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  #7841  
Vecchio 21-05-2019, 23.05.49
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Predefinito il diritto di non finire il libro

Daniel Pennac ha stilato una lista dei dieci diritti del lettore, e il terzo di questi è "il diritto di non finire il libro". Non ne ho mai fatto uso, forse perché non ho letto mai libri che mi sono piaciuti così poco da spingermi ad abbandonarli, oppure perché ho sempre pensato che il libro potesse migliorare col passare delle pagine. Adesso, dopo centinaia di libri letti, mi accingo ad usarlo.

Avevo iniziato a leggere "the golden notebook" di Doris Lessing perché avevo appena finito un libro leggero, forse troppo per me, e mi sono sentito in colpa verso la mia presunta intellettualità. Così sono passato in biblioteca e mi sono fatto convincere dalla quarta di copertina (veniva giudicato "un libro dalla struttura narrativa geniale", cosa che in genere adoro) e dal fatto che ci fosse la versione inglese. L'ho presa un po' come una sfida a me stesso.
Poi, però, sono arrivati i problemi.

In realtà il problema è solo uno: è noiosissimo. Ho letto le prime 150 pagine e non succede veramente niente, è tutto un parlarsi addosso di una noia mortale. Sarei andato avanti ma la lettura in inglese mi impedisce di tenere il mio consueto ritmo di una pagina al minuto, cioè quello che mi permette di finire qualsiasi libro in tempi molto brevi e di andare avanti anche in caso non mi stesse piacendo, perché tanto al massimo sacrifico una o due serate. Però questo è in inglese, un inglese molto semplice invero, ma sto andando ovviamente più lento che in italiano. E poi sono oltre 550 pagine, e io, sinceramente, non ce la faccio. Proprio no.

Mi appello al terzo diritto del lettore di Pennac e corro in biblioteca a restituirlo senza averlo finito. Per la prima volta nella mia vita.

(post scritto ascoltando Born In The Echoes dei The Chemical Brothers)
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  #7842  
Vecchio 22-05-2019, 22.05.29
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Predefinito nel nome della madre

Poco più di dieci anni fa, il papà di Grazia è morto di leucemia. Quel periodo non era certamente uno dei picchi del nostro rapporto, lo ammetto, ma non so quanto c'entrasse lui. Si era ammalato poco più di cinque anni prima e si era aggravato solo durante la sua ultima estate, come parecchi post che ho scritto qui testimoniano.
Adesso, e la diagnosi è di pochi giorni fa, sua mamma si è ammalata della stessa malattia. L'ha scoperto per caso, durante un controllo per una più normale operazione (che sarà domani mattina), e l'ha detto a mia mamma, nonché una delle sue più care amiche. È stata proprio mia mamma a dirmelo, sabato sera al telefono, e nel frattempo io pensavo che anche un'altra loro amica ha la stessa malattia. Chissà, forse c'entrano le grotte (scherzo, ma è una coincidenza tosta).

Il punto di questo post è un altro, però, e cioè che ieri ho passato l'intera pausa pranzo con Grazia, e abbiamo parlato di mille cose, inclusa l'imminente operazione di sua mamma, ma non ha accennato alla recentissima diagnosi. Mia mamma si era raccomandata di far finta di non sapere niente, e così ho fatto, però la cosa si è fatta notare. D'accordo, ognuno metabolizza le notizie come vuole, e magari ci vorrà del tempo per parlarne, ma certamente in altri tempi l'avrebbe fatto prontamente. Adesso, con la muta distanza che scorre tra noi (cit. Subsonica), le cose sono cambiate.

(post scritto ascoltando Still Here dei The Beasts)
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  #7843  
Vecchio 23-05-2019, 20.29.35
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Predefinito 180°

C'è una bellissima canzone dei Brothers Of End intitolata The Story che inizia così:

So the story begins
with a happy end
.

Serve aggiungere altro?
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  #7844  
Vecchio 24-05-2019, 00.03.09
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Predefinito Islanda

Sono entrato nel forum pensando di scrivere il seguito del mio post di ieri sera, e solo entrando mi sono ricordato che in effetti il post di ieri sera non c'è. Ricordavo benissimo di averlo scritto e c'ho messo un po' a ricordarmi di cosa fosse successo: semplicemente, come accade ogni tanto (per fortuna molto raramente), mentre lo scrivevo il forum aveva smesso di funzionare, e così non ero riuscito ad inviarlo.
Così, nel mio post di stasera devo accennare anche a quello di ieri sera.

In sintesi, ieri sera scrivevo che pur ascoltando sempre musica durante la lettura dei libri, solo raramente la scelgo "apposta", in relazione ai libri. Lo sto facendo adesso, ad esempio: leggendo "Il libro dei vulcani d'Islanda" di Leonardo Piccione ho deciso di ascoltare la mia musica islandese, cioè principalmente Emiliana Torrini, ma anche Lay Low e soprattutto i suoi Benny Crespo's Gang. L'ho fatto nonostante il libro non mi stesse appassionando particolarmente.

Ieri sera, quindi, è toccato ai primi tre album di Emiliana. Stasera era il turno del quarto, Fisherman's Woman, e mi è esplosa la passione. Un po' è perché mi sto abituando allo stile particolare del libro, ma più che altro è stato il disco a risvegliarmi emozioni sopite. Tra i suoi è il disco più islandese, un disco "bianco" e pieno di neve che si deposita nel cortile affacciandosi alla finestra, o almeno, questa è l'impressione che ho sempre avuto ascoltandolo. È un disco dai suoni particolarissimi (acustici senza essere noiosi, e molto "onomatopeici") e che mi evoca ricordi lontani ma sempre piacevoli: un po' Gra e un po' Fra, le due persone con cui l'ho condivisa. Alcuni dischi mi piacciono perché sono belli, altri dischi mi piacciono perché li lego a dei bei ricordi, e Fisherman's Woman appartiene ad entrambe le categorie.
Ed è riuscito a rendere più piacevole la mia lettura islandese.

(post scritto ascoltando Fisherman's Woman di Emiliana Torrini)
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  #7845  
Vecchio 24-05-2019, 17.39.42
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Predefinito vieni a vivere con me

Syria - Islanda <---ogni tanto serve essere meno intellettuali


Penso a quando sei avverso tu
Passan gli anni e ti amo sempre più
Sto celebrando il nostro crescere
Tornerei indietro per conoscere te

Siam ragazzi che diventan grandi
L'incoscienza superando i grammi
Il primo appuntamento da cui tutto si espande
È come la terra, il cielo e I fiumi d'Islanda

È puro come il primo minuto d'amore
Sembra passato un minuto amore
È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi d'Islanda

Penso a quando sei comparso tu
Forse non te lo ricordi più
Non c'è un momento di purezza più grande
Nemmeno sotto il ghiaccio ed i vulcani in Islanda

Siamo pazzi posto al solo amarci
L'incoscienza e i nostri primi viaggi
Il primo vero incontro da cui tutto si espande
Come la terra, il cielo e i fiumi d'Islanda

È puro come il primo minuto d'amore
Sembra passato un minuto amore
È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda

È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda
È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda

Penso a quando sei avverso tu
Passan gli anni e ti amo sempre più
Sto celebrando il nostro crescere
Tornerei indietro per conoscere te

Siam ragazzi che diventan grandi
L'incoscienza superando i grammi
Il primo appuntamento da cui tutto si espande
È come la terra, il cielo e i fiumi d'Islanda

È puro come il primo minuto d'amore
Sembra passato un minuto amore
È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi d’Islanda

È puro come il primo minuto d'amore
Nulla è cambiato, è cresciuto l'amore
È puro come il primo minuto d'amore
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda
Come la terra, il cielo e i fiumi in Islanda
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  #7846  
Vecchio 25-05-2019, 18.39.26
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Predefinito you will never know what is turning in my mind

Non si può guardare dentro, canta Luca Carboni, come se il corpo fosse coperto da uno strato di qualcosa che rende impossibile la penetrazione dello sguardo. Questo qualcosa esiste e si chiama pelle, ma in realtà sembra parlare di una corazza, quasi uno strato di piombo che blocca anche i raggi x. Non si può guardare dentro, punto.
Una delle mie materie preferite tra le sette che ho dato ad ingegneria informatica si chiamava "controlli" e venne descritta così dal suo simpaticissimo (e molto bravo) professore: immaginate di avere una macchina xhe ha diversi input e un solo output. Questa macchina prende gli input, li elabora, e restituisce un risultato. E ognuno degli input conosce solo se stesso e da solo non può determinare il risultato; solo la macchina li conosce tutti e quindi determina il risultato.

Non è banale, perché riprendendo il ritornello di Fuck You degli Articolo 31 cantato da Paola Turci, quello che succede dentro la mente può saperlo solo il suo "possessore". Gli altri si comportino ognuno a modo suo, facciano il possibile, e poi stiano a guardare se l'output aggrada loro, per quanto possano non comprendere le dinamiche che hanno portato proprio a quel risultato.

(post scritto ascoltando Damned Devotion di Joan As Police Woman)
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Vecchio 27-05-2019, 01.11.36
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Predefinito c'è solo l'inter

Inutile fare paragoni con dieci o, ancora peggio, nove anni fa: i tempi sono diversi, ma la partita di stasera è stata il simbolo dell'interismo. Cuore e suicidio insieme, e stavolta è andata bene.
Fino al prossimo suicidio.

Forza Inter, sempre.

(post scritto ascoltando Farewell Good Night's Dream di Lay Low)
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Ultima modifica di gabo86 : 27-05-2019 alle ore 23.16.00
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  #7848  
Vecchio 27-05-2019, 23.47.44
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Predefinito piani settimanali vs segnalibri

Ieri, mentre pulivo le tapparelle della nostra ormai imminente casa con Vero ascoltando Me And Armini di Emiliana Torrini, ho fatto una riflessione su quest'ultima.
Ho iniziato ad ascoltarla nel dicembre del 2007, dopo averla scoperta per la sua collaborazione con i Thievery Corporation, e ho fatto un rapido calcolo: "lei ha pubblicato quattro dischi, dicembre ha quattro settimane, quindi ascolterò un disco ogni settimana". Non era la prima volta che decidevo di recuperare la discografia di un artista in ordine cronologico, c'erano già stati i Manic Street Preachers un anno e mezzo prima, ma in quel caso la divisione non era stata nettamente settimanale. Stavolta, invece, inaugurai i "piani settimanali", che utilizzo ancora a distanza di dodici anni quando ho voglia di approfondire la discografia di un artista per me nuovo.

I piani settimanali sono una gran cosa, ma cozzano con i "segnalibri", ovvero con la capacità di un disco di rimanere legato ad un periodo, o a una persona, o a un luogo, eccetera. Il motivo è semplice: se ascolto tot dischi per la prima volta per tot settimane di fila, tutti dello stesso artista, è difficile che tra un disco e l'altro possa cambiare qualcosa nella mia vita che diversifichi le condivisioni. Per questo motivo gli artisti che ho scoperto con i piani settimanali, limitatamente agli album usciti prima della scoperta da parte mia (perché poi quelli dopo ovviamente escono ad anni di distanza), hanno pochissimi segnalibri. Magari gli album sono molto diversi tra loro, e le differenze riesco tranquillamente a notarle, ma emotivamente, al di là del mero gradimento, non cambia molto.
Faccio un esempio a caso: ho ascoltato i quindici album dei Sonic Youth nell'arco di quindici settimane, quindi quasi quattro mesi, e non c'è nessun album che mi "ricordi qualcosa" più di qualche altro, pur avendo le idee chiarissime su quali siano i miei preferiti e quali no.

Eppure, pulendo le tapparelle ho pensato che con Emiliana Torrini questa cosa non funziona. Nonostante abbia ascoltato i suoi quattro dischi in quattro settimane consecutive, mi ricordano cose completamente diverse. Forse perché sono molto diversi tra loro, o forse perché la loro diversità mi ha spinto a condividerli in maniera molto diversa. E quindi ci sono i primi due che sono un po' "così" e che mi ricordano una strada percorsa a piedi e tante speranze mai realizzate, il terzo che scava nella mia tristezza e nelle mie angosce esistenziali post-adolescenziali, e il quarto che ha fissato nella mia mente il concetto di Islanda, la serenità mista alla malinconia e, più in generale, Grazia.

E poi c'è il quinto, quello che ho ascoltato ieri, che non sarà il mio preferito (Fisherman's Woman è molto difficile da battere) ma che mi ha ricordato tante cose. Su tutte, inevitabilmente, Fra e la nostra due giorni romana.

Certi ricordi non svaniranno mai, e comunque basta la musica per rievocarli.

(post scritto ascoltando Lost Property dei The Earth)
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Vecchio 28-05-2019, 16.45.46
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Predefinito scrivo questo post con un taglio sul pollice

Se c'è una cosa che ho sempre odiato sono le persone che predicano bene e razzolano male. Ogni tanto, però, anche a me capita di predicare bene e razzolare male. E quindi, se una delle mie prediche è "mi raccomando, predicate bene ma non razzolate male" e poi io predico bene e razzolo male, non sono il primo ad aver predicato bene e razzolato male sul predicare bene e razzolare male?
Tutta questa meta-linguistica per dire che l'unica differenza è che io predico ad alta voce ma razzolo male solo dentro la mia testa, e così l'unica persona per cui io predico bene e razzolo male sono io. Nessuno lo sa, lo so solo io. Ma se io sono la persona la cui opinione tengo in maggior considerazione, non è un corto circuito senza uscita?

(post scritto ascoltando Lost Property dei The Earth)
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Vecchio 29-05-2019, 02.56.09
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Predefinito all'ombra

Oggi sono tornato a pranzo da lavoro e ho visto un pacco giallo che faceva capolino dalla cassetta della posta. L'ho visto, ho visto che era indirizzato a Grazia e l'ho portato su senza aprirlo. Poi è arrivata dopo qualche minuto, l'ha aperto e saltellando per la stanza mi ha urlato "ma tu lo sapevi?".
No, non lo sapevo. Certo, sapevo che sarebbe arrivato prima o poi, perché quando Cristina Donà ha annunciato che avrebbe inciso un album insieme a Ginevra Di Marco mi sono fiondato a donare (con crowdfunding) i miei dieci euro per averlo; anzi, per regalarlo a Grazia per il compleanno, visto che il periodo era quello. Così le ho dato un foglio con la stampa della mail, immaginando che il disco sarebbe arrivato chissà quanto. In fondo per il crowdfunding di Broken Age mi era toccato aspettare diversi anni, quindi non mi sarei stupito di dover attendere parecchi mesi.
E invece è arrivato oggi.

Due pezzi li conoscevamo già in quanto canzoni di Cristina Donà (una mi ha commosso particolarmente, ma è un discorso che esula da questo post), un l conoscevo io in quanto canzone dei PGR di cui Ginevra Di Marco è stata cantante, gli altri erano inediti o pezzi che comunque non conoscevamo. L'abbiamo ascoltato in silenzio durante la pausa pranzo, una delle ultime che passeremo insieme, visto che è questione di settimane prima che io e Vero andiamo a vivere assieme. Però farlo è stato anche un modo per chiudere un cerchio, a modo suo: il mio "primo ascolto condiviso" è stato il 23 settembre 2007, con Grazia, ascoltando quello che allora era il nuovo disco di Cristina Donà (e il primo "in diretta"), La Quinta Stagione. Tre anni e quattro mesi dopo abbiamo ascoltato il disco successivo, insieme, ma abitando nella stessa casa. Altri tre anni e otto mesi dopo abbiamo ascoltato quello ancora dopo, sempre insieme, e sempre abitando nella stessa casa. Nel frattempo l'abbiamo vista tre volte in concerto e in occasione dell'ultima le abbiamo raccontato del nostro rapporto, cresciuto all'ombra della sua musica.

Non è il momento della tristezza, questo, per come sono andate le cose. Questo è il momento di ascoltare il disco "nuovo".

(post scritto ascoltando Ko De Mondo dei C.S.I.)
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Vecchio 30-05-2019, 00.24.22
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Predefinito due cuori al risveglio

Stamattina mi sono svegliato, ho spento la sveglia e ho visto che c'erano due messaggi su whatsapp. Ho aperto la schermata principale ed erano identici: in entrambi i casi c'era un'immagine come allegato e poi l'emoticon di un cuore. Ho immaginato che la differenza tra i due messaggi, oltre al mittente, l'avrebbero fatta le immagini.

Per primo ho aperto il messaggio di Veronica. L'immagine allegata era un "ricordo" di Facebook che riproponeva una foto scattata esattamente tre anni fa. Nella foto ci sono due braccia, uno peloso e l'altro no, con al polso lo stesso braccialetto arancione e la scritta "Manic Street Preachers - Liberty Stadium, Swansea". Era il concerto finale del tour che celebrava il ventennale del loro Everything Must Go, e si teneva proprio nel loro Galles, addirittura allo stadio. Il concerto fu meraviglioso, ma fu ancora più meraviglioso tutto il resto: il bellissimo Galles, i giri per Cardiff, la gita in bicicletta fino a Caerphilly, il cibo particolare ma che per tre giorni si può sopportare, e poi la nostra unione, la nostra intesa, e il nostro viaggio migliore, finora. Il concerto è stato quasi collaterale, anche se è stato comunque splendido (ad aprire c'erano anche i Super Furry Animals, forse il vero motivo per cui siamo andati lì).

Poi, però, è toccato al messaggio di Loris. Era un selfie con lui in primo piano col casco da ciclista in testa, e immaginavo che volesse dirmi che ha ripreso ad allenarsi e che quest'estate faremo un giro. Poi, però, ho guardato meglio. L'immagine era rovesciata, quindi non è stato immediato capire che alle sue spalle c'era una mattonella di ceramica con scritto "6A". Un numero e una lettera apparentemente normali, se non fosse che quella mattonella, proprio quel 6 e quella A, si trova in un posto solo. Lì dove c'è il mio cuore.
Loris me l'ha mandata per farmi capire che aveva deviato da suo percorso in bicicletta per andare fino alla mia casa in campagna e fare una foto lì. Il cuore come didascalia significava quanto fosse legato a quel posto. Lui, come tutti gli SQUOT, sarà legato alla mia casa in campagna per i capodanni, e poi per le grigliate primaverili, e poi per la "squotteria", per i cineforum, per le pizze e i giochi da tavolo. Lui, come tutti gli SQUOT, c'è legato per questi motivi.
Io, però, ci sono legato per mille altri motivi, quelli che ho sempre raccontato: Ale, la nostra amicizia, le nostre estati, gli zii e i cugini, le partite a 31, la Playstation e l'Amiga, e mille altre cose che in alcuni casi sono lontane anni luce, in altri sono sempre presenti. Ho apprezzato il messaggio di Loris, ma era "parziale": erano i suoi ricordi legati a quel posto, che coincidono solo in parte coi miei. Io, appunto, ne ho molti di più, legati a mille cose, mille persone, mille periodi.

Nessun luogo, da nessun altra parte del modo, riuscirà a racchiudere così tanto, anche a livello di diversità, come quella casa. Ecco perché mi fa così rabbia l'abbandono, ed ecco perché mi fa ancora più rabbia che Ale sia stato sfrattato da lì. Quando riuscirà a rientrarci, se ce la farà, sarà comunque un trionfo, e potrò mettere da parte una buona dose di rabbia.

Per ora, però, mi intristisco. E mi manca tantissimo quel posto.

(post scritto ascoltando In Quiete dei C.S.I.)
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Predefinito il deterioramento

Oggi, con il disco di Ginevra Di Marco e Cristina Donà in sottofondo, io e Grazia abbiamo fatto una chiacchierata un po' più approfondita del solito. Mi ha chiesto della casa, e allora le ho raccontato e poi le ho chiesto di come va con Franz, e lei mi ha raccontato e poi mi ha chiesto come va con Veronica, e io lì mi sono aperto in una maniera forse esagerata, ma sono sicuro che se Veronica avesse sentito cosa le ho detto si sarebbe commossa (per la cronaca, sono ancora più espansivo sull'argomento con Bea, con cui sono molto più in confidenza, al momento).
E insomma, parlavamo di case, di rapporti umani, e del fatto che noi abbiamo vissuto otto anni a mille chilometri di distanza e poi nove (il prossimo agosto) nella stessa casa. A un certo punto mi fa "certo che è incredibile quanto le cose possano deteriorarsi dopo tutti questi anni".

Mi sono congelato.

Mi sono congelato e ho pensato che forse eravamo arrivati alla resa dei conti, e avremmo parlato del nostro allontanamento, delle reciproche accuse celate tra noi e probabilmente palesate con altre persone. Insomma, ho pensato che era giunto il momento. Per trasparenza, però, le ho chiesto "a cosa ti riferisci?", e mi ha risposto che in sette anni che abitiamo in quella casa il parquet è pieno di segni, le finestre sono sporche, eccetera. Non era una metafora, a quanto pare: si riferiva davvero alla casa, non a noi. E così oggi ho capito che forse non ne parleremo mai.
Oppure, com'è possibile, da parte sua non c'è nessun problema. Posso capirlo, in realtà: ha dovuto affrontare di peggio negli ultimi due anni, mentre io ero lì ad interpretare ogni suo gesto come un segno di ostilità.

Non ne abbiamo parlato e non ne parleremo mai, immagino, però ci ha fatto bene raccontarci e confidarci, come ai vecchi tempi.
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Vecchio 31-05-2019, 20.31.26
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Predefinito la morte dell'ispiratore

Ci sono alcune categorie di morti che finiscono sui giornali: le celebrità, senz'altro; i morti in circostanze eccezionali (terrorismo, incidenti particolarmente spettacolari); e poi, in via residuale, ci sono i morti "ispiratori". Capita ogni tanto di leggere "è morto xxx, aveva ispirato la canzone yyy" o "il film zzz".

Ieri sera è morto zio Franco. Zio Franco era il fratello di mio nonno paterno, e si era trasferito da Catania a Rovereto, in provincia di Trento, per insegnare matematica; lì conobbe Giuliana, bolognese anche lei in trasferta a Rovereto, e i due si sposarono e generarono Alessandro, cugino di mia mamma, che ho citato in alcuni post.
Lui non l'ha mai saputo, sua moglie non ha fatto in tempo a saperlo perché nel frattempo è morta, Alessandro non lo saprà mai perché non avrò mai il coraggio di dirglielo, ma zio Franco resterà "per sempre" in un libro. È uno dei personaggi di "Lettera d'amore al futuro", il mio secondo libro e primo romanzo. Nel libro non si chiama "zio Franco", anzi, non ha neanche un nome; non si è mai trasferito a Rovereto e non è nota la sua professione, ma è stato la mia totale ispirazione per il personaggio del padre del protagonista, quello malato d'Alzheimer nonostante gli infiniti sudoku completati. Quando scrissi quelle parole, quando descrissi l'Alzheimer, quando raccontai delle difficoltà della moglie e del figlio rispetto al marito e padre sempre più assente, sempre più perso nella sua testa, mi sono ispirato a quello che mia mamma mi ha raccontato di Giuliana e Alessandro, ai quali comunque non ho mai chiesto niente. Mia mamma stessa, leggendo il libro, ha riconosciuto subito suo zio (e anche suo cugino, da cui sono presi alcuni aspetti del protagonista).

Ieri sera è morto, stasera mia mamma partirà per il funerale a Rovereto, domani mattina la raggiungerò e poi di pomeriggio andremo a trovare la mamma di Grazia. Tantissimi chilometri per una sola giornata, ma almeno la rivedo (mia mamma, dico).
E forse ci sarà da scriverne.
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Vecchio 01-06-2019, 01.39.48
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Predefinito che quando guido solo ascolto musica

Non mi piace tanto guidare la macchina, preferisco di gran lunga la bicicletta, ma ci sono alcuni viaggi in macchina che sono stati memorabili grazie alla compagnia e grazie alla musica. Me ne vengono in mente alcuni, a cui la relativa colonna sonora è rimasta legata come un segnalibro. Potrei fare un elenco ma non sarebbe esaustivo (ma magari ci provo prossimamente), ma sono qui per scrivere una cosa, che mi è venuta in mente mentre mi tagliavo la barba in vista del funerale di domani.
Mi aspettano circa sei ore di macchina, di cui la metà circa da solo. Così i primi due dischi che ascolterò saranno i due dischi degli Yeti, ovvero la musica più da on the road della mia vita. Il secondo, che però ho scoperto per primo, resterà per sempre legato ad un Catania-Messina da solo, il sei settembre di dieci anni fa. Il primo ha meno legami emotivi ma è altrettanto da viaggio, quindi intanto ascolterò quei due dischi, poi si vedrà. La strada è lunga e la durata della batteria dell'iPod pure.
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Vecchio 02-06-2019, 22.15.05
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Predefinito bad time management

Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà
che non tornerà mai
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Vecchio 04-06-2019, 01.29.35
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Predefinito un sabato extra-ordinario/1

Il primo disco che ho ascoltato, appena sono salito in macchina di Vero alle 7 di mattina, è stato Yume! degli Yeti. Quello che io chiamo Yume non è il vero Yume: il vero Yume sarebbe un album pubblicato solo in Giappone un anno prima dell’unico album ufficiale, contenente qualche pezzo inedito e altri che poi, risuonati e ricantati, sarebbero finiti nell’album ufficiale. Il mio Yume, invece, è un disco in cui ho messo in ordine cronologico tutti i pezzi degli Yeti che non finiti in The Legend Of Yeti Gonzales, cioè il loro album: ho preso i pezzi pubblicati sui singoli, sugli EP, nel vero Yume (ma non quelli poi ripubblicati l’anno dopo) e le bonus tracks della versione di The Legend Of Yeti Gonzales pubblicata in Giappone. Non ho mai condiviso Yume con un viaggio in particolare, ma le atmosfere sono le stesse “on the road” dell’album ufficiale, e così ho iniziato ad ascoltarlo dirigendomi verso Verona.

Avevo programmato di ascoltare per secondo proprio The Legend Of Yeti Gonzales ma l’ho rimandato al pomeriggio; finito Yume, invece, ho ascoltato Wild Love di Smog, che per Ondarock è il suo miglior album, ma per me contiene solo una delle sue canzoni migliori (Batyshpere, che però continuo a preferire nella versione pubblicata da Cat Power), e inoltre la voce non gli era ancora cambiata in maniera miracolosa come invece sarebbe capitato nel giro di qualche anno dalla pubblicazione.

Mentre Wild Love si avvicinava al termine, nel frattempo, sono arrivato all’aeroporto dove mia mamma e sua cugina Rosamaria avevano passato la notte dopo essere atterrate a Verona nella tarda serata di venerdì. Ho abbracciato mia mamma che non vedevo da poco più di un mese, ho salutato Rosamaria che non vedevo dal funerale della zia Giuliana, moglie dello zio Franco appena defunto, e siamo tornati in autostrada per dirigerci verso Rovereto.

In sottofondo ho messo Montesole – 29 Giugno 2001 dei PGR ma le chiacchiere sovrastavano la musica, e così ci siamo messi a ricordare dell’occasione speculare di poco più di due anni fa, quando dopo una rapida malattia la zia Giuliana era morta, lasciando un marito con Alzheimer allo stato avanzato in una casa di riposo, incapace anche di riconoscere se stesso, e un figlio economicamente autosufficiente ma auto-abbandonato a se stesso. Stavolta, invece, è toccato allo zio Franco.

Siamo arrivati sotto casa di Alessandro e, diversamente dall’ultima volta, eravamo così tanto in anticipo che ci ha fatto accomodare a casa sua. “Sua” per modo di dire: è la casa in cui ha abitato con i suoi genitori fino a quando non è andato a vivere a Milano, anche se è sempre tornato ogni due fine settimana per andare a trovare i genitori, finché c’erano, e i suoi amici. Sono salito ed è stato come tornare indietro nel tempo. Molto indietro.
Con mia mamma abbiamo ricordato abbastanza vividamente: l’ultima volta che siamo stati lì, sia io che lei, è stato in occasione delle vacanze di Natale 2002-2003. Eravamo noi, tutta la nostra famiglia, e Grazia. Di mattina eravamo stati al Mart, il museo di arte moderna di Rovereto che era stato inaugurato da poco, e per pranzo andammo a trovare gli zii di mia mamma e suo cugino Alessandro. Ho pochissimi ricordi di quel giorno: Grazia rideva un sacco della zia che beveva il vino come se fosse acqua, da vera bolognese; dopo pranzo, poi, Alessandro ci accompagnò alla fermata della corriera per Trento, che prendemmo per andare al cinema a vedere “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, il primo film che io e lei abbiamo mai visto insieme al cinema. Di quel giorno di inizio 2003, però, non ricordo molto altro.
Ricordo tantissimo, invece, dell’estate 1998. Ricordo tutto tranne perché fossi finito lì. Passai una settimana a fine giugno dagli zii e da Alessandro, che stava scrivendo la tesi di laurea, e teoricamente sarebbe dovuta essere una settimana di ordinaria vacanza, tra le montagne trentine, ad annoiarmi. Non fu così: quella settimana fu fondamentale per la mia esistenza futura. Alessandro mi fece ricollegare a vecchi ricordi condivisi, guarda i casi del destino, col suo omonimo e ben più importante (Lemmings, Monkey Island, la musica dance dei primi anni ’90), mi fece conoscere qualcosa di nuovo (Worms, Loom) e in generale fece scattare in me, ufficialmente, la nostalgia. A partire dall’estate ’98, forse grazie a lui, capii che qualcosa nella mia vita era finito (gli “anni d’oro” con Ale) e che difficilmente sarebbe tornato. L’unica cosa da fare era ricordare. Imparai l’importanza della memoria, e in questo lui è stato decisivo pur non avendone idea. Ogni volta che ci vediamo, inclusa quest’ultima, glielo ricordo. Anche perché, sinceramente, come fai a non ricordarlo ad uno che ha la suoneria del telefono con la sigla di Monkey Island?

Poi siamo andati alla camera ardente. Non tutti: io, Rosamaria, Alessandro e suo zio bolognese (fratello della madre). Io sono stato in alcune camere ardenti, e tutte erano di morti più o meno repentine o comunque non troppo sofferte: la mia bisnonna, morta di vecchiaia nel sonno e nel suo letto dopo cento anni di onorata vita; mio nonno materno, morto in ospedale dopo due giorni di pancreatite; mia nonna paterna, morta in casa dopo un lungo Alzheimer ma in maniera relativamente serena. Per lo zio Franco, invece, sapevo che la cosa sarebbe stata peggiore, tant’è vero che appena sono entrato nella camera ardente ho pensato di aver sbagliato porta. Non sembrava lui (e me lo ricordavo benissimo, nonostante non lo vedessi da dieci anni), e pur sapendo che doveva essere lui, ecco, proprio non sono riuscito a ricollegarlo. Meno male, però: quand’era in salute era identico a mio nonno, di cui era fratello, e temevo di rivedere mio nonno nella camera ardente, uno dei ricordi più strazianti della mia vita. No, questo era un estraneo. Lo era fisionomicamente ma anche psicologicamente, visto che viveva “da fantasma”, senza riconoscere nessuno, neanche se stesso, da parecchi anni.

Anche stavolta, come già due anni fa per la zia, mi è toccato leggere in chiesa. Ho letto la prima lettura della Bibbia, di cui ho condiviso il messaggio pur senza condividere le modalità (parlava dell’importanza di lasciare opere non materiali per essere ricordati) e poi un brano scelto “dalla famiglia”, in cui la parola Dio veniva ripetuta un po’ troppe volte, per i miei gusti. Non capirò mai perché chiedano a me, ateo convinto, di leggere durante la messa: io non vorrei mai che un fascista leggesse qualcosa di sinistra, ad esempio. Ma magari è un problema mio

Liquido il pranzo trentino con una sola parola: squisito.
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Vecchio 04-06-2019, 01.29.54
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Predefinito un sabato extra-ordinario/2

A quel punto, con in sottofondo il disco di Ginevra Di Marco & Cristina Donà, io e mia mamma ci siamo temporaneamente allontanati dal resto della famiglia per andare a compiere un’altra missione: andare a trovare la mamma di Grazia, reduce da un’operazione e soprattutto da una brutta diagnosi. Abbiamo percorso una strada che non facevo da almeno vent’anni, quella che sale da Mattarello. Se la ricordava anche mia mamma, ricordandoci di quando andavamo a trovare la famiglia di Grazia in treno (fino a Bologna) più auto. Abbiamo parcheggiato sotto casa ed è venuta a prenderci, convalescente, incerottata ma sorridente come sempre.

Lì la cosa si è biforcata. Da un lato c’era mia mamma che parlava con la mamma di Grazia sottolineando che sono amiche da quarant’anni, ricordando aneddoti vecchi e nuovi e raccontandosi le loro rispettive vite, per una volta di persona e non con il telefono come mezzo di comunicazione. Devo dire che è stato bellissimo vederle così unite nonostante la distanza e nonostante le differenze tra loro.
Dall’altro lato, però, c’ero io. Io che non potevo non camminare tra le mura di quella casa senza ricordare quello che hanno rappresentato per me. Grazia, i miei sedici anni, la distanza, la neve, e mille ricordi sopiti ma mai dimenticati. Non rimpiango niente, né tantomeno ho rimorsi, ma a distanza di diciassette anni ricordo ogni singola sensazione, e mi sembra incredibile che nel frattempo tra noi sia successo tutto quello che è successo, inclusi i nove anni di convivenza che adesso però volge al termine.
Sua mamma, tra le altre cose, ci (a me e Veronica) regalato qualcosa “per riempire la dispensa, perché una coppia che va ad abitare insieme deve avere la dispensa già pronta, ed è compito della famiglia riempirla, e io mi sento parte della vostra famiglia”. Giuro che mi stavo per commuovere.

Il tempo stringeva, e io e mia mamma dovevamo andare a recuperare Rosamaria da Alessandro. L’abbiamo fatto ascoltando l’ultimo album dei The Earth, Lost Property, e nel frattempo abbiamo ricordato un po’ di vecchi viaggi da Catania al Trentino.

Arrivati da Alessandro, ho detto che sarei andato in bagno, e in effetti ci sono andato, ma prima mi sono infilato nella sua camera. Mi ha fatto impressione: era esattamente come la ricordavo, con l’Amiga 4000 ancora lì (“ma non la accendo da vent’anni, ha detto), i videogiochi e i dischi di fine anni ’90 ancora lì, come un altare di fine millennio. Ho pensato che lo stesso altare, con anni diversi, ce l’ho anch’io in camera mia; anzi, ce l’avevo, perché l’ho svuotato e mio papà l’ha smontato e arriverà con un camion qui. La differenza tra me e lui (una delle mille differenze, ma qui parlo solo della “stanza”) è che io una casa me la sono fatta, e ci sto mettendo dentro un po’ di cose del mio passato; lui l’ha comprata, lavora fuori, eccetera, ma è anonima, impersonale. In camera sua, in camera sua a casa dei suoi, c’è ancora tutto.

Siamo ripartiti per Verona con in sottofondo, a bassissimo volume, The Terror Of Cosmic Loneliness di Gruff Rhys vs Tony Da Gatorra. Mi sono divertito ad ascoltare gli aneddoti di gioventù delle due cugine e a pensare che, chissà, tra vent’anni anch’io e Ale saremo così. O forse ancora meglio.

Le ho salutate all’aeroporto e sono ripartito da Verona alla volta di Battaglia, a casa di Veronica. Ho scelto un disco, e non era un disco a caso. Era un disco che avevo iniziato ad ascoltare, per caso, nell’estate del 2009, e mi era piaciuto veramente tanto. Sin da primo ascolto l’avevo immaginato come colonna sonora per un viaggio in macchina, e a settembre ci fu l’occasione di testarlo: Catania-Messina, autostrada, per andare a vedere il concerto di Raf. Lì mi incontrai con Chiaru’, ma la strada la feci da solo, e quell’ascolto cristallizzò per sempre il disco dentro me. Lo cristallizzò così tanto da farmi smettere di ascoltarlo, ripromettendomi di ricominciare a farlo solo qualora fossi stato reduce da un altro concerto di Raf. In quel momento non potevo saperlo, ma quell’altro concerto lo vidi a Verona, con una ragazza a cui avevo telefonato per la prima volta proprio durante il concerto di Messina. Al ritorno da quel concerto, così, ricominciai ad ascoltare The Legend Of Yeti Gonzales degli Yeti.
Così, l’ho ascoltato anche stavolta, tornando da Verona da solo. Ribadisco che è il disco perfetto per guidare; l’ho cantato a squarciagola dalla prima all’ultima parola ed è veramente straordinario.

Sono arrivato a destinazione dopo quattrocentotrentadue chilometri di viaggio, diverse tappe, diversi incontri, tanta stanchezza e, dulcis in fundo, Still Here dei The Beasts che è davvero un disco bellissimo, che si meriterebbe il “Premio disco dell’anno”, ma si sa, forse quest’anno l’hanno ipotecato due finti fratelli inglesi.

(post scritto ascoltando Accelerator dei The Future Sound Of London)
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Predefinito la sindrome di peter pan

La carriera degli 883, gruppo famoso per raccontare storie di vita vissuta, è un'intera storia anch'essa: la storia di una persona con la sindrome di Peter Pan e della sua evoluzione (della sindrome).
Ci si potrebbe scrivere un romanzo, ma probabilmente le canzoni rendono maggiormente giustizia: si parte da un primo album in cui le donne non vengono assolutamente considerate, con un filo di misoginia (ma giusto un filo) e poi ci si evolve tra amicizie solide, amori fugaci e meno fugaci, e più avanti un po' di sana introspezione. Chiunque di noi (e per "noi" intendo "abitanti del pianeta Terra, almeno dell'occidente) ha vissuto una di quelle storie: chiunque di noi ha pianto dietro a una ragazza, chiunque di noi ha preferito gli amici alla fidanzata, chiunque di noi ha passato la serata cazzeggiando con gli amici e divertendosi un sacco. Poi, in un modo o nell'altro, si cresce.
"Noi due poveri sfigati, noi non siamo mai cambiati" sentenziavano Pezzali e Repetto nel primo album, parlando degli amici che crescono e cambiano. La storia prosegue nei dischi successivi, fino agli ultimi due, quelli della maturità. Lì ci sono due ammissioni incredibili, o almeno, che sono incredibili solo per chi ha seguito superficialmente gli 883.

La prima è "maledirò il giorno che ho detto no a crescere". Potentissima. Così potente che per anni ho odiato quella canzone perché non la capivo (ma avevo tredici anni, è comprensibile). Ovvero un Peter Pan che si guarda indietro e capisce di aver sbagliato ad essere tale. Non è tanto un rinnegare, è piuttosto una consapevolezza. Tardiva, forse. Ma tant'è.
La seconda è "le responsabilità che hanno sempre un peso un po' troppo grande per uno già grande". Una bomba atomica. Cioè "sono grande, lo sono anagraficamente, mi avete costretto ad essere grande, ma mi viene difficile". C'è da dire che quest'ultima citazione è contenuta nel sesto e ultimo album degli 883, quello della crisi personale di Max Pezzali (ci tornerò tra un paio di settimane), quindi tanto pessimismo non deve stupire. Stupisce, però, l'evoluzione. Non smetterà mai di stupirmi.
Pur con le condivisioni diversissime che ho avuto con ogni disco, e con i periodi più disparati all'interno dei quali li ho ascoltati, prendere in blocco la discografia degli 883 ed ascoltare tutti i dischi di fila vuol dire raccontare questa storia. La storia di un uomo che all'inizio non vuole crescere, poi capisce che era meglio farlo, poi lo fa e capisce che forse era meglio non farlo (ma su questo ho qualche dubbio; nella mia interpretazione, infatti, l'indecisione deriva da una crisi interiore).

Tutto questo per dire cosa?
Tutto questo per dire che ci sono alcune canzoni che mi ritraggono perfettamente. Una è sicuramente dei Manic Street Preachers ed è una b-side; un'altra è di Raf e dà il titolo ad un album ma non è mai uscita come singolo; poi ce n'è un'altra dei Manic che mi ritrae solo nei momenti più introspettivi; e poi forse anche una delle due suddette degli 883. Proprio quest'ultima mi sono trovato a citarla (anche qui) spesso, sempre più frequentemente, probabilmente perché si avvicina il momento in cui dirò sì.
Sì a crescere.
Anche se nel profondo si fa strada un'altra voce, ogni tanto. Ma basta metterla a tacere e urlare "sì"!

(post scritto ascoltando They Are Nothing Without Us di Ciàn Ciaràn)
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Predefinito nessun, nessun

Dovrei riascoltarla bene, però, la storia in musica degli 883 (e di Max Pezzali), perché non mi ricordo se in tutta la narrazione ci sia o meno un passaggio fondante. Quello in cui si trova di fronte al bivio tra il sì a crescere e il no a crescere e prenda una strada, poi faccia un'inversione a U per prendere l'altra e poi faccia un'altra inversione per prendere quella di prima.
È il momento dell'indecisione e soprattutto dei rimpianti vs i rimorsi. Forse no, un punto così non c'è visto che in "Nessun rimpianto" il ritornello dice "nessun rimpianto, nessun rimorso", quasi per lui le due cose fossero uguali, e invece sono diametralmente opposte.

E così manca il dubbio: quale scegliere?
Quante inversioni a U fare?

(post scritto ascoltando ISDN dei The Future Sound Of London)
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