "noi vogliamo almeno un pareggio", che ha una storia lunghissima e divertentissima. E insomma, in mezzo a questi cori mi sono emozionato, finchè alla fine non ho subito comunque un gol, all'ottantaseiesimo, con grandissimo rammarico da parte di tutti.
I primi quattro del campionato (esclusi io ed Ale) hanno poi fatto semifinali e finale.

Poi abbiamo fatto una partita a poker texano (il gioco a carte più stupido del mondo, secondo me), e, dopo il cinquantasettesimo brindisi della serata, siamo andati più o meno a dormire, anche se era già quasi l'alba. Per fortuna non avevo bevuto tanto, o comunque non come per l'addio al celibato di suo fratello (finito vomitando la cena).

La cosa bellissima è stata che durante il campionato di calcio e la partita a poker, la colonna sonora era personalizzatissima. Abbiamo ascoltato, in rigoroso ordine cronologico, tutta la discografia degli 883, esclusa la raccolta di remix e le due raccolte di successi, ed esclusi gli inediti delle ristampe. Alla fine erano sei dischi, tanto per dare l'idea di quanto sia durata la serata. Ed è stato bellissimo vedere scorrere le nostre vite attraverso le canzoni, con i primi album che sono stati vissuti "in diretta" da Ale e suo fratello, e da me solo di riflesso; e poi gli altri, più recenti, vissuti "in diretta" anche da me. E vedere che noi tre in particolare (anche gli altri, ma soprattutto noi tre) conoscevamo a memoria TUTTE le canzoni, anche quelle infilate nei dischi e mai sentite in radio o in tv. Le conoscevamo tutte. Ci siamo cresciuti.

Un attimo prima di chiudere casa ed andare via, ho dato un disco ad Ale. E' un disco che casualmente ho trovato in download qualche giorno fa.
E' l'ultimo concerto degli 883, un concerto molto speciale: Max Pezzali, chitarra, pianoforte e, per ogni canzone, un musicista degli 883 ad accompagnare la canzone, in aggiunta al chitarrista ed al pianista. E' un concerto speciale perchè lui s'è visto scorrere la propria carriera di cantautore davanti, vedendo tutti o quasi i musicisti che hanno suonato con lui, fino all'epilogo finale e la scelta di farsi chiamare Max Pezzali e non più 883.

E, alla fine del concerto, con la coda strumentale di Come Mai in sottofondo, Max fa un ringraziamento.

E questo, caro baruzzu, è per te.
Pensavo che avremmo finito di giocare a Wipeout quella sera, e invece il maggio successivo mi regalò la PS3 per la laurea e io comprai il nuovo Wipeout e da allora giochiamo a quello (dieci anni tra sette mesi, ci toccherà festeggiare anche quello, e non solo con un post).
Pensavo che avremmo finito di frequentarci quella sera, e invece riuscimmo a vederci quantomeno per le partite l'anno successivo, e visto il risultato furono le partite più belle di sempre. E poi riuscimmo a esserci sempre, meno di prima ma comunque sempre, e quando c'è stato il botto mi sono ritrovato in prima linea.

Per il resto, confermo quanto scritto qualche giorno fa sulla sensazione di ineluttabilità e di "fine ciclo". Certo è che quel giorno non avrei mai pensato che dieci anni dopo le cose sarebbero andate così come sono andate.
Però quella sera mi sono divertito un sacco.
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  #8044  
Vecchio 07-10-2019, 22.11.02
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Predefinito diciottesima scatola: Wipeout

Pensavo di scrivere un post su Wipeout.
Poi ho cercato tutti i post scritti da me che contenessero questa parola, e ce ne sono 161.
Quindi mi limito a copincollarne un pezzo di uno di questi, scritto qualche mese fa.

È una storia che ho raccontato mille volte, ma a pezzi. E poi stavolta la racconto con ancora addosso la scia di quello che ho appena fatto.

È una storia che inizia nell'estate del 1998. Non era un'estate come le altre: la precedente era stata un disastro, un po' perché Ale aveva trovato la ragazza e quindi passavo in secondo piano (ricordiamo che "ero solo un bambino" - cit.), un po' perchè l'Amiga di Ale e suo fratello s'era rotta e per la prima volta non avevamo praticamente giocato a niente. E così quella del 1998 era così vuota di speranze che per la prima volta portai in campagna il mio computer, quello su cui giocavo per tutto il resto dell'anno. C'avrei giocato anche d'estate, tanto cosa poteva succedere?
Invece, qualcosa successe. Il fratello di Ale aveva comprato la Playstation, che ormai iniziavano ad avere tutti, e tra i vari giochi uno attirò la mia attenzione, anzi, la mia e di Ale: Wipeout. Era un gioco di corse automobilistiche futuristiche (genere per noi completamente nuovo), con vetture fluttuanti che si sparano tra loro per rallentarsi a vicenda mentre cercano di tagliare per prime il traguardo. Non si poteva giocare in due (a differenza di moltissimi dei giochi della nostra infanzia) ma passammo l'estate giocando a quel gioco, e soprattutto ascoltandone la colonna sonora firmata da artisti di prim'ordine. Non esagero se dico che la mia prima canzone dei Chemical Brothers è Chemical Beats, conosciuta giocando a Wipeout nell'estate 1998.

Poi l'estate finì, e con essa i videogiochi estivi. Tornai a Catania ma stavolta, sulla scia dell'estate, comprai anch'io Wipeout, per PC. Passai i mesi seguenti giocandoci, poi comprai il seguito e il primo passò in secondo piano, poi il seguito smise di funzionare e tornai al primo, ma già un anno dopo non ci giocai più.
Questo però non mi impedì di continuare ad ascoltarne la musica. Anzi, la traccia più duratura del primo Wipeout è forse stata la musica.

Come già per altri giochi, il cd di Wipeout si poteva inserire nello stereo per ascoltarne la colonna sonora. E quella mi piaceva così tanto che la copiai su una musicassetta che camminò con me, nel mio walkman, per tutto l'anno successivo. La colonna sonora di Wipeout 2097, il seguito comprato qualche mese dopo, era poca roba in confronto, così fu la colonna sonora di Wipeout a rimanere, legata al videogioco e non.

Potrei poi raccontare come un cd intitolato "Wipeout - The Music", che conteneva alcuni brani della colonna sonora ed altri inediti, mi abbia fatto scoprire anni dopo i Manic Street Preachers; o potrei poi raccontare come cinque anni dopo io e Ale abbiamo iniziato un torneo di Wipeout che ci vede sfidarci ancora oggi. Ma qui si parla del primo Wipeout.

Stasera ho giocato al primo Wipeout. Vent'anni dopo la prima partita e poco meno di vent'anni dopo l'ultima. La colonna sonora la ricordavo alla perfezione ma l'ho ascoltata milioni di volte in questi vent'anni; le piste un po' meno, ma me la sono cavata.
Vent'anni fa non l'abbiamo completato. Poi l'abbiamo abbandonato. Che il ventennale sia la volta buona?


Risposta: sì.
E la scatola è ancora con me.
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Vecchio 08-10-2019, 21.52.49
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Predefinito come il thread "se fosse una canzone"

Perturbazione - Monogamia


Ho cento paia di sguardi dentro agli occhi
E li confronto tutti quanti con i tuoi
Cento sirene nelle orecchie
E i loro canti li confondo con i tuoi
Cento e più labbra rosse nella notte
Te le vedo addosso
Cento ciliegie al centro tavola
Le corde ai polsi vorrei le stringessi tu
La tentazione mia
Sei tu

Monogamia, monotonia
Qualunque cosa sia
La gelosia in fondo è
Lo specchio in cui mi guardo
Monogamia, di cortesia
Qualunque cosa sia
La gelosia in fondo è
Lo specchio in cui mi guardo

Il nostro letto è sfatto dalle fantasie
Dai vestitini audaci di commesse col push-up
Da maschi dominanti e denti seducenti
Da vampiri di Twilight
È roba da psicanalisi
Questo confonderci per alibi
Ma chi saranno i testimoni il giorno del processo?

Monogamia, monotonia
Qualunque cosa sia
La gelosia in fondo è
Lo specchio in cui mi guardo
Monogamia, di cortesia
Qualunque cosa sia
La gelosia in fondo è
Lo specchio in cui mi guardo

Tu sei la fine del mondo
Quando senti che noi andiamo a fondo
Tu sei la fine del mondo
Tu sei la fine del mondo
Tu sei la fine del mondo
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Predefinito diciannovesima scatola: Wipeout 2097

Copincollo anche per il 2097, ma da un altro thread:


Un paio di mesi dopo aver comprato il primo Wipeout per PC ed essermi definitivamente invaghito della sua colonna sonora (ma un anno prima di comprarne il cd "ufficiale", quello di cui ho appena parlato e che mi ha fatto scoprire i Manic Street Preachers) scoprii che l'anno prima era uscito un seguito: si chiamava Wipeout 2097 e c'era anche per pc. Così cooptai mia zia per il classico "tour dei negozi di videogiochi" che mi concedeva ogni tanto: se avevo un videogioco a cui tenevo particolarmente mi accompagnava in giro per tutti i negozi di videogiochi di Catania e se lo trovavo me lo regalava. Il giro classico prevedeva il negozio della mamma di Marti in via Canfora, poi un negozio in via Gorizia, uno in viale Africa, uno in piazza Galatea (l'unico che resiste ancora oggi, credo), uno in via Milo e chissà quanti altri che non ricordo. Ho speso (anzi, ho fatto spendere ai miei genitori e a mia zia) una fortuna in videogiochi, e ogni volta li pregustavo così tanto (mesi, a volte anni) che appena li avevo in mano non smettevo di giocarci finchè non avevo sviscerato ogni singolo bit. Non ho mai lasciato un videogioco a metà, così come un libro. Che, per inciso, per me sono entrambi esempi di arte.

Comunque, Wipeout 2097 era introvabile a Catania, così vidi su una rivista di videogiochi che lo vendevano per corrispondenza (ancora la compravendita su internet non esisteva, stiamo parlando di una vita fa) e quindi lo presi così. Arrivò a casa e ancora prima di giocarci ne ascoltai la colonna sonora. La pregustavo già, avendo letto che comprendeva nomi di enorme calibro, ma per mia grossa delusione i grandi nomi erano solo nella versione per Playstation. Quella per pc era curata soltanto dal solito Cold Storage (ovvero il sound engineer della Psygnosis, la casa produttrice del gioco), e se nel primo gioco aveva fatto un lavoro incredibile, in questo secondo mi lasciò completamente insoddisfatto. Moltissimi anni dopo, invece, riuscii a procurarmi il cd con la colonna sonora, come per il primo Wipeout, e comprendeva anche molte delle tracce della versione per Playstation. Anche in questo caso la qualità è di gran lunga inferiore rispetto a quella del primo capitolo, ma per Herd Killing dei The Future Sound Of London chiunque darebbe un braccio. O almeno, io lo darei.

Wipeout 2097 era molto più bello del primo, molto più rifinito, ma "durò pochissimo". Intanto quando lo comprai scoprii di avere bisogno di una scheda video 3D, che mi ero sempre rifiutato di comprare fino ad allora; la comprai, giocai e poi pochi mesi dopo aggiornai il pc e il gioco divenne misteriosamente ingiocabile: a differenza di qualsiasi altro videogioco, infatti, la velocità del gioco aumentò con la velocità del processore. E' una cosa paradossale, perché io tuttora riesco a giocare con giochi dei primissimi anni '90 senza problemi, e Wipeout 2097 invece si è rivelato ingiocabile (anche se è anni che non ci riprovo e magari ora qualcuno ha trovato una soluzione). Peccato, perché era splendido. Anche se la colonna sonora non era poi un granchè.



E comunque poi c'ho rigiocato e l'ho completato, qualche mese fa, dopo il primo Wipeout.
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Predefinito ricordo il giorno del suo matrimonio

Citazione:
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Ometto assolutamente le prime due ore dal nostro incontro. Lui le ha fatto una sorpresa (con la mia complicità) che mi ha sconvolto perchè ok, io e lui saremo diversissimi, soprattutto nel campo delle relazioni sentimentali, ma ha fatto ESATTAMENTE la stessa cosa che avrei fatto io. Cioè, ha fatto una cosa alla me. Anni fianco a fianco producono queste cose, sì.

Poi siamo andati verso la sua casa a Catania. Prima l'ho supplicato di passare da casa in campagna dove ha detto che aveva la cravatta azzurra che gli avevo chiesto, visto che due minuti prima di uscire di casa mia madre mi ha detto "la cravatta azzurra che volevi metterti è macchiata, tieni questa grigia", e io quella grigia non la volevo, e lui m'ha detto che ne aveva una azzurra, ma era in campagna, e avremmo dovuto allungare...oh, guidavo io, l'ho portato là e l'ho costretto a prenderla.
Costretto per modo di dire, lui era ben felice di farlo.

E poi, stavolta con Jova come colonna sonora, siamo andati a casa sua a Catania. Abbiamo fatto tre viaggi per portare tutto quello che dovevamo portare dalla mia macchina: miliardi di cestini di fiori, i miei vestiti per il matrimonio, materassino e sacco a pelo per dormire a casa sua. Un delirio.
La cosa che m'ha fatto pensare al fatto che era veramente in un altro mondo, con la testa, è stata la sua non-reazione ad una telefonata. Io ho ricevuto una telefonata, mi sono allontanato per rispondere, sono tornato quasi saltellando, e lui non m'ha neanche chiesto "chi era?". Si vede che era proprio in un altro mondo.
Poi siamo andati a cena. Com'è l'ultima cena da scapolo? Beh, pasta in bianco per lui, pasta con la salsa per me. Banale? Probabile, ma lui stava crepando per il mal di stomaco; nervoso, ovvio. Io ero tranquillo, o almeno, credevo di esserlo, visto che alla fine ho passato la notte in bianco proprio come lui. Non siamo andati a letto tardissimo, abbiamo aspettato che finisse la partita di hockey su pista (io e lui riusciamo ad appassionarci agli sport più assurdi) e poi abbiamo sistemato il materassino ed il sacco a pelo accanto al suo letto, mi ci sono messo sopra (mica dentro) e abbiamo provato a dormire.
Ci svegliavamo ogni mezz'ora, è stata una vera tortura, finchè, inesorabile, alle 6.30 dell'indomani mattina è suonata la sveglia.

L'abbiamo puntata così presto per poter fare tutto con calma: colazione, doccia, sguardo sveglio, e poi la mitica vestizione. Ecco, io avrei preferito fargli delle foto mentre si vestiva (ad esempio, mentre si faceva legare da suo padre la cravatta, o mentre andava in giro con le mutande ed i calzettoni fino al ginocchio) al posto delle foto che gli avrebbero fatto dopo. Ovvero finte foto in salone, finte perchè erano tipo "fai finta che ti stai abbottonando la camicia" e cose simili. Ok, ci stavano, mi rendo conto, ma io giuro che non voglio fare una fine simile. Lui era contento. Io sarei stata la persona più torturata del mondo, al suo posto.
Un'altra cosa che m'è sembrata assurda è stata la "finta uscita". La macchina "seria" (una Mercedes con tanto di autista) sarebbe arrivata a prenderlo molto prima del matrimonio, così lui s'è fatto fare le foto mentre saliva sulla macchina, ma poi la macchina è andata via senza di lui perchè altrimenti sarebbe arrivato troppo presto alla cerimonia. M'è sembrata assurda ma vabbè, forse ci stava.

Dopodichè abbiamo tagliato i nastri da legare alle macchine, li abbiamo legati alle antenne e siamo andati su. Su su, il posto era quasi sull'Etna. Conoscevo pochissimi degli invitati, giusto la mia famiglia estesa con tanto di cugini e zii. E poi i genitori della sposa, ok. In puntualissimo ritardo la cerimonia è iniziata. Io, assieme a un mio cugino (il fratello dello sposo) e sua moglie, mi sono seduto in prima fila, dal lato dello sposo. Mi sono emozionato tantissimo, soprattutto quando sono stato chiamato a firmare OTTO VOLTE per testimoniare. E' stato buffissimo perchè io volevo impegnarmi a firmare con una calligrafia decente, e invece ogni volta che firmavo era sempre peggio, una specie di geroglifico molto peggio di qualsiasi altra firma fatta in vita mia, firme post-esami incluse.

Dopo la cerimonia mia madre si è avvicinata a noi cugini-testimoni e ci ha detto "visti da dietro eravate tutti e tre uguali: tutti e tre senza capelli". Risate generali.

Salto il resto della cerimonia, insomma: lancio di riso, e poi tutti a mangiare.
Ed è stato lì che m'è venuta un'idea geniale.

C'era una tastiera. Tastiera elettronica. Una pianola, insomma. C'era un microfono. E allora, perchè non organizzare qualcosa di divertente?

Se c'è una cosa che lega tutti noi cugini Mirabella è il fatto di essere tutti cresciuti con gli 883. Così sono andato dal fratello dello sposo e gli ho detto "senti, pensavo di suonare qualcosa alla tastiera con qualcun altro che canti, qualcosa degli 883, tu che dici?". E lui "non ti passa più!".

Ehm.

Non Ti Passa Più è una splendida canzone degli 883. E' sicuramente la mia preferita tra tutte le loro ottanta canzoni, nonostante non sia per niente profonda. Ma è dannatamente divertente, è estremamente autoironica sulla condizione maschile e insomma...fa ridere tantissimo. A me piace proprio. Per chi vuole ascoltarla (con relativo video) è qui. Il problema era che la canzone, dopo questa prima parte divertente, si evolve, con lui che viene mollato da lei, poi la incontra con un altro...insomma, non era il caso. Ma la prima era strofa. E allora, perchè non cantare solo la prima strofa?

Così è successo questo: siamo andati alla tastiera, abbiamo preso il microfono, abbiamo chiesto scusa a tutti i presenti per quello che stava per succedere, ma volevamo fare una dedica allo sposo.

Poi ho iniziato a suonare, e dopo un'intro strumentale tutti hanno iniziato a cantare quello che segue:

Bello, non ti passa più
te la sei voluta tu
vuoi la bicicletta e poi
pedalare e cazzi tuoi
Livello 1: Pupazzo patetico
vestito a festa
all'una a pranzo dai suoi
"Signora, sa, una pasta al forno
così non l'ho mangiata mai"
Livello 2: L'interrogatorio
"Ma con mia figlia
tu che intenzioni hai?"
"Lei ha bisogno di uno serio
Spero non ci deluderai"
Poi di corsa dagli amici del bar
almeno per mezz'ora un po' di tranquillità
ma da come guardano
sembra che mi dicano
Bello, non ti passa più
te la sei voluta tu
vuoi la bicicletta e poi
pedalare e cazzi tuoi


Ammettiamolo: c'è voluto molto coraggio, da parte di tutti noi. Tutti noi cioè io, mia sorella, il fratello dello sposo, un altro cugino mio coetaneo e soprattutto un cugino trentacinquenne, stimatissimo manager, padre di due bambini...e però prontissimo a mettere alla berlina lo sposo.

Poi, siccome non volevamo fare la figura dei guastafeste, abbiamo deciso di fare un po' le persone serie. Abbiamo costretto lo sposo a venire da noi e abbiamo intonato, tutti insieme e per intero, con me che suonavo, Come Mai. E' stato un momento di unità familiare bellissimo, tant'è vero che, ad esibizione conclusa, un sacco di persone (soprattutto parenti della sposa) sono venuti da noi a complimentarsi, non tanto per l'esecuzione (pessima) ma per l'idea e per l'unità familiare. Quando più tardi la madre della sposa e la mia si sono messe a parlare, ho sentito la prima dire alla seconda "già pensavo che suo figlio fosse fantastico dopo il quaderno come regalo, ma oggi si è superato". Fantastico.
Tralaltro di quest'esibizione esiste un video. Io non ce l'ho ancora, ma quando ce l'avrò potrei anche postarlo. Chissà.

Il resto, sinceramente, è passato abbastanza velocemente. Torta, brindisi, regali, foto, regali ai testimoni (uno splendido orologio della Breil col quadrante, guarda caso, azzurro), abbracci e un senso di stanchezza infinito.
E di soddisfazione infinito.

E un attimo prima di andare via, ci siamo fatti una foto.
Padrino e figlioccio.
Sposo e testimone.
Fratello maggiore adottivo e fratello minore adottivo.
Baruzzu e baruzzu.
L'altroieri sera Ale mi ha telefonato e mi ha detto che si sentiva particolarmente giù a causa dell'imminente ricorrenza. Così gli ho detto "dieci anni fa, a quest'ora, ti stavo accompagnando da lei per farle la sorpresa pre-matrimonio".
Sono passati dieci anni e mi chiedo cosa sia rimasto di quel giorno.

La ragazza che mi ha telefonato quella sera adesso vive con me.
Le mie firme da testimone non sono migliorate neanche nei tre matrimoni successivi.
I capelli non sono ricresciuti a nessuno di noi tre.
Noi cugini "allargati" ci siamo sempre visti poco ma ogni volta è una festa.
L'orologio col quadrante azzurro si è fermato, e questa è la coincidenza più incredibile di sempre, proprio mentre accadeva il fatto che avrebbe sciolto il vincolo in occasione del quale mi è stato regalato l'orologio stesso.

Tutto il resto che ci siamo detti io e Ale, anche dopo per messaggi, è giusto che resti da noi. L'ho invitato più volte a scriverne qui, dato che per me è sempre stato liberatorio, ma ognuno fa quello che vuole.
Io so solo che dieci anni fa si è sposato e per me è stata un'ufficializzazione della mia necessità di cambiare vita. In fondo le cose stavano già cambiando.

Però...tutto è una sequenza di rapporti causa-effetto, e così quando ieri gli ho scritto "non ho fatto il mio dovere, avrei dovuto urlare durante il matrimonio per interrompere la cerimonia" mi ha risposto che in quel modo non avrebbe avuto suo figlio, e allora è meglio così.
Già, è meglio così.
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Vecchio 10-10-2019, 22.06.06
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Predefinito ventesima scatola: Worms Armageddon

Ho fissato a lungo questa scatola prima di scrivere il post, per due motivi: innanzitutto perché è l'ultima, e poi perché mi sono chiesto come mai non abbia mai inserito Worms Armageddon nella lista dei videogiochi che mi hanno cambiato la vita. La risposta è semplice: forse non me l'ha cambiata, non almeno quanto gli altri. Eppure...eppure c'ho giocato tantissimo, e in contesti molto diversi tra loro.
È stato Lapi, il cugino di mia mamma, a farmelo scoprire durante la mia settimana trentina dell'estate 1998. Era il primo Worms, e dopo qualche mese è uscita la nuova versione, dalla grafica splendida (per l'epoca) e così l'ho preso subito. Andavo in terza media e divenne un tormentone della mia vita.

Il bello di Worms Armageddon è che è stato uno dei pochissimi giochi con cui sono riuscito a coinvolgere "non giocatori". Mia sorella, ad esempio (oltre a mio fratello, ma lui giocava spesso ai videogiochi), oppure anche Grazia. Ricordo di averci giocato con tutti loro e anche con Andrea, che mi fornì una spassosissima patch per le voci in dialetto siciliano, con dei tormentoni che ci fanno ridere ancora oggi (noi due e mio fratello). E poi il bello è che si poteva giocare in quanti si voleva (fino a sei) sullo stesso computer, perché era un gioco di strategia a turni, in cui ogni squadra ha qualche decina di secondi di tempo per far muovere uno o più vermi e poi sparare un colpo di un'arma a scelta. Sì, di vermi: è un gioco spiritosissimo, con ambientazioni assurde (e "giganti", vista la dimensione dei vermetti) e bidimensionali. Qualche anno dopo uscì la versione 3D, che adorai e a cui giocai tantissimo ma con la quale non riuscii a coinvolgere nessuno. L'immagine che assocerò per sempre allo sbarco in Normandia è la sua riproposizione in chiave Worms.

Worms Armageddon era divertentissimo in multiplayer ma anche da soli, con livelli su livelli da superare, sconfiggere squadre di vermi dagli improbabili nomi e andare sempre più avanti, con armi "convenzionali" (ma non per un verme: bazooka, granata, eccetera) e meno convenzionali (pecore, bombardamenti di tappeti, statue di cemento). Un gioco ilare e maledettamente divertente.

Poi, semplicemente, non ha più funzionato. Il mio cd era troppo rigato, e non sono più riuscito a giocarci.
Potrei riprovarci, chissà.

Intanto mi tengo la scatola.
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Vecchio 11-10-2019, 19.23.35
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Predefinito friends have been friends

L'altroieri, appena iniziata la pausa pranzo, ho visto che sul telefono c'era una chiamata senza risposta. Ho letto il nome, poi ho sbattuto gli occhi per essere sicuro di aver letto bene, perché magari si trattava di "Papi", che poteva anche starci. Ma invece no, era "Pippi", e la cosa mi è sembrata molto strana. L'ho richiamato ma non ha risposto, mi ha richiamato e l'ho visto solo dopo, l'ho richiamato e finalmente ha risposto. Mi ha detto che era a Padova, che era stata una decisione dell'ultimo minuto, che si sarebbe fermato qui solo fino all'indomani mattina e che era abbastanza pieno di impegni lavorativi. Fondamentalmente potevamo vederci solo dopo cena, e il dopo cena è significato uscire di casa alle 23, con Vero già a letto e io che avevo giocato un po' al computer (ci pensavo ieri: da bambino dicevo "giocare al computer" e non "con il computer", e immagino sia un errore "regionale" che mi sono portato dietro). L'ho fatto, e mentre attraversavo il centro di Padova ascoltando quel capolavoro di Weather Diaries dei Ride, mio loro disco preferito nonché disco dell'anno del 2017, ho pensato a questo post, in cui ho raccontato "rise and fall" di me e Pippi. Per la cronaca, pensavo di dover raccontare tutto di nuovo ma poi mi sono ricordato del post e così mi limito a metterne il link. Aggiungo solo che nei quattro anni successivi la situazione non si è smossa, se non con una lunga telefonata lo scorso anno, e poco più.

Abbiamo passato un'ora in un bar del centro, senza affrontare questioni che è inutile affrontare, come quelle del post di cui sopra. Ma abbiamo parlato forse per la prima volta da adulti, affrontando mille questioni. Gli ho raccontato del mio lavoro di cui sono contentissimo nonostante possa "fare strano", e mi ha raccontato del suo, incerto per propria scelta ma anche pieno di stimoli; mi ha raccontato delle sue storielle post-fine convivenza, e io gli ho raccontato di quanto mi senta "vergognosamente felice" negli ultimi mesi, ora che abito con la persona che amo da dieci anni. E proprio a proposito di questo, della convivenza, gli ho detto che la mia più grande paura è rinunciare alle passioni personali, come Ciccio che non ascolta più un disco intero da un paio di anni (Ciccio, ovvero l'ultimo SQUOT rimasto con cui parlare di musica) e che non va in bici da quando siamo andati insieme al Rifugio Citelli (sempre Ciccio, ovvero uno dei due SQUOT con cui ho fatto imprese ciclistiche di un certo tipo) o come Marti che non gioca più ai videogiochi da mesi (e qui non serve sottolineare il legame tra lui e i videogiochi, ne ho scritto mille volte, anche di recente); e gli ho raccontato che ce la sto facendo, che proprio in questi mesi sto leggendo un sacco, sto giocando un sacco, e soprattutto sto ascoltando un sacco di musica, senza per questo trascurare la mia compagna. E abbiamo appunto parlato anche della musica, dei nostri amati Manic Street Preachers, del fatto che "la musica contemporanea mi butt[i] giù" e che ogni anno ho una trentina di album nuovi di artisti che seguo già da ascoltare per poter pensare di appassionarmi anche a qualcosa di totalmente diverso. E del rock, di me e il rock.

Abbiamo parlato come parlavamo dieci anni fa, e stavolta l'abbiamo fatto in un pub qualsiasi del centro di Padova, città in cui non era mai stato e che ormai è mia. E a tal proposito abbiamo anche confrontato Padova e Catania, e abbiamo confrontato i diversi atteggiamenti che diversi SQUOT espatriati e non hanno verso la nostra città natale.

Ci siamo abbracciati, chissà quando ci rivedremo. Poi sono tornato a casa cercando di non fare troppo rumore, e Vero ovviamente dormiva già. Mi sono lavato i denti, messo il pigiama, infilato sotto le coperte e avvicinandomi a lei mi sono sentito esplodere di felicità. E senza vergogna.
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Predefinito ma il rock 'n' roll, sì che mi piace

Ho realizzato che la maggior parte della musica che ascolto è rock. Non mi piace il metal, non mi piace l'hard rock, ma certo rock sì. Prediligo i suoni anni '90, sia quelli americani, come Sonic Youth e Pavement, sia quelli britannici come Oasis, Blur e ovviamente Manic Street Preachers. E ho pensato che prima del 2006, cioè prima di conoscere i Manic Street Preachers. per me il rock era rumore. Qualsiasi rock, persino Ligabue. Credo sia una coincidenza il fatto che i Manic, che sono la band che mi ha aperto al rock, siano poi rimasti la mia band preferita di sempre, e credo che dopo tredici anni da allora la cosa possa essere definitiva. Ma comunque loro mi hanno aperto al rock, appunto, e adesso posso dire che il rock è il mio genere preferito, o comunque quello che ascolto di più. Ascolto molta più musica di allora, molto più diversificata, ma mi sono accorto che il suono del rock mi piace proprio.
E ti giuro che non l'avrei mai pensato, all'epoca.
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Vecchio 13-10-2019, 12.34.29
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Predefinito Tomb Raider vs. Prince Of Persia

Quando uscì Prince Of Persia 3D, una ventina di anni fa, fu bocciato dalla critica e ignorato dal pubblico, con la motivazione che "è la brutta copia di Tomb Raider". Io al primo Tomb Raider c'avevo giocato pochissimo, nonostante me l'avessero regalato per il compleanno qualche anno prima, e non trovavo poi tutte queste somiglianze. Sì, il protagonista era inquadrato da dietro le spalle, saltava, si aggrappava, tirava leve, spostava oggetti...ok, forse era veramente simile. Cambiavano moltissimo i combattimenti, visto che in Tomb Raider si usa una pistola (col puntamento automatico, per rendere tutto molto - troppo - più facile), mentre in Prince Of Persia 3D si usano spade e altre armi da corpo a corpo rendendo il tutto molto più vario, con tanto di parate e contrattacchi.
Prince Of Persia 3D non l'ho mai completato. C'ho giocato un paio di volte (negli anni seguenti l'uscita, e poi qualche anno fa) ma non sono mai arrivato fino in fondo. Chissà, forse, un giorno.

Tomb Raider l'ho completato una settimana fa, a distanza di oltre vent'anni dal mio primo e annoiato tentativo. L'ho completato perché appena arrivato a casa nuova, mentre svuotavo le scatole piene di cd mandatemi da Catania, l'ho trovato e mi è venuto in mente che avrei potuto affrontarlo sul serio, prima o poi. L'ho fatto, ed è stato "il gioco dell'estate", con ventitré anni di ritardo. Verrà anche ricordato (forse, chissà se me ne ricorderò) come il primo gioco a cui ho giocato da quando mi sono trasferito a casa nuova. Primo di una lunga serie, spero.
In ogni caso, l'ho completato. E mi sono reso conto che, se è vero che Prince Of Persia 3D è copiato da Tomb Raider, allora è anche vero che Tomb Raider è copiato dai primi due Prince Of Persia. Si tratta esattamente della stessa dinamica: trova l'interruttore per aprire la porta - salta - aggrappati - combatti (seppur con molta meno soddisfazione). Certo, è in 3D e tutto quanto, ma il meccanismo è lo stesso di quei Platform di fine anni '80 - inizio anni '90.
Recuperare un vecchio gioco, in questo caso degli anni '90 (i videogiochi invecchiano molto più velocemente di qualsiasi altra forma d'arte, proprio perché sono la più recente e quindi l'evoluzione è stata più rapida), è rischioso, perché per giocarci bisogna mettersi in mente che, appunto, è un vecchio gioco. Ora, se io giocassi a qualsiasi vecchio videogioco a cui ho già giocato, non ci sarebbe bisogno di metterselo in mente, visto che sarebbe un gioco che fa già parte di me e quindi non lo troverei "vecchio". Ma giocare nel 2019 ad un gioco del 1996 vuol dire eliminare tutte le sovrastrutture costruite nei ventitré anni successivi per capire se sia o meno un gioco valido. Per me, alla fine, non lo è più di tanto, visto che alla fine mi ha abbastanza annoiato, nonostante c'abbia messo un'estate intera per completarlo (e mai più di due livelli per settimana).

Ultima nota: qualche giorno fa su un sito di videogiochi si celebrava il trentennale del primo Prince Of Persia. Il 90% dei commenti non lodava il primo, o i primi due giochi, come avrei potuto fare io e come pensavo che avrebbe fatto chiunque, ma la "saga reboot", quella delle sabbie del tempo, uscita negli anni 2000 e a cui ho giocato solo una sera da Ale sulla sua PS2. Per la gente che scrive sul sito, quindi immagino gli appassionati di videogiochi odierni, sono quelli i giochi che ricordano. Che dieci anni prima ci siano stati due Platform 2D che hanno fatto la storia non se lo ricorda nessuno.
Io, sì.
Mio papà, pure.
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Vecchio 13-10-2019, 22.54.51
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Predefinito è giunta l'ora

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Vecchio 14-10-2019, 18.30.11
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Predefinito oggi va così (grazie per lo spunto, Elaine)

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Vecchio 17-10-2019, 21.54.11
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Predefinito 64

La febbre non accennava a passarmi. Non era alta, si manteneva sempre intorno al 37,5, ma era sufficiente a non farmi andare a scuola. La diagnosi, mononucleosi, venne accompagnata dalla scherzosa definizione "malattia del bacio". Peccato che io di baci non ne avessi mai dati, non sulle labbra almeno, anche se ad Enrica avrei voluto dargliene almeno dalla terza elementare fino all'inizio della prima media, e mi aveva sempre respinto; il 10 febbraio del 1997, quindi a metà della prima media, fui invece io ad evitare le labbra rosse di rossetto (era pur sempre carnevale, no?) di Claudia, che tentò di baciarmi sulle labbra nel corridoio della casa di una nostra compagna di classe, sua omonima, dicendomi che mi trovava carino. Io mi scansai, il rossetto finì sulla mia guancia e poco dopo suonò il citofono: era mia zia che era venuta a prendermi, e io corsi in bagno per cancellare le tracce dell'atto impuro che avevo appena subito. Nel giro di pochi mesi Claudia si trasformò nell'oggetto del desiderio di tutti i ragazzi della scuola, e io non ebbi mai il coraggio di raccontare che aveva cercato di baciarmi. Chissà, forse avrei potuto salvarla dalla precocità che avrebbe aleggiato negli anni successivi, anche se, ed è un gioco di parole voluto ma non troppo, quello da cui era impossibile salvarla era la sua stessa procacità, dato che una quarta in prima media non è una cosa che si vede tutti i giorni (o almeno, allora non si vedeva).
Ma insomma, certamente non era stato un bacio a farmi prendere la mononucleosi. Dopo tre settimane di sciroppo, e nell'impossibilità (psicologica, ma non per questo meno reale) di prendere le pillole, mi arresi all'eventualità delle iniezioni. A farmele fu lo zio Saro, il papà di Ale, che pur essendo stato "soltanto" un infermiere ne sapeva tantissimo, "quanto un medico" diceva sempre mio papà, che è solito ribadire che, se suo fratello avesse potuto studiare quanto lui, certamente avrebbe avuto una fulgente carriera.
La tecnica delle punture dello zio Saro era (ed è ancora) incredibile: non ti diceva su quale chiappa ti avrebbe infilato l'ago, e un attimo prima di infilarlo ti dava un pizzicotto sulla chiappa opposta, in modo da farti concentrare il dolore nel posto sbagliato, volutamente. Funzionava: le punture non sono mai state indolori come quando le faceva lui. E durante quelle punture (venne quattro giorni di fila, a domicilio) io per distrarmi leggevo una rivista di videogiochi che mi aveva prestato il marito della mia maestra di pianoforte, videogiocatore incallito, all'interno della quale veniva recensito Wipeout 64. E io con Wipeout ero veramente in fissa, visto che l'estate prima Ale mi aveva fatto scoprire il primo Wipeout, che poi comprai nel negozio di Martino appena tornato a scuola e a cui affiancai lo splendido seguito, Wipeout 2097, comprato per corrispondenza. Adesso era uscita la versione per Nintendo 64, e non avendo quella console l'unico modo per saperne qualcosa era leggere la rivista. L'ago entrava e io leggevo e guardavo le immagini del gioco.

Poco più di quattro anni dopo vidi Andrea salire in macchina e andare via dal mio condominio, mentre in mano avevo l'emulatore per Nintendo 64 che mi avrebbe dovuto permettere, teoricamente, di giocare a Wipeout 64. Andrea non lo vidi più per quattro anni, perché mi aveva detto "mi faccio sentire a fine mese appena finisco gli esami" e io, anziché farmi sentire per primo come al solito, misi alla prova le sue parole. Dovetti scrivergli io, ma lo feci quattro anni dopo (storia già raccontata mille volte, anche in diretta, qui). Nel frattempo, però, a Wipeout 64 non riuscii mai a giocarci: a Super Mario 64 sì, a Wipeout 64 no. Non funzionava.

Adesso mi sono deciso. L'anno scorso, in occasione del mio ventennale di Wipeout, mi sono convinto a riprendere in mano e completare il primo, e poi il secondo. Adesso tocca a Wipeout 64, a cui non avevo neanche mai giocato. Lo sto facendo sul mio computer storico, che adesso è diventato "il computer di Vero", quello su cui prepara le lezioni, ma quando riesco, mezz'oretta ogni tanto, mi metto a giocare. È dannatamente difficile, ma dà soddisfazioni.
E ricordi di punture e di amici persi e poi ritrovati.
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Predefinito quando muore un artista

Quando muore un artista la notizia viene data dai telegiornali, dai giornali, a volte dai siti specializzati, e più l'artista è (era) famoso più la notizia fa rumore. Quello che succede, soprattutto, è il "mondo dei social" che piange all'unisono e che scrive cose che generalmente mi fanno girare le palle, come "ci mancherà".
Io ho sempre distinto tra persona e artista. Se ascolto un disco, se guardo un film, se leggo un libro, è perché l'arte di quella persona (o di quel gruppo di persone) mi piace, indipendentemente da quanto mi piaccia la persona. Poi certo, l'arte è un riflesso di se stessi, ma non è detto che coincida. E quindi a me interessa l'artista, non la persona.

Quando l'artista muore, in realtà, di solito è già morto da un po'. Se muore di vecchiaia, o dopo una lunga malattia, eccetera, vuol dire che ha smesso da un po' di fare l'artista. Adesso (negli ultimi anni) va di moda annunciare l'addio alle scene, magari per fare un tour d'addio che attira sempre un sacco di gente, ma in teoria un modo di dire addio può essere anche il solo smettere di fare arte. Parlo di arte in senso lato: si può essere registi, attori, musicisti, cantanti, scrittori, eccetera. Quando l'artista muore, però, è già morto come artista. Non come uomo, e quello dispiace sempre. Ma, appunto, bisognerebbe limitarsi a quello.

Se muore un artista che ha smesso di fare l'artista (per limiti di età, per noia, eccetera) allora è morta la persona, perché l'artista è già morto. E dire "ci mancherà" è una puttanata gigantesca: ci mancava già da prima, da quando ha smesso di fare l'artista. A meno che non si sia amici di quell'artista (ma intendo proprio di persona) la morte di un artista non cambia niente al fruitore della sua arte: può continuare ad ascoltare la sua musica, a leggere i suoi libri, a guardare i suoi film, eccetera. Non cambia niente.

C'è solo un caso in cui cambia, ovvero quando l'artista che muore è ancora in attività. Se ad esempio fossi stato fan di Amy Winehouse (faccio un esempio a caso) al momento della sua morte, immagino che mi sarei disperato, pensando che non avrei potuto più avere della nuova musica. Ma se muore un artista che ha smesso di fare già da un po' nuova musica (e magari concerti), cosa cambia? A me, in quanto fruitore, niente.

Ho sempre pensato questo, e mi sono sempre arrabbiato quando ho letto la disperazione degli utenti dei social in seguito alla morte di qualcuno. Dispiace, certo, ma non è vero che "ci mancherà". E lo stesso vale quando muore qualche artista che ho seguito: quand'è morto Bud Spencer, per esempio, mi sono immalinconito parecchio, ma non ho mai pensato che mi sarebbe mancato. Cosa mi sarebbe mancato, di preciso? La possibilità di vedere suoi nuovi film? Quella possibilità era già morta da una ventina d'anni. Così, la sera della morte di Bud Spencer, ho visto quel capolavoro di "Nati con la camicia" con dei miei amici, punto. Abbiamo riso, ci è dispiaciuto per la sua morte, ma non abbiamo detto "non potrà più fare film". Non ne faceva già da tanto.

Negli ultimi giorni ho ascoltato parecchio Elio E Le Storie Tese, per la prima volta dal loro scioglimento, avvenuto l'anno scorso. Ecco, è stato come ascoltare un fantasma: loro si sono sciolti (più che altro per "stanchezza") e ascoltandoli ho pensato che mi dispiacerà non poterli più vedere in concerto o ascoltare nuovi dischi. Del resto il loro ultimo album, checché ne dicano i fan storici, per me è spettacolare, e pensare che non ci sarà un seguito mi intristisce.
Ma se un giorno, tra venti, trenta, quarant'anni, ci sarà la notizia della morte di uno del gruppo (uno qualsiasi, sono sempre stati ugualmente importanti), mi dispiacerà umanamente, ma di certo non penserò "non potranno fare più dischi o concerti", visto che avevano smesso da venti, trenta, quarant'anni.
E mi dispiace un sacco, comunque.
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Predefinito tutte le storie più la mia (reprise)

Oggi ho pensato che avrei scritto un post intitolato "tutte le storie più la mia", citando un verso della splendida Strada Di Città 2000 degli Articolo 31. Un attimo fa ho fatto una ricerca per vedere se ci fosse già un mio post con questo titolo, e in effetti c'era. Parlavo velatamente di musica anche lì (e quando non lo faccio, in fondo?), ma quello che volevo scrivere stavolta è diverso.

Da settembre 2007 non ascolto più canzoni singole ma solo dischi interi. Non so bene da quando di preciso, però, non ascolto più dischi interi ma discografie intere, in rigoroso ordine cronologico; se sono in fase [inserire nome artista qui] allora ascolto tutti i suoi dischi, generalmente (a volte voglio ascoltare un album in particolare, ma non capita spesso).
Nelle ultime due settimane ho ascoltato parecchio Elio E Le Storie Tese e mi sono reso conto che è uno dei gruppi che ascolto da più tempo (dal 1999, secondi solo agli 883 come). E quindi la mia storia, la storia della mia vita, si è intrecciata con la loro a partire da quell'anno. E, anno dopo anno, si sono aggiunte altre storie musicali, tutte intrecciate con me e a volte anche tra loro.
Insomma, è come se ci fosse una serie di semirette parallele disposte su un piano cartesiano. Sull'asse delle ascisse ci sono gli anni (la mia semiretta parte dal 1986) e da ogni scalino dell'asse delle ordinate parte una semiretta di un artista, e così ci sono tutte queste semirette parallele tra loro, parallele anche alla mia, e sono storie diverse tra loro che si sono intrecciate con la mia (sono semirette e quindi non dovrebbero essere curve, ma mi piace immaginarle come delle linee che ogni tanto si sovrappongono). La mia vita è frutto di mille cose, principalmente di mille scelte mie e altrui, ma è anche accompagnata da tutta la musica che ho ascoltato e condiviso negli anni.
Ascoltavo Elio E Le Storie Tese e posso dire di essere cresciuto (anche) con loro. E ne sono contentissimo.

(post scritto ascoltando Black Milk dei The Beasts Of Bourbon)
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Predefinito la musica la musica il resto nel cesso

Ieri sera è successa una cosa e ho pensato che l'avrei raccontata in un post. Stamattina ho letto un titolo di giornale, mi è venuta in mente una cosa e ho scoperto che la cosa che mi è venuta in mente era per coincidenza legata a quel titolo di giornale, che poi ho approfondito, così ho pensato che anziché raccontare il fatto di ieri sera avrei raccontato quello di stamattina. In pausa pranzo, infine, ho pensato che avrei potuto raccontare tutto insieme, perché c'è un collegamento, e anche forte.
Quindi racconto tutto insieme.

Partiamo da ieri sera. Ero davanti ai fornelli a girare le castagne che si cuocevano mentre Vero era nello studio, al computer, a preparare la lezione di oggi. Con una mano tenevo il cucchiaio di legno con cui girare le castagne, con l'altro tenevo un romanzo di Montalbano (ho deciso che voglio leggerli tutti prima della pubblicazione di quello che sarà l'ultimo) e con le orecchie ascoltavo la raccolta dei b-sides di Leisure, il primo album dei Blur. Le casse dello stereo sono esattamente dall'altra parte della sala rispetto ai fornelli, e in più avevo l'aspiratore acceso, così il volume doveva essere necessariamente alto. A un certo punto, indeciso sul grado di cottura delle castagne, sono andato a chiamare Vero, attraversando la sala e poi il resto della casa, e mentre sono tornato in cucina ho sentito un rumore bianco, un feedback di chitarra che aumentava via via di volume. Ho riconosciuto subito l'attacco di Day Upon Day, mai incisa in sala di registrazione e pubblicata solo nella versione dal vivo suonata nel 1990, un anno prima della pubblicazione. Un suono di chitarra, più rumore che musica, che aumenta di intensità per trenta secondi finché non esplode tutto con una batteria forsennata e il resto pure. Non sapevo quando sarebbe arrivata l'esplosione, anche perché nel frattempo l'aspiratore faceva il suo rumore impedendomi di sentire, ad esempio, il click della batteria. Così ho iniziato a saltellare prima del tempo, mi sono messo letteralmente a saltare davanti agli altoparlanti finché non è partita effettivamente la canzone. Non so se Vero mi abbia visto, probabilmente mi stava dando le spalle spegnendo il fuoco, ma ero letteralmente posseduto dalla musica. Delle vibrazioni nell'aria stavano generando delle conseguenze fisiche su di me, ed è stata una sensazione bellissima.

Questo avrei scritto ieri sera, e l'ho scritto adesso. Nel frattempo, però, appena arrivato in ufficio ho letto la notizia della morte di tale Erika Lucchesi, ragazza diciannovenne che aveva ingerito qualche pasticca di ecstasy di troppo (il troppo è qualsiasi numero superi lo zero, immagino). La notizia lì per lì non mi ha detto niente, ma poi ho pensato a un vecchissimo articolo letto su Musica di Repubblica (l'inserto migliore della storia) sulla discoteca Jaiss di Empoli e sul consumo smodato di droghe sintetiche e non che avveniva lì dentro. Ho fatto un po' di amarcord mentale con i miei ricordi legati a quella discoteca, in cui non sono mai stato ma che mi ha dato molto anche se non lo sa, e poi ho provato a cercare la parola "jaiss" su internet. Sapevo che il Jaiss, tempio della musica techno tra gli anni '90 e i 2000, aveva chiuso una quindicina di anni fa e che ultimamente c'era stato qualche tentativo di revival, quantomeno per cercare di rievocarne l'atmosfera, e così ho cercato. Risultato: la ragazza è morta al Jaiss. E non solo: è morta durante la serata di inaugurazione del nuovo corso del Jaiss. Una coincidenza? Forse, ma più che altro un corto circuito tra i miei ricordi.

E quindi, il Jaiss, una discoteca in cui non sono stato. Non ci sono mai stato ma ricordo di quell'articolo di giornale, un articolo non moralista (anzi, aveva un tono quasi comprensivo, "alla Lucignolo") in cui tutti gli intervistati, in evidente stato di ebbrezza chimica, dicevano la stessa cosa: "questa è musica da sballo, non puoi ascoltarla senza farti". Sembrava che le due cose, la musica techno e le droghe, dovessero andare per forza di pari passo: se ascolti quella musica allora ti droghi, e se ti droghi allora ascolti quella musica. O, ancora peggio, sembrava che fosse impossibile godersi quella musica senza drogarsi.

Ho vomitato causa alcool due volte in vita mia, nel 2003 e nel 2008, ed entrambe le volte ero al sicuro tra le mura di una casa, circondato dagli amici e senza musica in sottofondo. Ho fatto forse due tiri, in anni più recenti e in analoghi contesti. Contemporaneamente, però, mi sono sfondato per anni di musica techno.
L'ho conosciuta nell'estate 1998, con la colonna sonora del primo Wipeout, anche se forse quella era solo "dance molto veloce". Mi sono invaghito durante l'anno scolastico successivo, quello della terza media, quando il sabato notte accendevo la radio di nascosto dai miei solo per sentire "From Disco To Disco", il programma techno di Radio Deejay che andava in onda a tarda notte, a cura di Tony H e Lady Helena. Ho comprato la compilation "Collegamento Mentale Vol. 2", a cura dei suddetti DJ, e nel corso degli anni ho ascoltato tantissima musica techno, sempre il sabato notte ma sempre a casa; su RIN, Radio Italia Network, andava in onda una splendida one night, ovvero una trasmissione in cui ogni ora un DJ diverso metteva i dischi, e la cosa era strutturata come una vera nottata in discoteca, con musica più orecchiabile all'inizio e techno sempre più spinta col passare delle ore. Erano gli anni della mia carriera (nascosta) da DJ, anche se i pezzi che mixavo non c'entravano niente con la techno, ovviamente. Era il mio "guilty pleasure", una passione che non potevo condividere con nessuno (certamente non coi miei coetanei, ma neanche con le persone più grandi che ho frequentato) e che quindi tenevo per me. In realtà una microcondivisione c'è, anche se all'insaputa degli altri: quando uscivo con Ale e i suoi amici il sabato sera (io avevo quindici anni, lui sette in più e gli altri circa pure) capitava che, spostandoci da un locale all'altro, io accendessi l'autoradio e la sintonizzassi proprio su RIN, ascoltando così la one night "da sballo". Agli altri forse non interessava ma quei momenti mi restarono dentro, così dentro che oggi, a diciott'anni da allora, se sono in macchina ed è sera e passa alla radio musica techno (non è così infrequente, stranamente) mi sento trasportato indietro nel tempo e lontano nello spazio per tornare ad allora.
Quando, invece, uscivo con i miei compagni di classe, ovviamente avevamo orari molto più contenuti, e per me era perfetto: potevo tornare a casa verso mezzanotte del sabato e passare ore ad ascoltare musica techno. Capitava che registrassi alcuni di questi DJ set per ascoltarli durante la settimana e placare così la mia astinenza da techno; per fortuna Tony H e Lady Helena si erano trasferiti su RIN (erano loro a curare la one night) e ogni pomeriggio trasmettevano un'ora di techno. Jovanotti ha sempre raccontato che la sua trasmissione su Radio Deejay era "fuori luogo" perché passava l'hip hop all'ora del té, ma fidati, Jova: la techno, quella techno, era ancora più fuori luogo. E bellissima.

Domanda: "ma cosa ci trovi di bello in quella musica?". Oggi, niente o quasi. Allora, tantissimo. Oggi, se ascolto quella di allora, tantissimo. Non sono più estremo come allora: la mia elettronica attuale si limita ai Chemical Brothers e a quel poco di elettronica che è rimasta; resta però tutta l'elettronica di allora, come Fatboy Slim, i Prodigy, i Planet Funk, alcuni album di Moby. Non ascolto più la techno (con l'eccezione delle colonne sonore dei vari Wipeout, ma più per motivi affettivi che altro), ma quando capita per caso è come fare un revival dentro di me. Un po' come aver tentato di riaprire il Jaiss, che probabilmente chiuderà per sempre dopo la vittima di sabato scorso.

A proposito del Jaiss: mi ero affezionato in particolare a quella discoteca, pur senza esserci mai andato, perché i nomi che giravano il sabato notte su RIN erano quelli dei DJ di quella discoteca. Gli stessi nomi, poi, erano quelli che pubblicavano i pezzi sulle etichette della Media Records, la mia casa discografica preferita di quel periodo, come la BXR e la UMM. E insomma, era tutto un giro musicale, una "scena", si sarebbe chiamata nel secolo scorso. Così, quando uscì la compilation "Jaiss Clubmix Vol. 1" mi fiondai da Ricordi a comprarla. Rumore? Forse. Ma lo adoravo.

Mi rendo conto di essermi lasciato un po' trasportare dai ricordi, ma è una cosa di me che forse non avevo raccontato, questa del mio amore per la techno dei primi anni 2000. E, soprattutto, un amore sobrio: non ho mai avuto la necessità di fare uso di sostanze per godermela, anche perché la ascoltavo solamente al buio della mia cameretta. Quindi, paradossalmente, non ha mai avuto degli "effetti fisici" su di me, come invece hanno avuto i feedback di chitarra dei Blur ieri sera.
E con questo ho chiuso il cerchio narrativo.

(post scritto ascoltando Joey Always Smiled di Mark Kozelek With Petra Haden)
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Predefinito lunedì sera alla discoteca

Ieri sera sono andato alla disco-teca, cioè alla teca in cui tengo i dischi; la mia libreria, insomma, quella costruita da mio papà quindici anni fa e da lui smontata e rimontata a Padova la scorsa estate. Ho preso un cd con la sovracopertina di cartone e il disegno stilizzato di una scimmia azteca: sopra c'era scritto "Jaiss Clubmix Vol.1". Vol. 1 ma il Vol. 2 non è mai uscito, visto che il Jaiss ha chiuso poco dopo.
Nel momento in cui ho iniziato ad ascoltarlo ho sentito dei suoni che non ascoltavo da una vita. Mi ricordavo di molti passaggi ma non di tutti, anche perché stavo andando a ripescarli molto lontano nel tempo. Lì per lì mi è venuta un'immagine in mente, e mi sono anche congratulato con me stesso per la fantasia; subito dopo, però, ho capito che l'avevo "rubata". L'immagine vedeva un tizio, un DJ in pensione, che entra al Jaiss chiuso da quindici anni, pieno di polvere e con le luci spente; mette il cd "Jaiss Clubmix Vol. 1" nel CDJ e improvvisamente, con una transizione più o meno magica, lo spazio intorno a lui inizia a popolarsi di voci (i suoni ci sono già), le luci si accendono e torna indietro nel tempo a quando faceva il DJ lì. È un bellissimo spunto narrativo, se non fosse che mi sono accorto che l'avevo rubato al film "Il fantasma dell'opera" di una quindicina di anni fa, in cui l'accensione di un lampadario fa tornare la storia indietro nel tempo e "accende" la scenografia.
Vabbè, fine della fantasia.

Però ho ascoltato il cd, e in fondo non è così "ostico" a livello di suoni. O forse sono suoni a me familiari e paradossalmente mi infastidiscono di più i suoni moderni. Ho immaginato la gente ballare e sballarsi, e mi sono ricordato di me ascoltare questa musica al buio, di notte, e sapere che non sarei mai stato dall'altra parte della barricata. Aver vissuto la club culture dei primi 2000 filtrata dagli altoparlanti di una radio è una cosa un po' surreale, lo so, ma è la mia storia. Che non si intreccia con il mio passato di DJ, con le cassettine, la dance commerciale, Gigi D'Agostino, eccetera. Questa è una storia un po' più notturna, un po' più oscura, e per certi versi affascinante.

PS: ho visto che non ascoltavo questo cd dal settembre 2008. Una vita, praticamente. Non ascolto dallo stesso mese anche la colonna sonora di Once. Solo che quest'ultima è una cosa fatta di proposito, ed è uno dei (pochissimi) dischi che ho volutamente abbandonato e lasciati lì, nel tempo; per Jaiss Clubmix è una cosa spontanea, anche perché era comunque da diversi anni che non lo ascoltavo (ero stato in fissa fino al 2004, poi l'avevo abbandonato come tutto il resto di quel genere là).
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Ultima modifica di gabo86 : 22-10-2019 alle ore 14.18.56
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Predefinito furto d'identità

Citazione:
Originalmente inviato da gabo86 Visualizza messaggio
Stasera siamo usciti, siamo andati tutti a fare un giro in centro.
Macchine al largo R.P., discesa a piedi fino al centro storico, passeggiata tra via di San Giuliano - Piazza Teatro Massimo - via Landolina - Fondo Bianco.
E mi sono reso conto che mi sono rotto i coglioni.

Mi sono rotto i coglioni di questa città. Sempre le stesse cose da fare. Potranno anche cambiare le persone con cui esco (ok, con gli SQUOT sono ormai più di sei anni, ma ci sono state un sacco di persone in mezzo), potranno cambiare i periodi dell'anno e le fasi della mia vita e i pensieri che ho in testa, ma è tutto terribilmente uguale.
E tutti in tiro, schiacciati in giro come sardine per tentare di passare, mentre io con la mia felpona arancione che mi si vede da mille miglia volevo, come dice la Cri, essere altrove. Nonostante l'ottima compagnia.

E poi, quando mi ha accompagnato sotto casa, visto che era da un po' che non faceva altro che raccontarmi com'è la sua vita ora che casa sua è vuota, me l'ha buttata lì: "Gabe, ma se vuoi puoi venire, a pranzo o a cena, quando vuoi".
Ecco, me l'ha detto. E non è un'occasione che mi lascerò sfuggire.
Insieme ad altre cose.
Chi ha scritto questo post?
Sul serio, chi l'ha scritto?

Non posso averlo scritto io.
Non posso minimamente pensare di aver provato anche solo per un attimo quelle sensazioni.
D'accordo, la confusione di via Landolina l'ho sempre odiata, ma...davvero ho scritto che mi ero rotto i coglioni di quella città?
Davvero ho scritto una cosa simile?

Forse è un po' come in "Milano Milano" degli Articolo 31: "Milano quando sono lontano voglio tornare/Milano quando ci sono voglio scappare". Forse volevo scappare, e l'ho fatto. L'ho fatto per vari motivi: per amore, per prospettive migliori, per fuga dalle macerie che mi sarei lasciato alle spalle. Ma ogni volta che torno in quella città, la mia città (sarà per sempre la mia città, mi spiace Padova), penso sempre le seguenti cose:
innanzitutto che è bellissima;
poi che mi manca un sacco quando la vivevo ogni giorno, e soprattutto quando la vivevo la notte;
e poi, soprattutto, che mi mancano le cose che facevo allora. Mi manca l'appuntamento fisso almeno due volte a settimana, ora che devo organizzare un'uscita con ogni singolo amico rimasto perché gli amici non si vedono più tanto. Mi mancano le uscite diurne e soprattutto quelle notturne, e quando ricapitano è sempre una grazia. Mi mancano certi angoli di strade, certi angoli nascosti, certe strade, l'Etna sullo sfondo, il mare sull'altro sfondo. Mi mancano e mi mancheranno per sempre, non importa quanto bene possa stare (e sto) dove sto.
Mi mancano.

E così ripenso a quella bellissima canzone degli Articolo 31, quella il cui quarto verso del ritornello ho (ri)usato come titolo un paio di post fa:

sento voci che mi chiamano
dentro una fotografia
su queste strade che raccontano
tutte le storie più la mia


e mi commuovo.
E chiedo scusa alla mia città per aver scritto quelle cose, dieci anni fa.
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Predefinito le cassatelle di ricotta

Lo dico sempre: i miei genitori hanno dato le medesime opportunità a tutti e tre noi figli, e ognuno le ha sfruttate come meglio credeva. Io penso di averlo fatto nel modo migliore ma solo perché il modo è il modo migliore per me, e quindi è il mio: questo ragionamento è un po' un cane che si morde la coda, quindi forse non ha molto senso.
Quello che so è che io ho spesso detto "no" ai miei. "Vuoi questo?" "no", "vuoi quest'altro?" "no". Per carità, so che hanno fatto dei sacrifici per me (non dico che si sono tolti il pane di bocca solo perché di pane ce n'è sempre stato in abbondanza), ma a un certo punto ho iniziato a dire no e a respingere la loro disponibilità nell'assistermi: per carità, mi stanno pagando metà casa e i lavori di ristrutturazione, però è anche nelle cose piccole - anzi, soprattutto - che ho fatto valere il mio desiderio di poter fare da solo. Mia sorella, ad esempio, non l'ha mai fatto, attaccandosi come una sanguisuga al portafogli dei miei. Per carità, avrei potuto farlo anch'io, ma ho evitato.

Oggi, in pausa pranzo, ho telefonato ai miei. Mia mamma mi ha raccontato che lei e mia sorella stavano per finire la valigia (saranno qui a Padova fino a domenica) e mi ha dato varie notizie. Poi la telefonata è finita e mi sono chiesto il perché del mio malumore, nato proprio durante la telefonata. Per un attimo ho pensato che dipendesse dalle pessime notizie di salute della mamma di Grazia, ma poi ho capito che non era così. Ho capito che a mettermi di malumore era stato il racconto della mattina di mio papà.

Stamattina mio papà è uscito, è andato in un panificio per comprare un sacchetto di dolci che fanno solo lì e che andavano comprati a ridosso della partenza di mia mamma, in modo da non farli guastare (c'è la ricotta dentro) e poi è tornato a casa. L'ho supplicato di dirmi se avesse fatto anche altro, qualcosa che giustificasse l'uscita oltre al mero acquisto dei dolci, ma mi ha detto di no. È uscito, ha comprato ed è tornato.
E io mi sono arrabbiato.

"Non c'era bisogno di farlo" e "potevo vivere anche senza quei dolci" sono state le mie timide proteste; poi ho pensato che era meglio non insistere, non volevo che ci restassero male anche loro. Già bastavo io.

Stamattina mio papà è uscito, ha percorso un'ora di strada per andare in un panificio, ha comprato i dolci e ha percorso un'altra ora di strada per tornare a casa. Fine.
Tutto questo per farmi avere i miei dolci preferiti.

A me dispiace, ma io ci sono rimasto male. So per cosa vale la pena di fare sacrifici e cosa no, e quei dolci di certo non rientrano nelle "due ore di auto" di sacrificio. Mi avrebbe fatto piacere averli, certo, ma non andandoci apposta.
Ogni tanto i miei esagerano, e io mi dispiaccio.
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