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Vecchio 13-04-2021, 14.16.59
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Predefinito guilty pleasure

Elodie è il mio guilty pleasure.
Il guilty pleasure non è solo lo scheletro nell'armadio, ovvero una cosa che ti ha appassionato in un'altra età e di cui adesso ti vergogni un po', sebbene poi scateni dei ricordi meravigliosi. Gigi D'Agostino, ad esempio, è il mio scheletro nell'armadio: non lo ascolto regolarmente da anni (circa diciassette) ma quando mi capita sorrido perché mi ricorda i primi 2000.
Gli 883 non sono uno scheletro nell'armadio perché, nonostante si discostino dai miei gusti musicali attuali, sono qualcosa di cui vado estremamente orgoglioso.
E poi c'è Elodie, che è il mio guilty pleasure. Ovvero qualcosa che sulla carta dovrebbe farmi schifo (pop contemporaneo di merda?) e qualcosa di cui in generale parlo anche male in pubblico, però poi mi rendo conto che mi piace. Non andrei mai a un suo concerto e non ascolterei mai un album intero, ma quando capita qualcuna delle sue canzoni mi rendo conto che mi piace. Va contro tutto quello in cui credo, e per questo mi sento un po' "colpevole". Ma sì, Elodie è il mio guilty pleasure.

(post scritto ascoltando I Visionari di Stefano Bollani)
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Vecchio 17-04-2021, 01.48.08
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Predefinito quando una canzone ti ricorda un'amicizia di una vita

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Vecchio 18-04-2021, 02.46.37
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Predefinito sono gabe sono gabe non sono gabe non sono gabe sono gabe

Ieri sera, mentre facevamo zapping durante la pubblicità nella trasmissione di Crozza, siamo finiti su Propaganda Live. C'erano Max Gazzè e Daniele Silvestri che cantavano: prima La Favola Di Adamo Ed Eva, poi Gino E L'Alfetta del secondo. L'ho ascoltata, mi sono ricordato di mille cose, sono venuto qui e ho postato il video.
Mille cose, appunto.

In realtà una sola, ma che ne contiene mille.
Doveva essere il 2007, e in realtà non avevo idea dell'anno preciso, mi ha aiutato Wikipedia, visto che Gino E L'Alfetta di Daniele Silvestri è uscita come singolo nell'estate di quell'anno. Stavo facendo il DJ alla festa di un amico di amici, un tizio straricco con una villa con piscina (davanti alla quale sono ripassato l'estate scorsa, dopo otto anni dall'ultima volta, perché Ale nel frattempo si era temporaneamente trasferito in quella stessa via). E insomma, c'ero io che facevo il DJ, c'erano amici e perfetti sconosciuti che ballavano e si divertivano, e c'era Martino che usava il microfono per fare il cretino come al solito. A un certo punto partì questa canzone, e lui anziché dire "sono gay sono gay non sono gay non sono gay sono gay" come recita il testo originale cantò "sono Gabe sono Gabe non sono Gabe non sono Gabe sono Gabe". Io scoppiai a ridere, poi capii mille cose, le stesse che ho ri-capito ieri sera, riascoltandola.
Gabe era ed è uno dei miei soprannomi. Per tutti gli SQUOT (così come per tantissime persone) sono sempre stato Gabo, ma a un certo punto arrivò questa variante Gabe, detto all'inglese ("gheib", diciamo), e ancora ci sono un sacco di amici che mi chiamano soltanto così. Ecco, quindi c'era l'assonanza tra "gay" e "Gabe". Molto appropriata, anzi, così appropriata che fu il mio "nome" su msn da quella sera per un bel po' di tempo.
Quindi, un po' era il nome. Un po', però, era il fatto che la canzone fosse di Daniele Silvestri. Diversi anni prima, quando Martino aveva appena iniziato a studiare il basso, mi chiamava a casa sua perché il suo maestro gli assegnava il compito di trovare ad orecchio le linee di basso di alcune canzoni, e siccome lui era proprio alle prime armi, chiamava me. Ricordo di un pomeriggio intero passato a cercare la linea di basso di Think di Aretha Franklin, e un altro passato a cercare quella di Salirò di Daniele Silvestri. Quest'ultima era stata creata e suonata da Faso degli Elio E Le Storie Tese, la nostra (prima) passione comune, quindi, insomma, eravamo incentivati. Entrambi, inoltre, eravamo ossessionati dal videoclip: lui replicava il balletto a qualsiasi festa a cui eravamo invitati, io mi limitai a comprare un vestito similissimo a quello che indossa Silvestri nel video per la mia festa dei diciott'anni.
Quindi, un po' era il nome e un po' era Silvestri, e anche il fatto che la canzone avesse un basso vagamente funkeggiante (un po' come Salirò). E poi c'era anche il testo della canzone ad avermi colpito: il narratore non nasconde la propria bisessualità alla fidanzata, spiegandole che ogni tanto ha bisogno di passare del tempo col suo amico Gino, dentro l'Alfetta. Non ci sono riferimenti sessuali, anzi, sembra che lui e Gino parlassero soprattutto, e proprio questo mi aiutava ad identificarmi ancora di più nella canzone: io e Martino avevamo cementato la nostra amicizia proprio nella sua macchina (una Opel Kadett rossa decapottabile dell'87), in cui passavamo i sabati notte dopo aver salutato gli altri SQUOT in centro a fine serata.

Quindi: Martino storpia col mio nome la canzone che somiglia a quella che avevamo adorato anni prima e che parla di noi. Già nel 2007 mi aveva colpito.
Ieri, a quattordici anni di distanza, l'ha fatto di nuovo.

Facciamo che nei prossimi giorni lo chiamo.

(post scritto ascoltando Wanderer di Cat Power)
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Vecchio 18-04-2021, 16.47.58
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Predefinito it's the american dream in the american head

Quando, ascoltando musica, dentro di me c'è quella meravigliosa sensazione che da adolescente chiamavo "orgasmo mentale", o "Orgasmatron" (citando una delle mie trasmissioni radiofoniche preferite), mi chiedo sempre: la sto provando perché il disco è oggettivamente bello o perché mi ricorda qualcosa? Potrei fare una lista dei dischi che appartengono alla prima categoria (e l'ho fatta, sono i post "l'isola deserta") e un'altra di quelli che appartengono alla seconda (e ho fatto anche quella, sotto forma di libro, "La macchina del tempo", di cui il thread "autobiografia di una testa" è la versione embrionale). A volte, però, i confini sono sfumati.
Ieri, invece, sono stati nettissimi. Ho ascoltato American Head dei Flaming Lips, premio disco dell'anno 2021 dopo aver battuto ai punti Even In Exile di James Dean Bradfield, e per fortuna che l'ha fatto, perché col senno di poi è veramente un capolavoro. L'ho ascoltato a tutto volume e nel frattempo ero seduto al pianoforte a cercare di suonarlo, anche se ha parecchi passaggi armonici parecchio complicati. Ecco, ogni tanto mi fermavo e mi veniva quasi da piangere, un po' perché il tema trattato (l'abuso di droghe) è da piangere e lo è anche tutto l'apparato musicale, ma poi mi veniva da piangere perché mi sembrava incredibile che degli esseri umani abbiano concepito, scritto e registrato un disco così meraviglioso. Sono sicuro di non averlo condiviso con nessuno, di non collegarlo a niente, e sono sicuro che sia un disco veramente meraviglioso.
Chissà, potrei arrivare a pensare che sia il mio disco preferito dei Flaming Lips, battendo anche quel capolavoro di Embryonic (a sua volta secondo classificato al Premio disco dell'anno 2009, ma del resto quell'anno ha vinto Journal For Plague Lovers dei Manic Street Preachers, che ad oggi è il mio disco preferito della storia della musica mondiale, quindi ci stava).
In ogni caso, un capolavoro assoluto.

(post scritto ascoltando You Are Free di Cat Power)
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Vecchio 18-04-2021, 21.37.45
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Predefinito I don't wanna wait...

L'idea non è stata mia. È stata Veronica a chiedermi "guardiamo Dawson's Creek?", e in realtà avrebbe dovuto chiedere "ri-guardiamo", o meglio, "guardiamo per l'ennesima volta". Non so che volta sia per lei, so di certo che volta sia per me.
La quinta. La quinta per le prime quattro stagioni, la prima per le altre due.
E così, anziché raccontare dall'inizio alla fine la storia di "me e Dawson's Creek", stavolta la racconto al contrario. Dalla fine all'inizio.

La fine è questa qui: qualche sera fa Veronica mi ha chiesto di guardarlo insieme. È da parecchie settimane che non guardiamo serie insieme, per un motivo: ogni volta che succede, o quasi, io finisco col lamentarmi, chiudendo con "le serie tv non fanno per me". Così lei guarda le sue mentre io gioco ai videogiochi, ma stavolta abbiamo deciso di guardare questa insieme. O meglio, guardarla per l'ennesima volta, anche se mai insieme, finora.

La scena introduttiva, quella prima della sigla (che è cambiata, maledetti, ma dentro me risuona sempre I Don't Wanna Wait di Paula Cole), è veramente il manifesto della mia adolescenza, e in realtà una cosa che mi sono portato dentro e che mi porterò dentro per sempre: lei, l'amica, che dice a lui, l'amico, che è meglio che si allentino i rapporti perché adesso stanno entrando nell'adolescenza e la loro amicizia potrebbe essere difficile da gestire. Cioè, il manifesto della non-amicizia tra uomo e donna, che poi era quello che avevo allora (l'amicizia, non il manifesto della non amicizia) e che ho ancora adesso, in maniera diversa. E così c'è Joey, che dice queste cose a Dawson, e guardarlo mi ha fatto tornare davvero indietro nel tempo, a quando Joey quelle cose le diceva davvero a me, Dawson. Ignorando, per esempio, che qualche anno dopo sarei diventato amico di un ragazzo che tutti chiamavano veramente Dawson, perché era uguale a lui. Siamo ancora amici, anche se adesso siamo entrambi pelati.

Due piccole note a margine.
La prima: ho detto a Veronica una frase di cui sono subito stato molto orgoglioso. "Dawson's Creek è come gli 883, è uno spaccato di vita reale". Non ho continuato dicendo perché quello sì e perché altro no, sarà materiale per il prossimo episodio, forse.
La seconda: sul finale, Joey chiede a Dawson quanto spesso si masturbi (reso con un improbabile gioco di parole). Non ricordavo che succedesse già al primo episodio, ma appena ho capito che era quella la scena, ancora prima della richiesta di Joey, ho detto a Veronica "Sharon Stone". Lei non ha capito, poi è arrivata la domanda ed è arrivata anche la risposta di Dawson, che però non era Sharon Stone (bensì il nome di un'attrice a noi sconosciuta). Non mi sono dato per vinto, ero sicuro di avere ragione, solo che stavamo guardando la versione inglese. Così, finita la puntata, sono tornato indietro, ho scelto la lingua italiana e sì, era Sharon Stone. Hanno cambiato il nome traducendo in italiano, probabilmente, così come hanno chiamato Marty McFly "Levi Strauss" e non "Calvin Klein" nell'adattamento italiano di Ritorno Al Futuro. Così era Sharon Stone. Me lo ricordavo ancora, dopo una vita.

(post scritto ascoltando La Terra, La Guerra, Una Questione Privata dei C.S.I.)
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Vecchio 19-04-2021, 22.27.35
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Predefinito game over

Almeno per quest'anno: la Marcialonga a cui io e Franz ci eravamo iscritti è stata rinviata all'anno prossimo. Era prevedibile qualche mese fa, lo era molto meno adesso. Non abbiamo mai smesso di allenarci per quella che sarebbe stata certamente la nostra più grande impresa ciclistica e non smetteremo neanche adesso: troveremo qualcosa da fare, qualcosa di serio (o almeno, serio per noi), e intanto continueremo a passare i sabati mattina a buttare sangue e sudore sulle salite dei Colli Euganei e a chiacchierare amabilmente in discesa e in pianura.
Almeno fino a quando Grazia a luglio partorirà; poi immagino che le cose saranno un po' diverse, ma ci mancherebbe.

(post scritto ascoltando You Are Free di Cat Power)
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Vecchio 20-04-2021, 00.54.50
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Predefinito ...for our lives to be over...

Ieri abbiamo visto altre due puntate e oggi un'altra, e non ho avuto il tempo di scrivere molto.
Ci provo ora.

Non sono convintissimo di questo voler raccontare dalla fine all'inizio il mio rapporto con Dawson's Creek. Non ne sono convinto perché nel frattempo il telefilm si sta svolgendo in rigoroso ordine cronologico, quindi dall'inizio, e quindi vorrei parlare dell'inizio.
Io ho sempre avuto un certo bisogno di autobiografia, anche quando non scrivevo di me (anzi, non scrivevo proprio e basta). Per quanto io abbia letto anche "per scappare dalla realtà", in realtà le cose che mi sono piaciute di più sono quelle che parlavano di me, o di qualcuno come me. Quella canzone dei Manic Street Preachers, quell'altra di Max Pezzali (e in generale tutti gli 883), quell'altra ancora di Raf. Anche nei libri, e volendo anche nei film. In ogni caso, non mi ricordavo di essere così uguale a Dawson (stasera Joey ha detto a Jen "nessuno vede tutto bianco o nero come Dawson", e non è vero, perché come lui ci sono anch'io) né mi ricordavo che Carola fosse così uguale a Joey. Ma così uguale che anche Iecchia, nostro compagno di classe e poi mio amico anche per qualche anno dopo la fine della scuola, chiamava Carola "Joey Potter", un po' per l'aspetto esteriore, un po' per quelle faccette buffe. Dawson's Creek è anche la storia delle nostre storie, ma a questo c'arriveremo dopo.

Tornando indietro, invece, prima di stavolta ho visto Dawson's Creek dieci anni fa. Era l'anno accademico 2011/2012 e io, Grazia e il suo allora ragazzo ci eravamo trasferiti tutti e tre da un appartamento a un altro, in cui peraltro Grazia aveva già abitato prima di abitare tutti e tre assieme. E insomma, quell'anno ricordo che andavo a lezione di mattina, poi tornavo a pranzo, mangiavamo e su La5 iniziava Dawson's Creek, esattamente allo stesso orario a cui lo guardavo quando lo guardavo per la prima volta, anzi, per le prime volte.
Del giro 2011/2012 ricordo l'episodio della prima volta di Joey e Pacey e quello di Dawson depresso che canta il blues ad una festa. Più tutto il resto, ovviamente.

Non ricordo quanto mi abbia fatto male vedere tutto questo allora. Adesso ormai mi scivola addosso, ma quando guardavamo Dawson's Creek su La5, nell'appartamento in via Tiziano Aspetti, era passato poco più di un anno da quando io e Carola avevamo smesso di parlarci. In cuor mio, comunque, sapevo che saremmo arrivati a undici, e adesso so che tra dieci anni arriveremo a ventuno.

Chissà se lei l'abbia più riguardato, comunque.

(post scritto ascoltando Yage 2019 di The Future Sound Of London)
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Vecchio 20-04-2021, 12.18.46
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Predefinito 60708090

Max Pezzali è nato a Pavia il 14 novembre del 1967. È entrato negli anni 90 a 22 anni, da volontario della croce rossa e fattorino del negozio di fiori dei suoi genitori con il sogno di sfondare nel mondo della musica, e ne è uscito a 32 anni, con cinque album di enorme successo pubblicati con gli 883 e la reputazione di grande cantautore, quantomeno per i giovani.
Ale è nato a Catania il 23 giugno del 1979. È entrato negli anni 90 a 10 anni, da studente della scuola media Nazario Sauro di Catania, e ne è uscito a 20 anni, da studente del corso di laurea in Ingegneria Informatica dell'Università di Catania.
Io sono nato a Catania il 21 giugno del 1979. Sono entrato negli anni 90 a 3 anni, da "studente" dell'asilo Linus School di Catania, e ne sono uscito a 13 anni, da studente del liceo scientifico Boggio Lera di Catania.

Per ognuno di noi gli anni 90 sono stati molto diversi dagli altri due. Per Max sono stati gli anni in cui si è lasciato alle spalle la post-adolescenza per entrare nell'età adulta, oltretutto riscuotendo un successo enorme (e mi chiedo quanto una vita normale sia compatibile con il successo che ha avuto; lui dice di sì, io ho i miei dubbi). Per Ale sono stati gli anni della pubertà, poi dell'adolescenza e anche di uno scampolo di post-adolescenza, probabilmente. Per me sono stati gli anni dell'infanzia e al massimo della pubertà.

Eppure sono stati anni che abbiamo passato in qualche modo assieme. Io ero un bambino e quindi non avevo grandi esperienze di vita, passavo le estati con Ale e vedevo che invece lui di esperienze di vita ne aveva: usciva con gli amici (senza i genitori!), aveva qualche intrallazzo con le ragazze, insomma, una classica vita da 883. E Max Pezzali, con le sue canzoni che facevano da colonna sonora delle nostre estati (e non solo), era ancora più avanti di noi, anche se raccontava le stesse cose. Lui guidava la macchina, Ale il motorino, io al massimo andavo in bicicletta nella stradella di casa nostra.

Ecco perché leggere Max90 è stato così strano. Perché gli anni 90 che racconta non sono i miei. Innanzitutto sono "nordici", e sono quindi già per quello diversissimi dai miei. E poi sono stati vissuti a un'altra età, che per me ha coinciso con "gli anni di gesso" (cit. Eshkol Nevo) e che per lui invece è stata una specie di post-adolescenza allungatissima, un po' vittima della sindrome di Peter Pan.
Però è stato interessante, quello sì.

(post scritto ascoltando Il Dottor Djembè Live di Stefano Bollani)
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Vecchio Ieri, 01.41.09
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Predefinito ...I want to know right now what will it be...

Quando abbiamo visto le repliche su La5, a Padova, ci siamo fermati alla quarta stagione. "Non voglio più andare oltre", dissi a Grazia, che capì.

Non ero voluto andare oltre neanche la volta precedente: mia sorella aveva comprato, uno dopo l'altro, tutti i cofanetti di Dawson's Creek, e avevamo iniziato a vederli insieme. Dalla quinta stagione, però, li guardò da sola.
Non capivo perché mia sorella lo guardasse. Ha cinque anni meno di me, per certi versi apparteniamo a due generazioni diverse, e non capivo cosa c'entrasse lei con tutto quello. Lei era del giro dopo, di The O.C. Che poi, ricordo che quando uscì la pubblicità di The O.C. su Italia 1, veniva chiaramente presentato come il successore di B.H. (Beverly Hills), M.P. (Melrose Place) e D.C. (Dawson's Creek).
E però, rispetto a tutti gli altri telefilm "del giro", D.C. era l'unico che raccontava di persone normali: non alta borghesia, non figli di ricconi, insomma, gente comune. Non capivo, e non capirò mai, come la gente potesse identificarsi in Brenda o Marissa. Forse vi sarebbe piaciuto essere Brenda o Marissa, ragazze, ma alla fine il massimo a cui potevate aspirare era essere Joey Potter.

(post scritto ascoltando You Are Free di Cat Power)
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Vecchio Ieri, 22.38.17
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Predefinito poi di corsa dagli amici del bar

Ci sono questi amici, originariamente del bar, con cui ci siamo ritrovati al bar dopo traiettorie imprevedibili e con cui parliamo di tutto. Qualche mese fa era già capitato di parlare del bar, ma ieri siamo andati oltre.
Ieri siamo partiti dal parlare del bar e siamo arrivati a parlare di cos'abbiamo combinato nel bar: con chi ci siamo fatti il piedino sotto il tavolo, con chi siamo arrivati ad un passo dal baciarci, chi ci siamo portati in giro, con chi abbiamo corso il rischio di imboscarci nel vicolo dietro il bar. È stato bellissimo raccontare storie mai raccontate e sentire storie probabilmente mai raccontate. La condivisione è una cosa importantissima, la condivisione del proprio passato ancora di più. E poi è un gigantesco mettere assieme i pezzi del puzzle e provare a immaginare una "storia" di questo bar, una storia che ci racchiuda tutti, anche se siamo in pochi ad esserci.
Ma non importa, pochi ma buoni.

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