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Predefinito casammare vs. casincampagna

La prima lezione del corso di storia contemporanea iniziò con il professore Tino Vittorio che spiegò che "la storia non esiste. Esiste la storiografia, che è l'esempio delle fonti, e le fonti sono oggettive, sono quelle. Poi lo storico tiene conto di alcune e non di altre, e da lì nascono le diverse storie. Quindi esiste la storiografia ma non esiste la storia, esistono le storie. Quindi la storia che studiate è solo una delle tante storie possibili. E, ricordatevi, la storia la decidono i vincitori".
Le sue parole mi riecheggiano nelle orecchie a tredici anni da allora. Di quel corso seguii solo la prima lezione; l'orario era infausto e il corso per niente interessante. Ciononostante presi 30 con un esame che legherò per sempre ai Manic Street Preachers: feci l'orale della prima parte con nello zaino il nuovo (e per me primo ad uscire da quando avevo iniziato ad ascoltarli e adorarli) cd dei Manics, e subito dopo l'orale della seconda parte uscii dall'università e attraversai mezza città a piedi per raggiungere i miei amici al mare ascoltando ancora una volta la mia band preferita di sempre.
Le sue parole, comunque, mi riecheggiano nelle orecchie anche se a riecheggiare in questo momento è solo la musica dei The Future Sound Of London (e, proprio adesso, il bip bip del forno a microonde con cui Veronica sta riscaldando qualcosa per fare un dolce). Mi riecheggiano e mi chiedo: ha ragione? Certo che ha ragione. Io, ad esempio, ho costruito la mia storia tenendo conto di alcune fonti e non di altre. Ci sono, quindi, tante storie che non ho raccontato, magari perché le ho dimenticate, magari perché non le ho mai tenute in considerazione, ma ci sono. Una di queste è la storia di "casammare".

Se uno legge Carta Azzurra, o se uno ascolta i miei racconti, sembra che l'unico luogo in cui abbia passato le mie estati sia "casincampagna", ovvero la casa ai piedi dell'Etna con un giardino piccolo ma abbastanza grande da farcela chiamare "campagna" (a differenza della casa in città che invece è proprio in città), accanto alle case di altri zii e cugini con cui condivido il cognome (e in alcuni casi anche molto di più). Ho raccontato mille volte come "il luogo in cui è concentrata la maggior parte dei ricordi della mia vita" sia proprio quello: la casa, il giardino e le case vicine, soprattutto quella di Ale. Non ho mai saputo di preciso quando io e la mia famiglia abbiamo iniziato a passare le estati lì: io, per convenzione, ho scelto il 1992, visto che è l'anno in cui è uscito il primo disco degli 883 e l'anno successivo all'uscita di Lemmings e due anni successivi all'uscita di The Secret Of Monkey Island, che sono i ricordi più "vecchi" che ho della campagna. Quindi sì, facciamo il 1992. Abbiamo iniziato quell'anno, abbiamo finito nel 2010: poi io sono partito per Padova, mia nonna non è stata più bene e i miei non sono più andati lì per l'estate, né l'ho fatto io da solo (se non per sporadiche giornate con amici o parenti o per andare a trovare Ale, che nel frattempo si era trasferito nella sua "casincampagna").
Questo è quello che potrebbe sembrare leggendo o chiedendomi. La realtà è molto diversa.

La realtà, infatti, è che a partire dal 1992 (in questo caso l'anno è certificato dai miei genitori i miei genitori hanno preso in affitto una casa in una traversa del villaggio San Lorenzo, a qualche chilometro da Pachino, in provincia di Siracusa. Era una casa che prendeva di solito in affitto un collega di mio papà, ma quell'anno la "cedette" a noi e fu così che da quell'estate andammo lì. Per i primi anni lo facemmo per un intero mese (a volte luglio, a volte agosto), mentre successivamente lo facemmo solo per due settimane. In ogni caso si parla quasi di mezza estate, poco meno del tempo che passavamo a "casincampagna" (dove solitamente ci trasferivamo poco prima del mio compleanno e da cui tornavamo prima che iniziasse la scuola).
I primi anni, quindi, passammo quasi lo stesso tempo a "casammare" e a "casincampagna"; poi passammo più tempo nella seconda rispetto alla prima, e dopo neanche una decina d'anni - era il 2001 - comunicai ai miei che non sarei andato più con loro: sarei andato a trovarli qualche volta, magari andandoci con i miei nonni, ma per il resto del tempo sarei rimasto in campagna, apparentemente da solo ma in realtà sempre con Ale.
Quindi, ok: dal 2001 in poi ho passato quasi tutta l'estate in campagna, ma fino all'anno prima le cose non erano così nette. La domanda è: perché ho quasi rimosso "casammare", lodando sempre "casincampagna"? La risposta è semplicissima, ma bisogna raccontare cosa fosse "casammare".

"Casammare" era una villetta a un paio di centinaia di metri dal mare. Io non sapevo nuotare (avrei imparato tardino, verso i tredici anni) ma non era questo il punto. Non mi dispiaceva neanche quel posto, è che era un po', come dire, sempre uguale. Un giorno della marmotta, direi.
Ogni giorno ci alzavamo, compravamo i cornetti dal carretto che passava di mattina, qualcuno andava fino al villaggio a comprare il giornale, poi facevamo colazione e andavamo a piedi fino alla spiaggia. Restavamo lì qualche ora: mio papà a fare snorkeling, mia mamma soprattutto a nuotare o a badare ai miei fratelli, io a giocare con loro o da solo sulla spiaggia, costruendo piste per biglie o castelli di sabbia, e poi tornavamo a casa per pranzo. Mangiavamo, facevamo una pennichella e tornavamo in spiaggia, dove restavamo fino a poco prima di cena. Poi docce collettive (era all'aperto), cena e televisione fino a che non si faceva ora di andare a dormire. Gli scrittori americani chiamano questa "la vacanza nel Vermont", noi la chiamavamo "la vacanza a casammare".
Ogni giorno era uguale, con delle microscopiche eccezioni: un paio di volte a settimana andavamo dal fruttivendolo in bicicletta, e una volta a settimana fino a Pachino, il paese più vicino, a fare la spesa al supermercato. Una volta ogni due settimane circa prendevamo la macchina per andare fino alla spiaggia di Vendicari, in realtà raggiungibile anche in bicicletta (sarei dovuto diventare un po' più grande per scoprirlo), e fu proprio con la bici che mi misi ad esplorare i dintorni, prima con mio papà e poi da solo. Mi persi un paio di volte, ma il bello di perdersi quando hai un punto di riferimento gigantesco come il mare di fronte a te è che non ti perdi davvero. Una sera ogni due settimane circa andavamo a cenare a Marzamemi, un villaggio di pescatori oggi gettonatissimo che allora era solo un villaggio di pescatori.
Stop. Fine.
Non ho mai socializzato con nessuno. La mia famiglia non ha mai socializzato con nessuno. Non abbiamo mai conosciuto nessuno dei nostri vicini (se non quelli della villa accanto, con cui ci limitavamo a scambiarci un "buongiorno") né delle persone che inevitabilmente incrociavamo ogni giorno in spiaggia. Le uniche relazioni extra-familiari erano dovute a quando qualcuno veniva a trovarci e stava con noi per qualche giorno: i miei nonni, mia zia, qualche volta qualche cugino; anche Ale è venuto lì quando eravamo bambini, anche se sono sicuro che abbia sovrascritto quel ricordo con qualcos'altro capitato parecchi anni dopo. Non succedeva veramente niente più di questo.

Nel frattempo, negli stessi anni, passavamo il resto dell'estate a "casincampagna". Lì ogni giorno era uguale solo in apparenza, perché anche solo la mera interazione con gli altri zii e cugini rendeva ogni giorno diverso, e a suo modo speciale. Per questo motivo, quando ho potuto, ho smesso di andare a "casammare": non volevo rischiare di perdermi niente. Poi, vabbè, nell'autunno 2001 io e Ale siamo diventati "amici veri" e da lì la campagna si è legata soprattutto a noi, e poi agli SQUOT, e poi alle persone con cui ci sono stato, e insomma, è ovvio che alla fine abbia stravinto la campagna.

Sono tornato a "casammare" qualche volta: nel 2002 con Grazia, all'indomani della serata che ci ha legati (per sempre? Chissà, al momento di sicuro sono più di diciotto anni); nel 2005 e nel 2007 con gli SQUOT; nel 2006 con Giulia (oltre alle varie foto ho anche un video di quel giorno, l'unica occasione di risentire la sua voce dall'ultima volta in cui l'ho sentita davvero, quasi un anno dopo); nel 2007, per una serata alcolica che Ale ha raccontato un anno dopo con uno dei post più commoventi di sempre; last but not least, dal 2010, ogni estate io e Vero c'andiamo per un giorno, come una specie da promessa che ho fatto a me stesso da rinnovare. Per la cronaca, non andiamo proprio a "casammare" bensì a Vendicari, ma insomma, siamo lì.

Ecco, tutto qui. A parità di tempo (ammesso che sia parità di tempo), come si può paragonare la vita vissuta in campagna con il nulla, o quasi, vissuto al mare?
E poi a me il mare non piace.
A me mi piace la montagna (cit.).

(post scritto ascoltando My Kingdom Re-Imagined di The Future Sound Of London)
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Vecchio 22-02-2021, 22.16.56
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Predefinito the curse of

A sette anni dall'ultima volta, sto completando di nuovo l'intera saga di Monkey Island. Ieri sera ho finito The Curse Of Monkey Island, cioè il terzo gioco.

Quando è uscita la notizia dell'uscita di Monkey Island 3, nell'estate del 1997, immagino che il mondo sia saltato per aria. L'ultimo gioco era uscito cinque anni prima, nel frattempo Ron Gilbert ("il creatore", cit.) aveva lasciato la LucasArts, e insomma, sembrava impossibile un nuovo gioco. Il mondo sarà anche saltato per aria, a me invece sembrava quasi scontato. Avevo ritrovato il primo Monkey Island, dopo anni di vuoto, all'inizio dell'anno scolastico appena concluso; per la fine dello stesso anno scolastico mi avevano regalato il 2, e adesso, un mese dopo, arrivava la notizia del 3! Sarebbe stato il mio regalo di Natale, come infatti fu.

I primi ricordi di quel gioco, forse addirittura il primissimo, sono a casa di mio cugino Luigi, col quale cercavamo di andare avanti ma non eravamo in grado. Per il resto, invece, c'ho giocato tantissimo con mio fratello. Ma proprio tanto! Credo sia l'unico Monkey Island che lui conosce a memoria, mentre io li conosco tutti a memoria. Giocare a questo, però, mi ha ricordato delle nostre scorribande per i caraibi e di frasi che a distanza di ventitré anni citiamo ancora, davvero troppe per citarle. Credo sia anche l'unico Monkey Island a cui abbia giocato autonomamente, senza di me.

Poi c'è una foto che mi ritrae mentre ci gioco con Grazia, a casa sua, nei primissimi giorni del 2003.

Per il resto, c'è sempre quella sensazione di posti che non esistono e che porto dentro di me. Mai come il primo Monkey Island, d'accordo, ma anche questo è un gioco splendido.

(post scritto ascoltando Eat The Phikis degli Elio E Le Storie Tese)
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Vecchio 23-02-2021, 20.21.15
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Predefinito La Storia dell'Altro

...perché in fondo credo che la vita ci condurrà, a un certo punto, al silenzio.

La distanza tra me e alcuni altri aumenta, ed ho un bel ripetermi che è perché a differenza di altri io mi metto in discussione.

(Momenti di Pandemico ottimismo.)

No, la verità è, temo, che io sono sopravvissuto a me stesso. Dove molti si fermano, io continuo a cercare...e non è detto sia perché sono migliore.

Pensavo al libro di Alexander Langer, a cosa scriverebbe la mia collega sulla pagina a fronte di quella scritta da me? Potrebbe scrivere ad esempio che la mia entrata in questo lavoro sarebbe potuta essere ancora peggiore (vero: se lei fosse stata dura come è oggi, avrei mollato). Potrebbe scrivere che si è sentita tradita da me come amico: il suo chiedermi costantemente di più sul lavoro è eticamente corretto, e proporzionato alla fiducia che ha in me (possibile: ma io in compenso non reggo). Potrebbe scrivere, infine, che si aspettava qualcosa di più da me come uomo...questo spero non sia vero, in ogni caso non lo scrivebbe.

Ma cosa scriverebbe, invece, Andrea? Probabilmente che sono egoista, e che l'ho ferita. È successo, però proprio lei è una che non si è mai domandata una volta nella vita che provassero gli altri ("La musica è la tua ossessione", mi disse).
La vera domanda è cosa scriverebbero di me le ex morose. Ogni tanto ho l'impressione di aver lasciato ferite profonde, e per quanto sia sempre più convinto che ognuno di noi debba essere capace di risolvere i propri casini...cionondimeno ogni tanto penso che io ho interrotto non una, ma due relazioni durature. Ecco dove penso di essere sopravvissuto a me stesso.
Ma per quanto mi dispiaccia di come sono andate le cose, non sarei mai stato in grado di trasformarle in due storie felici. Forse oggi, forse no.
Ma all'epoca non avevo questa capacità. Mi sarei potuto senz'altro fermare, ma non sarei diventato migliore. Non sarei mai stato un buon marito, e per ovviare al problema non sono mai stato un marito.

Però, razzo, ho attraversato l'Inghilterra a piedi, dopo. Ho sviluppato un'abilità alpinistica che, finché tiene il fisico, mi porterà lontano.
Scrivo, suono (malamente) due strumenti. Dieci anni fa non era così.

Perciò un giorno forse apprezzerò la "traduzione" sulla pagina a fronte, come nel libro di Langer. Forse si placheranno in me i conflitti. Forse capirò gli altri punti di vista...

...fino a quel momento, Andrea, tu per me rimani la stronza egoista che voleva avere me come autista, ma un altro partner...e la mia collega è quella che non mi dice più nemmeno "buongiorno".
Un giorno sarà diverso, forse. Oggi devo sopravvivere.
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Vecchio 23-02-2021, 22.00.32
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Predefinito i daft punk sono morti, viva i daft punk?

Ieri, e un po' anche oggi, i social sono stati invasi dalle reazioni alla notizia dello scioglimento dei Daft Punk.
Ho un po' di cose da dire.

La prima: io non sono un fan dei Daft Punk. Conosco qualche loro canzone (una, forse la più famosa, Get Lucky, mi piace parecchio) ma non credo che "il popolo" ne conosca tante di più. Eppure tutti erano pronti a stracciarsi le vesti in piazza. Capita ogni volta che muore qualcuno di famoso, capita quando si scioglie qualche gruppo, non pensavo potesse capitare per i Daft Punk. In alcuni casi il "cordoglio" ci sta (se ti piacevano hai tutto il diritto di dispiacerti), ma per chi li conosce appena, boh, secondo me è un po' troppo. Mi incazzo anche se non mi piacevano, figuriamoci se mi fossero piaciuti!
La seconda, però, è che almeno è un cordoglio sensato. Cioè, i Daft Punk si sono sciolti, quindi smettono di fare musica (almeno in duo: magari faranno qualcosa da soli, ma non più insieme). Ecco, qui ci sta. Quello di cui mi lamento, invece, è il cordoglio social di quando muore qualcuno che era comunque ormai lontano da quello che faceva. Può dispiacere umanamente, per il morto, per la sua famiglia, per i suoi amici, ma i fan dell'artista dovrebbero restare legati all'artista e alla sua arte, secondo me, non alla persona. Non è il caso dei Daft Punk (che non sono "morti"), ma è il caso di un sacco di altri artisti, spariti da anni, magari ufficialmente ritirati, magari anche ormai incapaci di intendere e di volere, chissà. Insomma, muore uno e tutti a disperarsi. È una cosa che odio. L'artista muore quando smette di fare arte, secondo me. Quando poi la persona-artista lascia il mondo terreno (per me non va da nessun'altra parte, ma lasciamole il beneficio del dubbio), al fan non dovrebbe importare più.

L'esempio perfetto, per me, è (anzi sono) gli Elio E Le Storie Tese. Si sono sciolti quasi tre anni fa, con delle modalità discutibili e con mille punti interrogativi ancora aperti, ma non importa. Si sono sciolti, hanno detto "non suoneremo più insieme e non pubblicheremo più altri dischi". Ecco, per me è come se fossero "morti". Li sto ascoltando in quest'istante, e davvero, provo una grande tristezza sapendo che "non ci saranno più". Certo, la loro musica resta, per fortuna, ma mi spiace un sacco sapere che non ci saranno più dischi (e che non si rompa con la questione del calo di qualità: l'ultimo album è me-ra-vi-glio-so) e che non potrò più vederli dal vivo. Più la prima che la seconda, in realtà: dopo dieci concerti mi sarei accontentato, ma avrei sempre fame di loro musica (loro). E invece no, si sono sciolti. Li ho visti un'ultima volta dal vivo, sono riuscito a "salutarli", basta.
Un giorno moriranno, moriranno davvero, intendo, ma ecco, lì non dirò "è finita la mia [inserire fase della propria vita]"; dirò "quella era finita quando si sono sciolti". È stato in quel momento che ho provato una profonda tristezza; anzi, in quel momento e in tutti quelli venuti dopo in cui li ho ascoltati, anche adesso. Mi dispiace, ma "così vanno le cose, così devono andare" (cit.).

(post scritto ascoltando Tutti Gli Uomini Del Deficiente O.S.T. degli Elio E Le Storie Tese)
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Vecchio 25-02-2021, 02.54.02
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Predefinito this is the day

Eccolo.
Doveva arrivare ed è arrivato.

Ogni anno deve arrivare questo giorno, "il primo giorno in cui si sente che l'estate arriverà", ed è un giorno che mi mette una malinconia incredibile.
Pensavo di scrivere un post lunghissimo per raccontarlo, ma poi mi sono ricordato che l'avevo già scritto qui. Il forumista Jayflower mi diede una reputazione negativa scrivendo che scrivo sempre le stesse cose, cioè che sono triste sempre per gli stessi motivi, come l'estate che arriva.

Lo scriveva sei anni fa.
Avrebbe potuto scriverlo ogni anno.
Oggi è stato quel giorno là: diciotto gradi, sole, l'ufficio più freddo dell'aria aperta, e quella sensazione che non sparirà mai, neanche tra mille estati.
Non ho scelto io di starci male.

(post scritto ascoltando Grazie Per La Splendida Serata CD2 degli Elio E Le Storie Tese)
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Vecchio 25-02-2021, 18.47.05
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Predefinito la nave di Teseo, di nuovo

Oggi è ancora peggio di ieri.
In teoria dovrebbe essere meglio perché non è più "il primo giorno", e insomma, piano piano dovrei abituarmi, il malessere e il malumore di solito vanno via dopo qualche giorno (altrimenti durerebbero parecchi mesi, e sarebbe impossibile vivere); contemporaneamente, però, fa più caldo di ieri, c'è più sole di ieri e, più in generale, c'è più "aria d'estate" di ieri.
Quindi è ancora peggio di ieri.

Potrei raccontare della questione della "somma delle estati precedenti", ma rischierei di rovinarmi ancora di più l'umore, quindi magari lo farò più avanti. Così, ho pensato, magari racconto della nave di Teseo, cioè del fatto che i miei cambiamenti, quelli che ci sono, non evitano che io rimanga me stesso, probabilmente perché sono più i punti fermi rispetto ai punti "in movimento". Avevo già intitolato un post "la nave di Teseo", un paio di mesi fa, ma lì sfioravo solo la punta dell'iceberg.

Ci sono delle cose che fanno parte di me da sempre, e che sono sopravvissute a tutto quello che mi è successo e che ho fatto nella mia vita.

Quando sono da solo e non sto facendo niente che richieda l'uso del cervello (lavorare, leggere, giocare ai videogiochi) parlo da solo, a bassa voce, e mi racconto le cose che sono successe, elaboro le mie teorie, eccetera. Una specie di Carta Azzurra orale e molto più "ingombrante".
Voglio molto bene alla mia famiglia d'origine.
C'è sempre un'amica a cui voglio molto bene ma con cui non ci sono rischi di fraintendimento e/o promiscuità.
Mi metto le dita nel naso.
Mi mangio le unghie delle mani, ma solo quando sono lunghe, per tagliarle.
Ho un bisogno spasmodico di catalogare lo scibile umano, o almeno il mio: appiccico etichette mentali, riordino tutto in cassetti mentali.
Proprio per questo motivo, all'incontrario, al di fuori di me sono disordinatissimo: la mia scrivania è un casino, il mio armadio è un casino. Solo la biblioteca e la discoteca resistono in ordine alfabetico, perché lì è più facile seguire la catalogazione mentale.
Provo una gigantesca malinconia nel pensare a tutto quello che non c'è più nella mia vita.
Sogno tantissimo, ricordo i sogni e al mio risveglio mi diverto a collegare ogni elemento del sogno con il motivo per cui albergava nel mio inconscio.
Mi emoziono tantissimo ascoltando musica, leggendo, giocando ai videogiochi.
Mi piace andare in bicicletta.
Tifo Inter.
Il mio luogo preferito dell'universo è la mia casa in campagna.

Questo è quello che mi è venuto in mente. Ci saranno altre mille cose, di sicuro, ma mi sono tenuto il più vago possibile, evitando nomi di persone.
Manca Veronica, certo. Ma Veronica, per quanto sia l'albero maestro della mia nave, è un albero maestro che è arrivato dopo. Ad un certo punto. Certo, adesso mi guardo indietro e vedo che c'è da tantissimo, ma non c'è da sempre. C'è stato un me stesso anche prima di lei. Ma ora c'è lei, ed è bellissimo.

Sono sempre io.

(post scritto ascoltando Grazie Per La Splendida Serata CD3 degli Elio E Le Storie Tese)
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Predefinito the future sound of mushroom

Non sarà la chiusura di un cerchio (ci sono cerchi che non voglio chiudere, e questo è uno di essi) ma ci somiglia tanto, e comunque è un po' un "tornare lì", cioè ai videogiochi.
Ho conosciuto i The Future Sound Of London perché il remix fatto dagli Hybrid della loro Papua New Guinea è il primo pezzo della colonna sonora di Wipeout Fusion, a cui ho giocato con Ale dal 2003 al 2008 e poi, quando dal 2010 siamo passati a Wipeout HD, abbiamo continuato ad usare la colonna sonora del vecchio gioco.
Ho approfondito i The Future Sound Of London con i miei mesi Bruxellesi, e ci sono ancora diversi segnalibri musicali che portano lì, a distanza di sette anni.
Ho condiviso i The Future Sound Of London, oltre che con Ale (ascoltare Papua New Guinea mi teletrasporta davvero) e con Bruxelles, con "la fantascienza". Ho sempre pensato che la loro musica fosse perfetta come colonna sonora di un film di fantascienza, ma non fantascienza "d'azione" o "futuristica", più che altro fantascienza "naturalista"; così, quando ho letto la Trilogia Dell'Area X di Jeff Vandermeer mi è venuto automatico farlo con la loro musica come colonna sonora, e lo stesso è successo quando l'ho riletta.
E adesso mi sono deciso a giocare seriamente a Mushroom 11, un videogioco uscito qualche anno fa, ambientato in un mondo post-apocalittico invaso da funghi e altre strane forme di vita, mentre gli umani sono scomparsi (l'Area X?), e in cui la colonna sonora è tutta dei The Future Sound Of London. Sono tutti pezzi già editi, e forse questo amplifica la sensazione di "sentirmi a casa", anche in un mondo in cui non ci sono più case, o se ci sono la natura ha preso il sopravvento su di esse.

Che meraviglia, tutto questo.

(post scritto ascoltando Mephisto Ballad di Aiazzi/Maroccolo)
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Predefinito l'ultimo concerto

Sabato sera, poco prima delle nove, ho acceso il pc, l'ho collegato alla televisione e sono andato sul sito dell'ultimo concerto, su cui c'era un conto alla rovescia che sarebbe finito proprio alle nove.
Sapevo già che, tra i diversi concerti registrati per l'occasione, io e Vero avremmo visto quello dei Subsonica, semplicemente perché è l'unico artista che piace ad entrambi tra quelli che si sarebbero esibiti; fossi stato da solo probabilmente avrei visto il concerto di Giorgio Canali, più che altro perché ho iniziato ad ascoltarlo quest'anno e mi sta piacendo parecchio. O chissà, magari avrei dato un'opportunità ai Marlene Kuntz anche senza Gianni Maroccolo, per capire se il loro unico disco dal vivo mi piace così tanto perché c'era lui al basso o per i ricordi a cui l'ho legato o, magari, perché è bellissimo e basta. Ci sarebbe stato anche Brunori Sas, ma l'ultimo disco non mi è piaciuto proprio, e forse un po' mi sono allontanato. Ma insomma, sarebbe toccato ai Subsonica.
Alle nove in punto, come facilmente immaginabile, il sito è collassato. Me l'aspettavo, così ho aspettato qualche minuto e nel frattempo ho spiegato a Vero di cosa si trattava: "hanno registrato dei concerti nei locali vuoti per sensibilizzare il pubblico". Bella idea, davvero. La pagina si è aperta, ho cercato i Subsonica e ho cliccato sul link al loro concerto. È partito un video: loro che scelgono la scaletta, un piano sequenza del locale vuoto, il palco illuminato, il palco che si spegne. Poi una scritta: non ci sarebbe stato nessun concerto, proprio perché i concerti non si possono fare. Mi sono bloccato per un attimo, poi mi sono alzato e ho applaudito. Non m'importava se i miei programmi per la sera sarebbero cambiati, no: ho apprezzato tantissimo le modalità della protesta. Poi, detto tra me e me, capisco la protesta ma è inevitabile che sia tutto chiuso, almeno adesso; magari riapriranno i teatri col distanziamento, ma i locali in cui si sta in piedi tutti appiccicati chissà quando riapriranno. Ma insomma, ho apprezzato molto l'idea, e ho apprezzato anche il fatto che non fosse minimamente trapelato niente sul fatto che "non era vero", nonostante tutti gli artisti, tutti i gestori dei locali e tutti quelli coinvolti nell'organizzazione sapevano tutto. Un fantastico gioco del silenzio, rilanciato ogni giorno sui social con "mi raccomando, tutti lì, sabato sera". C'ero anch'io sabato sera, e ho applaudito (non applaudivo ad uno schermo televisivo dalla prima esibizione sanremese de La Canzone Mononota degli Elio E Le Storie Tese, ma quella è decisamente un'altra storia).
Poi, per scrupolo, sono andato a dare un'occhiata alle reazioni social.

Gente imbufalita. Gente che si lamenta perché aveva annullato una cena per questo concerto. Gente che si lamenta perché aveva lasciato i figli dalla suocera per questo concerto. Gente che si lamenta perché si è sentita presa in giro. Gente che si lamenta perché non sono i fan i destinatari della protesta, sono le istituzioni, e quindi, perché prendere in giro i fan?

Ecco, io a quest'ultima cosa c'ho pensato, e ho pensato che il ragionamento è sbagliatissimo. Se un fan si lamenta perché gli era stato detto che ci sarebbe stato un concerto online gratis, e poi si scopre che non ci sarebbe stato nessun concerto, è un problema. È un problema perché il fan non può dare per scontato che qualcuno faccia un concerto gratis. Cioè, già la musica è gratis (o quasi), se poi vogliamo anche i concerti gratis è la fine. Che poi, concerti? I concerti in streaming (o in dvd, e io ne possiedo parecchi) sono ovviamente un surrogato dell'esperienza dal vivo. A me piacciono perché comunque ci sono gruppi che non potrei mai vedere dal vivo, o comunque non quando voglio, e quindi ben vengano i concerti registrati. Ma imbufalirsi? Sentirsi presi in giro?
Ho letto un articolo molto interessante stamattina, che diceva che "se diamo per scontato che gli artisti debbano fare concerti gratis, allora non è tanto sbagliato quello che diceva Conte quando ha parlato degli artisti come quelli che ci fanno divertire". Sacrosanto.

La protesta ha fatto rumore. Non avrebbe mai fatto lo stesso rumore se i concerti si fossero svolti per davvero, ed è giusto così. Io, da parte mia, non mi sono sentito minimamente preso in giro, anzi, ho solidarizzato. Poi, in un sabato sera uguale a tutti gli altri sabati sera dell'ultimo anno, abbiamo guardato un film. Niente concerto dei Subsonica, ma per quello ho almeno un paio di dvd, e chissà, prima o poi potremmo anche guardarceli.

(post scritto ascoltando My Kingdom Re-Imagined di The Future Sound Of London)
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Predefinito a volte ritornano

Sabato mattina sono andato a fare un giro in bici con Franz.
Non è banale: per quanto accadesse molto di frequente tra il 2013 e il 2015, con due scalate epiche del Grappa nel 2014 e nel 2015, dopo non è più successo. Nel 2016 non è successo perché era preso dai preparativi del matrimonio, e poi è scoppiata la crisi (probabilmente finita) e quindi non c'è più stata occasione. Abbiamo abitato insieme fino al 2019, e lui mi vedeva uscire in bici ogni settimana, ma non mi ha mai detto "dai, vengo anch'io". Aveva i suoi demoni da combattere, e ci sta.
Adesso i suoi demoni deve averli sconfitti, o forse più semplicemente a luglio diventerà papà e avrà meno tempo per farlo, così qualche settimana fa mi ha mandato un messaggio: "ci iscriviamo alla Marcialonga della val di Fiemme?". Me l'ha chiesto così, dal nulla, pur sentendoci quasi ogni giorno (all'interno del nostro gruppo di nerd). Me l'ha chiesto e io, pur essendo un po' scettico vista la difficoltà del percorso (sarebbe il giro con più dislivello della mia vita), ho prontamente accettato. "Però dobbiamo allenarci", ovvio.
Io non avevo mai smesso. Anzi, negli ultimi anni ho compiuto alcune tra le mie imprese ciclistiche più straordinarie, e non c'è stato un anno senza averne fatta almeno una (con l'eccezione del 2020, ma è stata un'estate un po' diversa per tutti, immagino). Lui ha smesso e ha ripreso solo di recente, e s'è visto: sabato mattina, con un tempo splendido, abbiamo fatto una salita relativamente tranquilla che l'ha visto arrancare mentre io ero tranquillissimo. E dire che qualche anno fa ero io a faticare più di lui! Ma va bene, abbiamo ancora tre mesi e poi si vedrà.

Abbiamo chiacchierato un po' del più e del meno, di paternità, di librerie, di operazioni agli occhi e, inevitabilmente, di vaccini e tutto quello che ruota intorno all'argomento più monopolizzante di sempre (dai, persino qualche giorno dopo l'11 settembre abbiamo smesso di citare le torri gemelle in ogni discorso). È stato piacevole e ci siamo già dati appuntamento a sabato prossimo.

(post scritto ascoltando Mephisto Ballad di Aiazzi/Maroccolo)
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Predefinito dirty little secret

Se dovessi rispondere alla domanda "quali muse sono state più significative per te?" probabilmente non mi ricorderei di Sarah, perché non lo è stata; per contro, però, quando mi ricordo di lei entro in un loop. Mi commuove, davvero.
Qualche giorno fa ho cercato di lei, per vedere che fine avesse fatto. Era da un po' che non sentivo parlare di lei, ma non mi sarei aspettato di trovare informazioni del genere.

Sarah ha aperto una raccolta fondi per aiutarla a sostenere le spese per curarsi. Ha raccontato nel dettaglio (fin troppo, per me che sono impressionabile) tutto quello che ha passato: è convinta di aver avuto il covid a gennaio del 2020, quando ancora non era rintracciabile (almeno non negli USA), e questo le ha aggravato una colite ulcerosa che aveva sin dall'età di diciott'anni. Da lì è stato un lento degradarsi del suo corpo, e ciononostante ha continuato a fare live (a pagamento) da casa, l'unica cosa che potesse fare. Poi, a dicembre, è stata ricoverata per ulteriori peggioramenti, e insomma, la sua vita è letteralmente appesa ad un filo. È lucidissima e racconta tutto nei dettagli, ma è sfinita, fisicamente ma anche psicologicamente. Gli Stati Uniti non sono un buon posto in cui stare male: deve pagare diverse decine di migliaia di dollari anche solo per essere ammessa in ospedale per provare qualche cura. La situazione è abbastanza disperata e lei lo sa, ma non ha alternative. Sinceramente non so quanto le resti: lei cerca di aggiornare i suoi fan, ma la vedo buia.

Tutto questo mi ha provocato una tristezza incredibile. Un po' di rabbia anche per il sistema sanitario americano (guai a chi si lamenta di quello italiano!), ma soprattutto tristezza. È vero, è da qualche anno che ormai era inattiva sul fronte artistico, e quindi dovrei essere fedele ai miei propositi (ribaditi anche pochi post fa) e ribadire che un artista muore quando smette di fare arte, ed è il che il fan dovrebbe intristirsi; quando morirà davvero morirà l'uomo (o la donna, insomma), ma il vero momento in cui l'artista ha smesso di dare qualcosa al mondo è stato quando ha smesso di fare arte, per quanto ovviamente la sua arte riecheggerà per l'eternità.
Insomma, dovrei essere fedele ai miei propositi, ma leggere un resoconto quasi giorno per giorno è stato davvero forte. Mi rendo conto che sia l'unico modo per "smuovere" i fan a sganciare qualcosa, però, davvero, è tutto molto triste.

Mi viene in mente Dirty Little Secret di Sarah McLachlan, e quel suo ultimo verso che spero non si avveri:
I am willing to give up this fight

(post scritto ascoltando Arrivedorci CD1 degli Elio E Le Storie Tese)
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Vecchio 03-03-2021, 22.23.51
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Predefinito alzheimer

Più che Carta azzurra sembra essere Carta croce azzurra, ma è un periodo un po' così. Stavolta, recente, la diagnosi probabilmente definitiva dell'Alzheimer che ha colpito un mio zio. Non uno a caso (anche se nessuno di loro sarebbe "a caso"): ha colpito una specie di essere mitologico, uno dei personaggi preferiti delle imitazioni che io e Ale facciamo da oltre vent'anni. L'hanno visto strano al matrimonio del suo figlio maggiore (altro grandissimo personaggio delle nostre imitazioni) un anno e mezzo fa, io l'ho visto la scorsa estate e mi sembrava un po' "stonato", ma adesso pare che la situazione sia peggiorata. È un modo fastidiosissimo di invecchiare, chissà, forse anche più di una malattia "fisica". Non so fare classifiche, so solo che tutto questo mi sembra terribile e mia mamma inizia a sospettare che, dopo la donna e ormai due dei suoi figli, la cosa sia ufficialmente ereditaria e che quindi in qualche modo debba toccare anche mio papà. Non so.
Certo che neanche a settant'anni è una brutta cosa. Lo sarebbe comunque, ma così a maggior ragione. C'era stata mia nonna, sì, ma lì era un po' mescolata da "semplice" demenza senile. E c'era stato uno zio di mia mamma, uno che non sa di essere finito anche nel mio romanzo come ispirazione principale per il padre del protagonista (e suo figlio è finito nello stesso romanzo come parzialissima ispirazione per il protagonista). Però, ecco, lo zio Turi no. Fa davvero impressione pensarci.

(post scritto ascoltando Venti di Giorgio Canali & Rossofuoco)
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