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  #1  
Vecchio 16-04-2005, 19.34.09
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Predefinito Oggi su Repubblica...

Vi segnalo una bella intervista (pagina intera) a Giovanni Allevi su Repubblica di oggi.

Saluti a tutti

Enzo
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  #2  
Vecchio 21-04-2005, 18.06.20
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angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!angelo reputazione Stellare !!!
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Nessuno che ha il giornale ? Nessuno che lo puo' copiare ? Io ho provato anche in biblioteca, ma l'unica Repubblica che manca e' proprio quella di Sabato !

angelo
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come un seme di futuro arrivato dal passato
come l'amore che nasce
come l'amore che muore

come un sogno che c'è stato che ci sta ci starà ancora
come il sole che lavora anche se la notte è buia
come voce dentro a un coro di alleluja alleluja


Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

03.10.2002

"Ricordatevi: le canzoni sono migliori di chi le fa"(Maggio 1999)

12.12.2002

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  #3  
Vecchio 21-04-2005, 18.17.09
Ilenia Ilenia non è connesso
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Tranquillo Angelo...ora non posso, non ho il giornale a portata di mano, ma al massimo sabato ti copio o invio in qualche modo tutto, ok?
Buona giornata!
Ilenia
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  #4  
Vecchio 21-04-2005, 18.18.26
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ed ecco all'orizzonte un nuovo matrimonio "forumistico"
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  #5  
Vecchio 23-04-2005, 17.53.05
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Da pagina 51 de La Repubblica di sabato 16 aprile 2005:

Giovanni Allevi : “Il mio piano ha conquistato il Blue Note”
Tra classica e jazz, il musicista italiano ha trionfato a New York. E ora pubblica il suo terzo disco, “No concept”

MILANO – “Ho 36 anni, sono ancora giovane, sono abituato alle lunghe distanze. La mia passione per la musica è travolgente, il successo può attendere”, dice Giovanni Allevi mentre suona tasti invisibili. E’ tenero come il silenzioso Schroeder di Charlie Brown, con i lunghi riccioli che gli ballano davanti agli occhiali e assecondano i movimenti del pianista che cerca di rubare allo strumento i suoni migliori. In assenza di pianoforte, con le lunghe dita tormenta il tavolo con scale indecifrabili mentre racconta gli ultimi mesi della sua complessa e avvincente storia di concertista: il trionfo newyorkese con due spettacoli sold out al Blue Note, l’entusiasmo dei giapponesi, le sei etichette discografiche che si sono contese il suo terzo disco, No concept (Ed. Bmg/Ricordi), in uscita il 20 maggio. La sua musica è appassionata, deve molto alla musica classica, un po’ anche al jazz, ma ha il terrore di essere etichettata come contemporanea.
Allevi, figlio di una cantante lirica e di un clarinettista di Ascoli Piceno, vive da anni a Milano. Jovanotti gli diede l’opportunità di pubblicare due dischi (13 dita nel ’97 e Composizioni nel 2003), ma per artisti come lui la popolarità non arriva di colpo come per una boy band. “Da allora per tirare avanti ho fatto di tutto, anche il cameriere. Ancora adesso mi alzo alle cinque del mattino per raggiungere la scuola di provincia dove faccio il supplente”. Le sue giornate saranno presto scandite da ritmi diversi. Tutti lo vogliono: a Hong Kong, a Tokyo, al Politeama di Palermo, dove il 29 e il 30 aprile eseguirà con l’orchestra una composizione inedita, Foglie di Beslan. E nel paese di Leopardi, dove a luglio, nel corso di un concerto sul Colle dell’Infinito, gli verrà consegnato il premio RecanatiForever.
La sua storia d’amore con il pianoforte è più avvincente di Cime tempestose. “Ho iniziato a quattro anni, da autodidatta. In casa c’era un pianoforte, ma era chiuso a chiave. Mio padre non voleva che studiassi musica: percorso in salita, irto di difficoltà, scarse soddisfazioni economiche. Scoprii presto dove nascondevano la chiave , e ogni volta che restavo da solo entravo nella stanza delle meraviglie. Il pianoforte era per me come un enorme barattolo di marmellata nel quale affondare le dita. Lo aprivo e improvvisavo. Mettevo dischi di musica classica e imparavo a suonarli. Ascoltavo ogni giorno la Turandot di Puccini, tre ore di opera. Questi incontri segreti tra me e il pianoforte sono andati avanti per quattro anni. Oggi, davanti a un pianoforte, ricerco costantemente la gioia e la libertà che provavo in quegli anni”.
Quando venne allo scoperto?
“Durante una recita scolastica. Alla presenza dei miei genitori allibiti, decisi di suonare un Preludio di Chopin arrangiato da me. A quel punto si convinsero che avrei dovuto senz’altro studiare pianoforte”.
Come fu il passaggio da quel periodo di torrenziale, precoce e clandestina libertà creativa alla disciplina dell’accademia?
“Trovarmi di fronte a uno spartito fu un trauma, anche se quel rigore e quel metodo mi hanno formato. Lo ammetto: ho sempre condotto una doppia vita. Davo all’accademia quel che voleva da me e in un cassetto della memoria serbavo gelosamente il mio modo di vedere la musica, romantico, appassionato, comunicativo”.
Intuiva che tipo di musicista voleva essere o sarebbe diventato?
“Assolutamente no. La mia storia di compositore contemporaneo è iniziata a 28 anni, fino a quel momento io sono stato chiuso in casa, intrappolato nella maglie dell’accademia. Poi, complice Saturnino, bassista di Jovanotti e ascolano come me, feci arrivare una cassetta a Lorenzo. Fino a quel momento per me il jazz era tabù”.
Le pesava il suo isolamento?
“Sì, ma oggi mi rendo conto che gli devo l’originalità del mio linguaggio. Se avessi conosciuto Keith Jarrett prima, ne sarei stato sedotto e condizionato. Aver conservato la mia matrice classica, accademica, europea, il mio amore per Bach, Chopin e Beethoven, mi ha preservato dal rischio di diventare un clone”.
I suoi coetanei come la prendevano? I ragazzi ascoltano il rock.
“Mi evitavano. Ero il classico secchione, occhiali, bruttino, quello che nessuno invitava alle feste. Inoltre, una timidezza cronica acuiva le mie insicurezze. Così, per compensare, sviluppai un fortissimo senso di autocritica (non avevo ancora capito: non è suonare bene tutte le note che fa la differenza, ma avere un’intenzione travolgente). Poi però mi sono preso la rivincita: il giorno dopo aver fatto l’esame di diploma di composizione al Conservatorio di Milano, coronamento di venti anni di studio, sono entrato nell’universo Jovanotti. Lorenzo era quello che diceva “E’ qui la festa?” e io, che alle feste non ero mai invitato, mi sono improvvisamente trovato nel cuore della ritualità giovanile”.
Fino a quel momento aveva ascoltato soltanto musica classica?
“Sì, Rachmaninov, Ravel, i grandi sinfonisti come Mahler e Bruckner, una passione folle per il Tristano e Isotta di Wagner. Poi la folgorazione: la Elektric Band di Chick Corea, primo contatto con il jazz. E fu subito chiaro che l’amore travolgente e totale per il pianoforte si esaltava nel momento in cui suonavo la mia musica. Pensai: Pollini, Richter, Rubinstein e Ashkenazy hanno dato il massimo, meglio abbandonare la partitura per seguire la passione”.
Venti anni di studi musicali, e ha trovato anche il tempo per una laurea in filosofia.
“L’università fu il mio periodo di abbandono, il momento di andare a briglie sciolte, l’epoca in cui conquistai l’accettazione e l’interesse dei miei coetanei. All’università uscì allo scoperto il Giovanni ribelle, quello che reagiva ai messaggi frustranti degli insegnanti dell’accademia: non c’è niente da scrivere perché tutto è già stato scritto, dicevano alle lezioni di composizione. Nell’ambiente spensierato e goliardico dell’università, la mia creatività esplose”.
Perché filosofia?
“Per me significava il riscatto, l’indipendenza intellettuale che mi consentiva di oppormi all’accademismo che mia aveva strangolato. Avevo bisogno di andare oltre le regole. Abbracciai con sfrenato entusiasmo la ubis greca, la voglia che l’uomo ha di andare contro tutto e tutti, anche contro gli dei. Avevo assorbito troppo, volevo uscire allo scoperto finalmente dare”.
L’incontro con il pop ha cambiato le sue prospettive?
“Per la prima volta mi sentii un ragazzo come gli altri. Jovanotti mi fece aprire i suoi concerti con mezz’ora di pianoforte solo. Esprimevo il mio mondo senza compromessi, davanti a ventimila persone. Pensavo a Liszt che entrava nella sala da concerto, passava in mezzo al pubblico, gettava il mantello e si sedeva al pianoforte: il mio idolo, la prima rock star della storia. I ragazzi capirono, non volava una mosca mentre suonavo”.
Due dischi prodotti da Jovanotti, nel 2003 grande successo nei club di Milano, poi la decisione di puntare su New York.
“Sì, l’estate dopo andai a vivere a Harem, per cambiare aria e cercare un contatto autentico con la gente. Chiamai il Blue Note, per un colpo di fortuna rispose Steven Bensusan, il proprietario, che mi invitò per un’audizione. Era l’8 agosto 2004. Si entusiasmò e mi scritturò per due concerti, il 6 marzo 2005. Per più di sei mesi ho vissuto con in testa il mio sogno americano”.
Ce l’ha un po’ su con quest’Italia pigra che si è accorta di lei così in ritardo?
“No, tutto è nato qui e voglio che il centro dei miei progetti rimanga Milano. Siamo pronti per un nuovo Rinascimento italiano dove l’artista, un po’ filosofo, un po’ inventore, un po’ folle, esce dalla torre d’avorio per avvicinarsi al sentire comune”.

GIUSEPPE VIDETTI
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  #6  
Vecchio 23-04-2005, 17.54.04
Ilenia Ilenia non è connesso
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Ilenia è sulla buona strada
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Purtroppo non sono riuscita a dargli una veste grafica migliore, quella che meriterebbe.
Scusatemi!
Ilenia
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