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Vecchio 14-01-2020, 22.16.25
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Predefinito emergency on planet squot

Oggi è il compleanno di Martino, che compie 35 anni. Tra pochi mesi diventerà papà, come mi ha detto l'ultima volta che ci siamo visti. L'ha detto a me e Vero perché siamo andati a fare colazione insieme, una mattina di fine dicembre. L'ha detto a noi ma non l'ha detto agli altri SQUOT, visto che nessuno l'ha più visto dopo il loro matrimonio, ormai due anni e mezzo fa.

È inutile nascondersi dietro un dito: la causa di tutto questo è "lei". Il punto è: è una causa diretta o indiretta?
Mi spiego meglio. Da quando lei è entrata nella sua vita, lui è stato molto meno presente. E va bene, può starci. Poi, però, sono iniziate a subentrare le cose. Lei ha parlato male più o meno di tutti (è incredibile che gli unici con cui non accada sembriamo essere io e Vero), tutti parlano malissimo di lei e di conseguenza non si sono sforzati troppo per vedersi. Adesso, in effetti, è troppo tardi.
E io c'ho provato, per anni: ogni volta che ci troviamo tutti quanti (capita di rado per mille motivi, ovviamente) io provo ad invitarlo, ma lui declina. Nel gruppo WhatsApp declina con una scusa qualsiasi, poi in privato mi dice che non gli va. Non so se insisterò, la prossima volta. Dubito, anzi: il fatto che non abbia comunicato a nessuno la sua futura paternità mi fa pensare che sia finita là.

Mi spiace, perché tra tutti quelli con cui poteva succedere è successo proprio con lui. E mi spiace perché lui, tra tutti, è sempre stato quello con cui ho avuto un rapporto più stretto. Per me c'erano gli SQUOT, e poi c'era Martino. Non potevo dire lo stesso per gli altri: forse con Pippi ho avuto un rapporto extra-SQUOT alla fine degli anni 10 (diciamo dal 2007 al 2010), ma con gli altri c'era "il gruppo" e basta. Negli ultimi anni, quelli di me lontano da Catania, le cose sono state diverse: sono diventato parte di una coppia e quindi mi sono relazionato "tra coppie". Per carità, anche con Martino e moglie, di cui sono stato (orgogliosamente, posso dirlo?) testimone di nozze, ci vediamo. Però lui è diventato un'altra persona, si è spento, non suona più o quasi, è molto focalizzato sul lavoro e poco altro. Gli amici sono gli amici di lei (a parte me e Vero), e per il resto niente.

Mi spiace tanto. Sarò sempre legato a lui, avrò sempre un sacco di musica che ci lega, un sacco di videogiochi, un sacco di ricordi. E un sacco di pagine, anche qui, scritte su di lui. Ce ne saranno altre, spero migliori di questa.
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Vecchio Oggi, 02.19.06
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Predefinito the man in the high castle

Tanti anni fa, le serie TV si chiamavano telefilm. Qual era la differenza? Secondo me nessuna. Forse i telefilm vengono considerati genericamente come formati da puntate autoconclusive, cioè puntate che non sono legate tra loro se non a livello di ambientazione e personaggi, e in cui l'ordine non è fondamentale. Se fosse così, però, allora anche Twin Peaks (1990) non sarebbe un telefilm, e la denominazione di "serie tv" è molto più recente.
Nella mia testa è iniziata con Lost, che per me è "la prima serie tv della storia", forse perché è la prima che è diventata un fenomeno globale nell'epoca in cui internet veloce era ormai sdoganato, e quindi si potevano guardare le puntate in anticipo, coi sottotitoli, come ormai è prassi fare. Forse, non so.
O forse chiamarle "serie tv" è un modo di darsi un tono, come secondo me è un modo di darsi un tono chiamare i fumetti "graphic novel". Non tutti, ok, ma restano comunque fondamentalmente fumetti.

Dawson's Creek è stata la mia prima serie tv, o meglio, il mio primo telefilm, visto che all'epoca si chiamavano così. Le puntate non erano affatto autoconclusive né potevano essere guardate in ordine sparso, e infatti Italia 1 le proponeva rigorosamente in ordine, stagione dopo stagione. Ne furono fatte sei stagioni, io mi fermai alla quarta perché poi le altre due erano ambientate in un altro posto e secondo e "non aveva senso". Il torrente di Dawson era il protagonista, e se si cambiava luogo il torrente non c'era più. La vidi all'epoca dell'uscita (al liceo) e poi qualche anno fa con Grazia, trasmessa su Italia 2 dopo pranzo, il secondo anno della nostra coinquilinitudine. La trovai perfetta per descrivere la mia adolescenza.

Poi arrivò 24, che trovai e trovo una delle cose migliori mai viste. Un telefilm (o già serie tv?) che raccontava 24 ore della vita di un poliziotto dell'antiterrorismo che doveva sventare una minaccia, la cui natura cambiava di stagione in stagione. La storia raccontata durava 24 ore e il telefilm durava 24 ore: per la prima (e unica, credo) volta, il tempo della narrazione e il tempo del racconto coincidevano, con tanto di orologio presente sullo schermo e di split screen per raccontare cosa succedeva nel frattempo. Oltre alla trama principale, infatti, c'erano tantissime sottotrame, in modo che se una di esse stava attraversando una fase "noiosa" (ad esempio: il protagonista deve spostarsi in auto e annuncia che ci impiegherà mezz'ora) vengono sviluppate le altre, contemporaneamente, mentre ogni tanto dei riquadri nello schermo fanno vedere cosa stanno facendo tutti. Geniale nel concetto e nella realizzazione, 24 mi ha accompagnato lungo le sue dieci stagioni, non tutte ispiratissime ma capaci di farmi emozionare. L'ho guardato al liceo, l'ho guardato all'università, l'ho guardato quando sono andato a vivere a Padova. L'ho rivisto una seconda volta con Vero, ed è stato come attraversare in pochi mesi oltre dieci anni di vita: quando lo guardavo io andavano in onda due puntate da un'ora a settimana, e il binge watching non esisteva.
Niente mi emozionerà più di 24.
Anche perché ho capito che le serie tv non fanno per me.

Ho guardato Lost, che ho trovato molto bella ma molto lenta (le stesse cose si sarebbero potute condensare in metà della puntata). Lost, come forse sa chi l'ha vista, soffre però di un problema gigantesco: i creatori hanno "inventato" così tanto durante la serie, rimandando sempre più in là una spiegazione plausibile, che alla fine quella che hanno creato ha scontentato tutti. Lost è un bellissimo viaggio la cui destinazione però è così orrenda da riuscire a rovinare i ricordi del viaggio stesso.

Ho guardato Fringe, suggerita da Martino e Andrea, due persone che si conoscono di vista ma che sono legate a me in una maniera parzialmente sovrapposta di cui ho raccontato qui. L'ho visto perché è basato su una dei miei argomenti fantascientifici preferiti, ovvero gli universi paralleli in cui esistono delle versioni leggermente diversi di noi stessi. Non è stata perfetta, tutt'altro: la prima stagione è costituita da puntate autoconclusive come se fosse un telefilm degli anni '90, la quarta "resetta" tutto in maniera imbarazzante e la quinta sembra un'altra storia. Ma la seconda e la terza, che sviscerano il collegamento tra gli universi in maniera fantastica, sono state tra le cose migliori mai viste. Due stagioni su cinque, però, è un po' pochino.

Ho guardato Breaking Bad, su insistenza di Vero. Bella, molto bella, ma dalla seconda parte in poi. Le prime due stagioni e mezzo sono quanto di più lento e noioso esista, e la cosa è inconcepibile. È un peccato perché poi la serie decolla e, mentre di solito le serie "si perdono per strada", questa cresce in continuazione fino ad un finale spettacolare. Ma le prime due stagioni e mezzo sono state difficilissime da digerire, macchiate di tutti i difetti che contraddistinguono le serie tv: tutto troppo lento, tutto che si poteva raccontare in metà del tempo. Il fatto che una volta dai libri venissero tratti film e adesso vengono tratte serie tv deve fare riflettere.

Ho guardato The End Of The Fucking World, e forse non fa testo perché sono otto puntate da venti minuti e quindi dura poco più di un film. Anzi, è proprio un film fatto a micropuntate.

Ho guardato The Fall, ed è stata in assoluto la cosa peggiore che potessi vedere. Diciotto ore di telefilm che potevano essere condensate (non scherzo) in due o massimo tre. Una lentezza impressionante, una quantità di ripetizioni incredibile (esempio: si assiste ad un lunghissimo interrogatorio, poi la poliziotta esce dalla sala interrogatori e racconta ad un collega, per filo e per segno - di nuovo! - lo stesso interrogatorio) e, in generale, una noia incredibile.

Ho appena finito di guardare The Man In The High Castle, che racconta di un mondo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta da nazisti e giapponesi, che si sono spartiti l'America, e in cui alcuni americani "ribelli" ricevono delle pellicole che vengono "da un altro mondo", il nostro, in cui l'America ha vinto la guerra. Un po' fantastoria e un po' fantascienza, sembrava perfetta. E all'inizio lo era. Poi, però, mi sono accorto che l'evoluzione dei personaggi era completamente caotica. Non è tanto il fatto che non ci siano buoni o cattivi, no: è il fatto che i personaggi prendono vie imprevedibili, e diventano buoni e poi cattivi e poi buoni e poi cattivi, e va bene che non bisogna per forza parteggiare per qualcuno, ma qui sono tutti completamente schizofrenici. E poi, e questo è forse il motivo per cui alla fine è stato un disastro, è stata messa sempre più carne al fuoco, sempre di più, e ieri sera, giunti a due puntate dalla fine, ho pensato che sarebbe stato impossibile chiudere tutto. E infatti non si è chiuso, anzi: è rimasto aperto, ma aperto in una maniera imbarazzante, pur sapendo che la quarta stagione sarebbe stata l'ultima. Incredibile che, in un medium così "lento" e logorroico come la serie tv, siano rimaste mille questioni in sospeso, e nel modo peggiore.

Mi spiace, ma le serie tv non fanno per me. Lo dico da sempre, lo dirò per sempre. Ascolterò musica, leggerò libri, giocherò ai videogiochi, guarderò persino film (attività elencate in ordine decrescente di piacere che mi danno). Ma serie tv, vi prego, basta.

(post scritto ascoltando Rock Dust Light Star dei Jamiroquai)
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  #8183  
Vecchio Oggi, 18.04.36
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Predefinito felicità

Qualche sera fa c'eravamo io e Vero a casa nostra, e stavamo parlando probabilmente di qualche stupidaggini, quando all'improvviso mi è esploso il cuore e le ho detto "ogni tanto provo a guardarci da fuori e ci vedo come una coppia in cui tutto funziona alla perfezione, un po' come quelle che fanno vedere nei film il giorno prima di qualche tragedia".
Non so se arriverà qualche tragedia, di sicuro arriveranno difficoltà, ma adesso, nel momento presente, io non sono solo contento. Sono proprio felice. Il contento, forse, si accontenta; il felice è felice e basta. E io sono felice.

(post scritto ascoltando Cip! di Brunori Sas)
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