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Vecchio 13-08-2019, 02.27.55
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Predefinito la sera dei miracoli

Sarà che stasera sto ascoltando gli 883 e quindi di conseguenza sono più nostalgico del solito, e sarà che lo sto facendo utilizzando i miei cd comprati all'epoca anziché gli mp3 e quindi sono ancora più nostalgico, ma stasera la nostalgia dev'essersi distribuita a livello familiare.
Distribuita a mio fratello, che mi ha raccontato che la canzone "Senza averti qui", specialmente quando l'ultimo ritornello si alza cambiando melodia, gli ricorda in maniera incredibilmente vivida "le estati in campagna con gli zii e i cugini", che è probabilmente il mio ricordo più frequente.
E distribuita a mio papà, al quale ho mandato la foto del ponte tibetano che ho percorso ieri insieme a Vero, Bea e altri membri della loro famiglia, sospesi a trenta metri d'altezza; e nel mandargli la foto gli ho detto che mi ricordava due cose del nostro passato. La prima, "il ponte di Indiana Jones e il tempio maledetto", l'ha ricordata lui; per la seconda, "il ponte di Prince Of Persia 2", l'ho dovuto imbeccare, e da lì abbiamo iniziato a ricordare di quando io ero bambino e ci giocava lui per me. Ci siamo ripromessi di giocare insieme, al primo, che è quello a cui giocava lui quando io ancora non ero in grado.

(post scritto ascoltando Grazie Mille degli 883)
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Vecchio 14-08-2019, 18.03.11
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Predefinito #freecarola

Era una cosa che avrei dovuto scrivere un mese e mezzo fa, quando una tale Carola Rackete è approdata a Lampedusa con una nave che aveva raccolto dei migranti nel Mediterraneo e aveva salvato la vita. Lo faccio ora, però.

Ci sono nomi un po' meno usuali del solito che proprio per questo possono perdere il cognome nel dibattito pubblico. Eluana Englaro, ad esempio: per chiunque è Eluana, se uno dicesse "cosa ne pensi del caso di Eluana?" non gli si potrebbe rispondere "quale Eluana?", perché di Eluana ce n'è stata una sola, almeno di Eluana "famosa" (suo malgrado, peraltro). Si fosse chiamata Francesca, ad esempio, sarebbe stato impossibile riferirsi a lei come "Francesca" e basta.
Carola, idem. Quante persone si chiamano Carola in Italia? Pochissime. Io ne ho conosciute due, entrambe mie compagne alle medie; una di loro non l'ho più vista dall'esame di licenza media in poi, l'altra è stata mia compagna di classe anche al liceo ed è stata la mia migliore amica per buona parte degli anni 2000, con i nostri alti e bassi.

Ecco, in queste settimane tutti parlando di Carola, Carola che salva vite umane, Carola che doveva lasciarli affogare, Carola eroina dei nostri tempi, Carola zecca tedesca. Tutti ne parlano e la chiamano "Carola" e basta, tanto non c'è rischio di fare confusione.
E allora mi sono chiesto: chissà cosa ne pensa Carola? Carola "mia", intendo: ha avuto un nome relativamente inusuale e adesso è sulla bocca di tutti. Un corto circuito, come quello che c'è stato quando diciassette anni fa si è messa con un ragazzo, con tutti i nomi che poteva avere, aveva proprio il mio. Loro stanno ancora insieme (o almeno, le ultime notizie, risalenti a un paio di anni fa, dicono questo), mentre io e lei non ci parliamo da nove anni.
Chissà cosa ne pensa Carola?, dicevo. La Carola di cui parlo, però, è la Carola che ho conosciuto io, e magari negli ultimi anni ha cambiato idea, anche se non credo. Carola, ecco, si sarebbe indispettita ad essere associata a Carola, anche se avrebbe contestato le sue azioni in punta di diritto, parlando di direttive del Ministro dell'Interno, di regolamenti e di leggi da non violare; dentro di sé però, ne sono sicuro, avrebbe pensato all'invasione che la nostra povera Italia sta subendo da parte di questi africani mascalzoni.

Sì, Carola oggi sarebbe Salviniana.
E io non le parlerei.
Per fortuna non le parlo da nove anni.

(post scritto ascoltando Max 20 di Max Pezzali)
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Vecchio 15-08-2019, 01.17.41
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Predefinito la fantastica storia di Max Pezzali

Sto finendo di ascoltare l'intera discografia degli 883 prima e di Max Pezzali poi; ho iniziato con il primo Hanno Ucciso L'Uomo Ragno del 1992 e sto terminando con l'ultimo disco dal vivo, quello con Nek e Renga.
Potrei scrivere di come mi è passata tutta la mia vita davanti ascoltando le sue/loro canzoni e blablabla, ma non voglio farlo. Voglio, invece, raccontare cos'ho pensato indipendentemente dal mio coinvolgimento emotivo.

Gli 883, e per 883 intendo gli album in cui Max Pezzali - accompagnato da Mauro Repetto o da altri musicisti o da solo - si firmava come 883, sono un gruppo unico nel loro genere. Il motivo è principalmente uno: la sincerità. Hanno fatto un patto con l'ascoltatore, dicendo che avrebbero raccontato solo cose vere. Ecco perché nel primo album non c'è traccia di canzoni d'amore (anzi, ci sono un paio di canzoni quasi misogine) e in fondo neanche nel secondo, con l'eccezione di una canzone che racconta una serata di alcol e sesso senza coinvolgimenti (Sei un mito) e di un'altra che racconta la speranza di, chissà, una futura storia (Come mai), ma per il resto l'amore è in secondo piano. Ci sono gli amici, ci sono le serate in giro, e basta. Poi, piano piano, l'amore inizia a fare capolino tra il terzo e il quarto album, pur subordinandolo all'amicizia (O me o quei deficienti lì è emblematica in tal senso). Nel quinto e sesto, invece, Max Pezzali inizia a riflettere, inizia a parlare esplicitamente di crescita, e lui che era un eterno Peter Pan inizia a pensare che forse è arrivato il momento di farlo. Lo fa, lasciandosi la sigla 883 alle spalle.
La sincerità, dicevo: un disco come "1 in +" è sincero in una maniera incredibile. Max Pezzali poteva continuare a fare canzoni spensierate, e invece no, racconta i suoi pensieri più cupi alla soglia dei 33 anni (la mia età adesso, incredibile) mettendo giusto un paio di canzoni leggere per non smentirsi troppo. Ma, appunto, è incredibilmente sincero, così come lo era stato nel disco prima con una canzone incredibilmente adulta come "Almeno una volta". Max Pezzali, insomma, scrive quello che pensa, e quello che prova. Un po' come aveva fatto in passato con le incredibili "canzoni-cronaca": trovatela voi una canzone che racconta "in diretta" quello che succede, un po' come una telecronaca (un esempio è Sei un mito, ovviamente, ma anche O me o quei deficienti lì è perfetta).
Insomma, gli 883 sono intoccabili.

Poi, però, arriva Max Pezzali solista, e lì iniziano i problemi. Non subito, in realtà: il suo primo album solista, Il mondo insieme a te, a livello di suoni è il migliore. Nei testi, però, parla quasi solo d'amore: in effetti si è accasato, quindi perché continuare a raccontare le storie di sempre? Deve cambiare. E qui casca il palco. Finché canta d'amore può ancora essere interessante (anche se le canzoni d'amore, con rare eccezioni, sono un po' più tutte uguali), però dal disco dopo inizia a cambiare tematiche e, così come con gli 883 raccontava "le uscite con gli amici" (per farla breve), adesso gli tocca raccontare il mondo che lo circonda. Racconta così, in maniera banale e decisamente pessima, di viaggi (tutto l'album Time Out è così, e infatti lo odio), di moralizzazioni (A posto domattina è semplicemente agghiacciante, per quanto abbia ragione), di dipendenza dai social network (Sto bene qui, altra canzone agghiacciante), e in generale di una vita da quarantenne normale.
Non ha più avuto il successo dell'epoca, se non con canzoni d'amore (Sei fantastica, L'universo tranne noi) o di "amicizia vent'anni dopo" (Sempre noi, che personalmente adoro). E non l'ha fatto perché, molto semplicemente, non ha molto da dire. Finché raccontava delle uscite con gli amici per me era interessante, ma adesso se racconta di centri commerciali (L'astronave madre, orribile) o altre cose da quarantenni normali, insomma, per me non va più bene.
Ed è un peccato, perché anche negli ultimi album ci sono pezzi bellissimi: penso a "La prima in basso", che racconta gli incidenti della vita con la metafora degli incidenti in moto; o "Un omino incredibile", il pezzo più allegro sulla paternità. E ce ne sono tanti altri, ma quelli banali sono di più, purtroppo.
Magari ritroverà l'ispirazione a tempo pieno o magari no, chissà.

Ultima questione: non mi sono accorto più di tanto del decadimento della voce. Sì, nell'ultimo album dal vivo fa un po' di fatica, e gli ultimi inediti in studio (quelli di Le canzoni alla radio) hanno un uso abbastanza massiccio di effetti, però la situazione non mi sembra così drammatica. Anche qui, vedremo.

(post scritto ascoltando Il Disco di Max Nek Renga)
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  #7964  
Vecchio 15-08-2019, 12.56.46
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Predefinito dieci anni dopo i sei anni dopo

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http://www.youtube.com/watch?v=xRYVODHgKY0

Stamattina m'è arrivato un sms. Diceva, tra le altre cose, questa.
Funk.
Io, funk.

Come prima cosa m'è venuto in mente Lorenzo, e quella frase su SafariJam, non riesco a non essere funk, grandissima bugia, visto che nella fase Safari (che per fortuna sembra finita) è stato l'anti-funk per eccellenza, e poi m'è venuta quell'altra cazzata di il funk è il mio playground, e sarà, ma forse era in panchina in quel momento.
Ma non c'entra Lorenzo.

Il fatto è che io sono stato accostato ad un genere musicale. E non un genere musicale qualunque. Il funk.
E, appena letto l'sms, ho pensato "ma no! Il funk è un genere allegro e solare, io ho i miei momenti bui". Ma ho fatto un errore di valutazione.
Perchè il funk non è solo un genere allegro. Il funk ha tantissime sfaccettature, e può esistere benissimo un funk triste.
Anzi. Per me il funk E' triste. La discomusic anni '70 mi mette malinconia, la maggior parte dei groove di basso goduriosissimi mi mettono tristezza. E' stato da sempre così.
E m'è venuto in mente il mio primo incontro col funk.

Era il 7 agosto 2003. La mattina, come tutte le mattine di quel periodo, ero stato con G., e mi aveva fatto compagnia per comprare il regalo per C., che quella sera avrebbe compiuto 18 anni. A casa mia, la sera, per andare alla festa, mi venne a prendere Martino. Era da un paio di mesi che uscivamo insieme, io, lui e tutte quelle altre persone che poi erano gli SQUOT ai quali io mi unii quell'estate ma che esistevano già da un anno e mezzo circa.
Insomma, eravamo usciti un po' insieme, già era chiarissimo che tra me e lui c'era una fortissima sintonia, soprattutto musicale, ma ancora non avevamo condiviso niente più di Elio E Le Storie Tese (che, ad oggi, sono la nostra condivisione più "forte").
Lui mise un cd nel lettore. "Sai, mi hanno prestato questo disco di Jamiroquai, vediamo com'è". Io di Jamiroquai avevo solo quello che allora era l'ultimo album, cioè A Funk Odyssey, del 2001. Ma non era quello. Il cd si chiamava The Return Of The Space Cowboy, e la prima canzone si chiamava proprio Space Cowboy.
La ascoltammo tutta d'un fiato, senza parlare. Quando finì, disse "bellissima, è funk ma alternativo". Io ero senza parole. Era successa una cosa stranissima dentro me. Avevo appena vissuto un'esperienza e ne avevo già nostalgia. Avevo nostalgia di quella canzone. Di quel viaggio di 10 minuti in macchina verso il locale della festa di C.. Di quell'esperienza.
Poi arrivammo al locale, ci fu la festa, tornammo a casa, continuammo ad uscire e usciamo insieme ancora sei anni dopo. Nel frattempo siamo anche andati ad un concerto di Jamiroquai, a Palermo nel 2006. Ma non abbiamo più ascoltato insieme quella canzone. Abbiamo ascoltato tantissimo funk, barricati nella sua macchina sotto casa mia, ma mai questa canzone, di nuovo.

E io la ascolto e rivedo quella scena, nonostante sia accaduta più di sei anni fa. E penso che anche il funk può essere malinconico, come in questo caso. E allora, forse è vero, io sono funk.
Non so perché dieci anni fa io abbia scritto questo post. Anzi sì, mi era arrivato un messaggio che parlava di funk, e così ho raccontato del mio primo incontro col funk.
Ora, dal diciottesimo compleanno di Carola sono passati sedici anni, eppure la scena di quel viaggio in macchina ce l'ho ancora davanti agli occhi. Rispetto a post di dieci anni fa aggiungo che in macchina con noi, ma dietro, c'erano anche due nostre compagne di classe, ma la cosa non ci interessava. Io e Martino eravamo lì, ipnotizzati da quella canzone.

Nell'estate del 2011 ho recuperato i primi tre album dei Jamiroquai, che fino ad allora non avevo mai ascoltato. Arrivato al secondo, intitolato "The return of the space cowboy", mi aspettai che iniziasse proprio con la canzone omonima che io e Martino avevamo ascoltato in macchina otto anni prima. Non fu così: "Space cowboy" era l'ultima canzone del disco, e in effetti come logica ci stava metterla in fondo (e iniziare con quella meraviglia di "Just another story"). Il punto però era: perché nel cd di Martino quella canzone era per prima?
Lo scoprii più avanti: di quell'album esistono due versioni, e la prima e l'ultima traccia si scambiano di posto. Se quella sera lui avesse avuto l'altra versione, probabilmente "Just another story" non ci avrebbe impressionato altrettanto, e chissà come sarebbero andate diversamente le cose.

A partire da quell'estate io, Martino e gli SQUOT diventammo una cosa sola, o quasi.
E guarda com'è andata a finire.

PS in effetti dieci anni fa ho scritto un'esagerazione: il mio primo incontro col funk era stato due anni prima, quando avevo comprato A Funk Odissey dei Jamiroquai, e poi l'anno dopo ero stato a loro concerto con Ciccio, altro SQUOT. Però "Space cowboy" fu il primo incontro col funk alla presenza di Martino, che poi ne sarebbe stato maestro di cerimonie per il resto della mia vita.

PPS ascoltatela, quella canzone. Fa bene all'anima. Come tutto il funk.
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Vecchio 15-08-2019, 19.58.42
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Predefinito lost and found

La prima volta che accadde fu nei primi giorni della prima media, nel 1996. Avevo appena conosciuto dei nuovi compagni di classe "nerd" (anche se la parola probabilmente non esisteva ancora) e uno di essi mi prestò dei floppy con alcuni videogiochi a cui avevo giocato con Ale sulla sua Amiga nelle estati precedenti e che adesso potevo avere sul mio 386. Due di questi, Lemmings e The Secret Of Monkey Island, erano scolpiti nella mia memoria nonostante c'avessimo giocato solo nei primissimi anni '90: il primo era stato una mia ossessione da allora e al secondo c'avevamo giocato solo una volta, che però ricordavo ancora benissimo. Il terzo, Blues Brothers, non mi entusiasmò più di tanto, anche perché l'avevamo appena completato con Ale durante l'ultima estate, quindi non mi avrebbe riportato troppo indietro nel tempo. Gli altri sì, però: temevo di non poterci più giocare, e invece eccoli lì. Durante quell'anno, ironia del destino, l'Amiga di Ale si ruppe, facendo finire un'era.
Accadde di nuovo nell'estate tra la terza media e la prima superiore: il migliore amico di allora mi fece giocare, con la sua Amiga, a Parasol Stars, che forse tra tutti i giochi a cui avevo giocato con Ale era quello a cui ero stato più affezionato, e visto che ormai erano passati tre anni iniziavo a disperare di poterci giocare.

Poi, anni dopo, arrivò internet, e con esso la possibilità di trovare più o meno tutto quanto era stato prodotto dall'umanità fino ad allora, anche se fu da quel momento in poi che l'umanità iniziò ad immagazzinare online veramente tutto. La prima cosa che mi misi a cercare fu "Una trappola per Jerry", un episodio di Tom e Jerry alle prese con una macchina di Goldberg che mi aveva ossessionato durante l'infanzia. Da lì partì una ricerca indirizzata a tutto il mio passato, e soprattutto imparai ad accumulare ed immagazzinare qualsiasi cosa potesse tornarmi utile in futuro, e anche qualcosa di inutile.

Qualche mese fa ho fatto piazza pulita di un bel po' di cose in attesa del trasloco e del cambio di vita, e dopo un po' mi sono accorto di aver esagerato. C'ho messo un po' a capirlo, ma lentamente mi è salita l'angoscia per aver perso qualcosa di irrimediabile. Irrimediabile in quanto introvabile su internet, irrimediabile in quanto la persona che me l'aveva mandata non c'è più, irrimediabile e basta. Mi sono intristito parecchio, e il fatto di aver perso qualcosa mi ci faceva pensare molto più spesso del previsto; per dire, se quel qualcosa fosse rimasto lì, a disposizione, probabilmente me ne sarei anche dimenticato, ma la consapevolezza di averlo perso mi ci ha fatto pensare ripetutamente.
E così, miracolosamente, sono riuscito a ritrovarlo. Un pezzo di me, come mille pezzi di me sono sparsi un po' ovunque, ma mi sarebbe dispiaciuto davvero perderlo.
Adesso sono sereno.

(post scritto ascoltando 13 dei Blur)
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Vecchio 15-08-2019, 22.10.20
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Predefinito il piacere di (ri)leggere

Rileggere un libro amato è come tornare in un luogo sacro in cui nulla è cambiato, esperienza per noi ovviamente impossibile perché il mondo cambia sempre. Se un libro cambia è soltanto perché siamo cambiati noi e lo affrontiamo in modo diverso, ma è sempre una soddisfazione meravigliosa incontrare di nuovo l'universo di un romanzo come questo e avere la certezza che esistono delle cose belle indifferenti alla brutale e inevitabile azione del tempo. Ecco uno dei regali che dobbiamo all'arte: la sensazione che non tutto è perso che alcune cose restano perfette e inviolabili.

Peter Cameron, postfazione a Stoner di John Williams
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Vecchio 16-08-2019, 03.32.12
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Predefinito dieci anni dopo i nove mesi dopo

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http://www.youtube.com/watch?v=G9qtaCrD6oI

ATTENZIONE: abbassare il volume delle casse prima di cliccare sul video. Sconsigliato ad orecchie sensibili.

Oggi, mentre andavo da G., ho scelto la playlist We Are The Night dall'iPod. E' il sesto e finora ultimo album dei Chemical Brothers. Dopo una brevissima intro che dice "there's no path to follow" con una voce cavernosa e computerizzata, parte la seconda traccia, che è appunto We Are The Night.

Questo album lo ascoltavo spesso durante la sofferente estate 2007. Superata l'estate e le sue malinconie, lo accantonai. Lo ripresi alla fine dell'estate 2008, quando la prova-estate era stata superata brillantemente, e l'ho condiviso con un momento particolare.

Quando ascolto We Are The Night (parlo della canzone) non posso fare a meno di pensare sempre alla stessa cosa: questa canzone sarebbe stata perfetta come colonna sonora di uno dei vari episodi di Wipeout. E' vero, i Chemical Brothers hanno dato quattro loro pezzi per colonne sonore di vari Wipeout, ma non questa. E ci starebbe perfettamente: l'inizio pieno di rumori vari, poi una sorta di partenza, e poi, dopo oltre un minuto e mezzo, l'inizio della vera corsa. E quella voce bellissima che dice "we are the night", e una serie di rumori e suoni e musiche che sarebbero molto musicali se non fossero inserite in un contesto bellissimo e delirante come questo splendido pezzo.
E il momento particolare con cui ho condiviso questo pezzo è una cosa accaduta poche volte, ma sufficienti per imprimersi a fondo nel mio cuore: le gelide mattine d'autunno in cui uscivo all'alba da casa di Ale, dove avevo dormito la sera precedente dopo aver giocato a Wipeout, delirato e chiacchierato, per andare a casa mia; il tragitto in bicicletta in discesa in maniche corte e pantaloncini, ovviamente congelando; quella canzone, chissà perchè proprio quella, nelle mie orecchie ogni volta che tornavo.
Come in tutti i grandi momenti, uno non può sapere che prima o poi quei momenti finiranno. Ma io non ho neanche mezzo rimpianto. Al massimo ascolto We Are The Night e sorrido.

A questo c'ho pensato ieri sera, quando mi raccontava dei suoi nuovi ritmi (sveglia alle 7, a dormire alle 22) e gli ho detto "ma ci pensi che ritmi assurdi che facevamo fino all'anno scorso?". Eravamo la notte. E ora siamo cresciuti. Io la notte continuo a farla, magari scrivendo, come in questo caso.
E non vedo l'ora di abbracciarlo, domani.
Non ricordavo di essere stato così nostalgico, il Ferragosto di dieci anni fa, ma a testimoniare dalla sequenza di post musicali immagino di esserlo stato parecchio.
Ancora oggi ascoltare We Are The Night mi fa venire in mente quella sensazione di fresco al mattino dopo una serata/nottata con la persona che indubbiamente mi faceva stare meglio, meglio anche della ragazza con cui uscivo ogni tanto. Eppure lui quel pezzo non l'ha mai ascoltato, anche se immagino di avergliene raccontato, anche anni dopo.
E da qualche parte dev'esserci un errore: last.fm dice che a quell'orario, in quel periodo, l'ho ascoltato solo due volte. Ma dev'esserci un errore, perché l'avrò fatto ben più di due volte. La scena è troppo vivida per essere capitata così raramente.
Vivida e viva, dentro di me.
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Predefinito cose a caso che capitano

Leggo un post che cita (anche) un gruppo. Do una reputazione, poi inizio ad ascoltarli, poi notifico la cosa via pm e nel frattempo scopro che quest'anno è uscito il nuovo album, che mi ero perso tra le varie uscite.
Così utilizzo l'ascolto di stasera come conto alla rovescia, e anche se domani è il giorno del nuovo album dei Ride (il cui conto alla rovescia quotidiano è iniziato qualche settimana fa) magari potrebbe non toccare solo a loro.

(post scritto ascoltando Couleur Sur Paris dei Nouvelle Vague)
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Predefinito colonna sonora letteraria

Ho iniziato a leggere il primo dei tre romanzi dell'Area X di Vandermeer, che mi avevano incuriosito non poco, ma mi sono accorto che qualcosa non va.
Non è colpa del libro, che anzi mi sta prendendo tantissimo. È colpa della musica che sto ascoltando. Gli Oasis vanno benissimo, ma non per un romanzo di fantascienza. Per quelli serve altro. C'ho riflettuto un po', e poi ho deciso il da farsi.
Nessuna musica può essere più adatta a quello che sto leggendo di quella dei Future Sound Of London, almeno per quello che ho letto finora. Così, ho deciso di aspettare la fine del disco (i dischi non si lasciano mai a metà) e poi riprendo a leggere, stavolta con la musica giusta.

(post scritto ascoltando Definitely Maybe degli Oasis)
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Ultima modifica di gabo86 : 16-08-2019 alle ore 20.47.00
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Vecchio Ieri, 11.44.21
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Non era la prima volta che avessi deciso di scegliere la musica da ascoltare in base al libro che stavo per leggere: andando a memoria (e senza garanzie di completezza), era già capitato con "Les fleurs bleues" di Stefano Bollani leggendo "I fiori blu" di Raymond Queneau (il disco è stato dichiaratamente composto col libro in mente), con gli 883 leggendo "Per prendersi una vita" di Max Pezzali (la voce è la stessa), con i Clash leggendo "La banda dei brocchi" di Jonathan Coe (il libro è ambientato in quegli anni), con i Cardigans leggendo "Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?" di Johan Harstad (i titoli dei capitoli sono i nomi degli album del gruppo) e recentemente con Emiliana Torrini, Lay Low e i Benny Crespo's Gang leggendo "Il libro dei vulcani d'Islanda" di Leonardo Piccione (sono tutti artisti svedesi).
Non era la prima volta, ma non mi era mai capitato con tanta perfezione.
Ho letto ogni singola riga di Annientamento, il primo romanzo della Trilogia Dell'Area X di Jeff Vandermeer, con la musica dei Future Sound Of London, ed è stata un'esperienza trascendentale. La musica del duo inglese si sposava alla perfezione con l'ambientazione un po' distopica, un po' fantascientifica, un po' geneticamente modificata, un po' biologicamente distorta del libro. Sono entrato perfettamente dentro al libro, e un po' è merito del libro, ovvio, ma è anche merito dell'immedesimazione datami dalla musica.

Un "bravo" a me per aver avuto l'intuizione del collegamento.
Un "bravissimi" a Jeff Vandermeer, Brian Dougans e Gaz Cobain per aver scritto quel libro e prodotto quella musica.

(post scritto ascoltando Hei Vidal! dei Ffa Coffi Pawb)
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Predefinito quella sensazione di barricamento

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La sera di sabato 10 settembre 2005 è passata alla storia.
E' passata alla storia perchè è stata la prima sera (capodanni precedenti esclusi) in cui, con gli SQUOT, abbiamo organizzato una festa in campagna da me. Avevamo organizzato diverse giornate, ma di giorno, appunto. Quella era la prima sera, prima di una lunghissima (e non conclusa) serie.
Ma soprattutto è passata alla storia perchè è successa una cosa incredibile che ancora non è risuccessa e non è facile che riaccada. Per la prima (e finora unica) volta nella mia vita c'erano intorno a me tutte, e dico tutte, le persone che costituivano i pilastri della mia vita.
Come già detto, c'erano gli SQUOT. E per forza, la serata era organizzata da loro.
Eravamo in campagna, ed erano i primi giorni di settembre, quindi l'estate non era ufficialmente finita ed Ale stava ancora là. Sarebbe venuto anche lui, ovviamente.
C'era G., che sarebbe andata via due giorni dopo e che non voleva perdersi per niente al mondo questa festa. Due giorni dopo andò via e non la rividi per due anni ed undici giorni, per un motivo semplicissimo a cui non mi va di ripensare, ora.
E, stranamente, c'era C.. C. non ha mai sopportato gli SQUOT (nè tantomeno G.) ma venne perchè eravamo ancora sulla scia della nostra vacanza a Valencia-Barcellona ed eravamo molto attaccati. Ironia del destino, col senno di poi...c'era anche E.
Insomma, c'è stato un momento in cui dentro casa c'erano Ale ed alcuni miei amici che giocavano alla Playstation. Fuori invece c'era G. che parlava con delle mie amiche e C. che parlava con altre (figuriamoci se si metteva a chiacchierare con G., non poteva cadere così in basso, no?). Quando mi sono accorto di questa situazione, sono corso a chiudere il cancello. Ci siamo barricati dentro, e dentro di me c'era la pace assoluta: tutte le persone importanti per me erano chiuse nella mia proprietà, tra giardino e casa. Tutte dentro. Il mio mondo era tutto lì. C'eravamo barricati.

Ieri, con le dovute differenze, è stata una giornata "simile". Non c'è stata un'unità di spazio e neanche di tempo, ma più o meno nella mia testa c'è stato un "barrichiamoci".
Di mattina è venuto a trovarmi Ale. Poi, prima di pranzo, è venuto l'ormai ri-consolidatissimo amico Andrea. E' rimasto a pranzo, e a pranzo c'ha raggiunti anche G.. Infine di pomeriggio sono uscito un'oretta con una SQUOT, che ok, non erano tutti gli SQUOT, ma facciamo che fosse "in rappresentanza".
Insomma, in un'unica giornata, (ok, aggiungiamo anche la giornata di tre giorni fa che è importante comunque) ho visto tutte le persone che al momento non esito a definire pilastri.

Ma quella sensazione di barricamento, chissà se accadrà. Se lo farà, so già quando, ma non dico niente per scaramanzia.
Non ricordo assolutamente quale potesse essere la possibilità di una nuova sensazione di barricamento a cui accennavo dieci anni fa. Ricordo benissimo la giornata del 10 settembre 2005 ma non ricordo per niente la seconda che ho raccontato nel post.
Comunque, il barricamento è tornato, ed è tornato l'estate scorsa. E, soprattutto, è tornato in una modalità impensabile allora, più che altro con persone impensabili, o che quantomeno non "esistevano" ancora. L'ho già raccontato qui e quindi non mi dilungo troppo, ma eravamo la mia compagna, il mio migliore amico e la mia migliore amica. ll mio migliore amico era lo stesso di allora (Ale), le altre due persone sono venute dopo.

Ah, e mi congratulo con me stesso per aver escluso Carola dalla lista dei potenziali pilastri. In fondo, avevo già capito di odiarla.
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Predefinito il disco doppio

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Negli ultimi mesi dell'anno scorso ascoltavo tantissimo "Un'altra me", bellissimo cd di Syria che interpretava pezzi di gruppi indie italiani. Un cd bellissimo, di cui ascoltavo principalmente quelle tre canzoni (quelle condivise), ma che in genere mi piaceva molto. Solo che quelle tre canzoni le ascoltavo "bene", le altre quasi con superficialità.
L'altro giorno, tornando a casa in autostrada, ho tenuto fede alla promessa e l'ho ascoltato dopo quasi otto mesi (anche se la parte più dura, ovvero l'ascolto di quelle tre canzoni, l'avevo superata pochi minuti prima, in compagnia). E mi sono reso conto dell'argomento delle altre canzoni, che ha un filo conduttore: l'indecisione se finire o meno un rapporto.

Non l'ho scritto qui per non essere influenzato, ma è da un po' di tempo che C. fa pressione su di me per tornare amici. Paradossale? Può darsi. Ma da quando il suo "pericolo" è finito, ha sempre spinto in questa direzione. Io ho preso tempo, cercato di capire, ci siamo visti un pizzico più del solito, dove il solito è praticamente prossimo allo zero, oramai. Prima che io partissi per l'Austria mi ha tempestato di buoni propositi, e si sa, io ai buoni propositi non so resistere. Così, dopo 406 km, ho fatto una pensata: se nei dieci giorni tra il ritorno da Budapest e la partenza per Amsterdam (cioè tra poche ore) non fosse successo niente di "importante", avrei accettato la sua proposta. Sarebbe stata la soluzione estrema, ma credevo che in questi giorni niente sarebbe cambiato.
E per fortuna mi sbagliavo. Mi sbagliavo perchè la presenza semi-costante di G. in questi giorni m'ha aiutato tantissimo, nonostante non fosse da sola e nonostante non parlassimo dei miei problemi. Ma è stata fondamentale. Unitamente, ovviamente, al 13, con tutto quello che c'è stato (recupero del cd incluso).

Così oggi ho telefonato a C., in realtà con intenzioni "cattive". Ma in un'ora di telefonata (era da anni che non stavamo così tanto al telefono) m'ha fatto capire una serie di oggi.
Fondamentalmente l'amicizia che può darmi ora non è quella di prima. E' una versione edulcorata, direi io, o una versione più matura, direbbe e dice lei. Ci siamo scambiati un bel po' di parole poco carine: io le ho detto che la considero una stronza per i suoi comportamenti, e lei ha risposto che invece io sono infantile. Tutto detto in amicizia, col sorriso sulle labbra. Forse è vero, o almeno, io ho ragione sul suo conto, lei forse ce l'ha sul mio. Ma insomma, questo anno c'ha allontanati tantissimo, anche se...
...anche se c'è una cosa che mi fa ridere. Lei si è sempre lamentata, dalla notte dei tempi, del fatto che io fossi ignavo. Quando si trattava di scegliere, a me andava sempre bene tutto, gli altri potevano scegliere benissimo, le mie sensazioni le tenevo per me, che tanto non interessavano a nessuno. Se stavo male stavo male dentro di me, senza farlo trasparire. Lei ha sempre odiato questo. Odiato. Giustamente, direi.
Ma s'è persa quello che è successo quest'inverno. Se lei pensa di essere stata l'unica persona con cui ho avuto problemi, si sbaglia. Ho avuto problemi anche con un'altra persona. E qui, mi sono scoperto...diverso. Diverso da come pensavo di essere. Mi sono ritrovato, nei limiti del possibile, combattivo, determinato, deciso. Il contrario dell'ignavia, praticamente. E lei...oggi ha avuto il coraggio di lamentarsi di questo! Dice che mi lamento, bla bla bla...cioè, quando non dicevo niente ero ignavo, ora sono lamentoso! Ma se cercare di capire a fondo perchè le cose non vanno vuol dire lamentarsi...beh, allora sono contento di essere lamentoso, visto che lei, per sua stessa ammissione, preferisce farsi scorrere i problemi addosso, della serie "chi resta, buon per lui, chi non resta, addio".

Io resto? Sì. Ma in versione edulcorata. Gliel'ho detto chiaramente: "se io per te sono sceso in basso nella classifica delle priorità, farò lo stesso con te". Non con cattiveria. Ma non posso continuare a considerare come importante una persona per la quale non lo sono. Ci vorrà del tempo, ma stavolta sono sicuro di riuscirci.
Sto bene e quindi non ho paura.

E vedremo a settembre dove ci porterà questo nuovo corso.
Nel frattempo, per la serie "self-distructing", ho chiuso l'account di flickr. E' tutto collegato, ovviamente.
Pappardella sull'amicizia a parte (stava per finire, mi sembra logico, e forse non era questione di "se" ma orma solo di "quando"), la cosa più importante di questo post è il racconto, molto stringato, dell'ambivalenza di "Un'altra me" di Syria, uno di quei dischi che è entrato a fondo dentro di me, e l'ha fatto così "bene" che posso affermare che, anche qualora smettesse di piacermi a livello musicale (e non credo che lo farà mai), riuscirà sempre a dirmi qualcosa. Anzi, a ricordarmi qualcosa. Anzi, ed è questo il punto, a ricordarmi due cose.

Da quando, nel settembre 2007, ho smesso di ascoltare i dischi in modalità diversa da quella "ascolto tutto il disco dall'inizio alla fine, senza saltare niente", i dischi sono diventati un unico blocco, un monolite insomma. Certo, ci saranno sempre canzoni che mi piacciono di più e canzoni che mi piacciono di meno, ma un disco è un disco, e i ricordi si legano al disco in generale. Nel mio primo libro, quello autobiografico, i capitoli hanno il nome dei dischi a cui si ricollegano gli eventi narrati. I dischi, appunto.

Però "Un'altra me" di Syria è un disco doppio. Non perché sia particolarmente lungo, bensì perché è stato condiviso in due momenti diversi, con due persone diverse. Non si tratta però della poesia di Benni "scusami/ho usato la nostra canzone/per una nuova relazione", no: non ho riciclato niente; le canzoni condivise nelle due fasi sono diverse tra loro, seppur appartengano allo stesso disco.
Ecco perché ascoltarlo mi porta avanti e indietro tra due situazioni completamente diverse.

Una è l'autunno del 2008, ma Ale non c'entra niente, e neanche Erika: è quella parte "interiore" dell'autunno 2008 in cui si è sviluppato il mio rapporto con lè. E ci sono tre canzoni ("La distanza", "Prenditi cura di me", "Terra") che raccontavano appunto di una situazione in cui cercavo di mettere da parte i miei intricatissimi sistemi di autodifesa per legarmi a lei; forse un errore, per com'è andata dopo, ma "non è mai un errore", giusto?
L'altra è l'estate del 2009, ma neanche qui Ale, Erika, né lè c'entrano qualcosa. Qui si parla di Carola e della mia eterna indecisione su cosa fare con/di lei. E così ci sono altre canzoni ("Canzone d'odio", "Cenere", "L'antidoto", "Il modo migliore") che raccontano appunto questa sensazione. Aggiungiamo poi "Momenti", con la mia tristezza post-Erika, e "1968", con la mia tristezza post-Ale, e abbiamo quasi completato il disco.

Dimenticavo: con l'eccezione delle tre canzoni condivise con lè, nessuno degli altri sa di essere stato destinatario di condivisioni. In fondo basta sentirlo dentro di sé.
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