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Vecchio 03-05-2002, 21.09.11
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Tempismo Zero è sulla buona strada
Predefinito Soldati italiani brucerete all'inferno, tutti.

Un parà racconta: «Quella sera che al check-point Demonio prendemmo una ragazza africana...»

di Marco Gregoretti


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È fine novembre del 1993. Come tutte le sere una decina di parà della Folgore percorrono su due mezzi blindati il tratto di strada tra Mogadiscio e Balad. E come tutte le sere si fermano al check-point Demonio per controllare che tutto vada bene. Nulla da segnalare. Soltanto un gruppo di soldati di guardia che si stanno divertendo con una ragazza somala. La toccano. Lei si ritrae. La palpano. Lei cerca di scappare verso le sue amiche poco distanti, spaventate. Urla e si dimena. I militari ridono sempre più vigorosamente quasi a coprire gli strilli terrorizzati della giovane donna. I dieci parà appena arrivati se ne accorgono. Ma l’obbligo di andare a interrompere il gioco è l’ultimo dei loro pensieri, è l’ultima delle preoccupazioni. Anzi, decidono così: «Andiamo a divertirci anche noi».
Tra loro c’è Stefano, arrivato da pochi giorni in Somalia. Se ne andrà nel gennaio 1994 con il pesante ricordo di una notte che di lì a poco sarebbe diventata il teatro di una vera sevizia. Il giovane parà ha fotografato con la sua piccola macchina fotografica tutta l’agghiacciante sequenza e l’ha consegnata a Panorama insieme ai rimorsi. E al racconto. Noi, in questa intervista esclusiva lo chiamiamo Stefano. Naturalmente di lui conosciamo anche il cognome, l’indirizzo e dove attualmente lavora. Ci ha mostrato con orgoglio anche l’attestato, che tiene appeso in camera, della sua partecipazione alla missione in Somalia. Ma con lui abbiamo preso un impegno: non rivelarne l’identità. Le sue paure sono sintetizzate in quello che ci ha detto: «Ho visto in tv e sui giornali tutto il casino suscitato dalle foto di Patruno (l’ex paracadutista che ha raccontato a Panorama le torture ai somali, ndr) pubblicate da voi. Non vorrei che mi succedesse qualcosa. Magari un giorno uscirò allo scoperto. Oggi ho ancora molti timori».

Domanda. Stefano, che cosa è successo quella notte?
Risposta. Prima abbiamo cominciato a dare pizzicotti e a toccare.

Sotto la gonna?
No, fin lì non si arrivava perché puzzava, era sporca, era malata.

Poi come siete andati avanti?
Qualcuno aveva in mano una bomba illuminante. E ha detto: mettiamola qua, mettiamola su, mettiamola giù.
1. Guanto fuori ordinanza acquistato probabilmente allo spaccio dei soldati americani.
2. Torcia in dotazione ai soldati della missione Ibis.



Attacchiamo la ragazza al carro armato! Abbiamo cominciato a spingerla, da dietro la tenevano. L’hanno legata al Vcc (un mezzo blindato, ndr) con una corda alle gambe. Non contento qualcuno, dopo un po’, ha spalmato sulla bomba della marmellata. Per farla entrare meglio.

Ed è entrata?
Sì, è entrata. Esattamente...

E la ragazza non reagiva in alcun modo?
Urlava e si dimenava. Non tanto per il dolore fisico, forse, ma perché non voleva.

Le due amiche della vittima di quella tremenda violenza?
Se ne stavano a debita distanza. Guardavano impaurite.

Invece i militari cosa dicevano mentre la seviziavano?
Ridevano. C’era tanto casino. Più che un gioco sessuale era un far qualcosa. Un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo.

È proprio sicuro, ha visto tutto?
Sì.

Chi erano gli altri?
Eravamo parà, bersaglieri e carristi.

Le tre ragazze erano prostitute?
Non credo, perché in Somalia c’è la legge islamica e le prendono a sassate in mezzo alla strada finché muoiono. L’ho visto con i miei occhi.

Stefano, durante le sevizie ha fatto qualcosa? Ha partecipato attivamente?
Ho fotografato. Questo episodio.

Vuol dire che ha partecipato o è stato testimone di altri fatti del genere?
Sì, ma non li ho fotografati. Poi erano di diverso genere, non su donne...

Come mai ha ancora quelle foto?
In un primo momento avevo pensato di buttarle via. Ma dopo ho avuto la bella idea di chiuderle in uno scatolone e di metterle via. Nascoste in solaio. Sono rimaste lì per tre anni. Fino a quando è successo il casino...


1. Gambaletto da lancio in dotazione ai parà italiani, ma acquistabile anche da appartenenti ad altri corpi dell’Esercito.





Mentre vedeva e fotografava, che cosa pensava?
Dentro di me forse c’era un po’ di rammarico per non poter far niente.

Nel senso che non poteva partecipare al «giochino» perché era l’ultimo arrivato?
No, avrei potuto fare qualcosa alla ragazza. Ero l’ultimo, ma potevo anche essere il primo, nessuno me lo impediva. In Somalia non c’erano allievi, eravamo tutti anziani. Il rammarico, invece, era per non poterli fermare.

Perché non poteva fermarli?
Quando gli ufficiali volevano divertirsi, tutta la banda gli andava dietro. E quella sera è stato così.

Nei giorni successivi ne avete parlato tra di voi?
No, ci sembrava una cosa un po’ strana quella che era successa.

Senta, Stefano, ma perché ha fatto quelle foto tremende?
Forse per far vedere quello che succedeva.

E si poteva fotografare così liberamente? Nessuno si opponeva?
Erano in molti a fare spesso delle fotografie.

Ma lei in questi tre anni ci ha pensato a quello che è rimasto indelebilmente impresso sulla carta di quelle foto?
Sì, giorno e notte. Ci penso ancora adesso. Sono ricordi che porterò sempre con me. Quelle sevizie come tante altre cose brutte, molto brutte.

Quali?
Per esempio sparare addosso a della gente.

Con che cosa?
Con il fucile.

Ha ucciso qualcuno?
(Qui Stefano abbassa gli occhi, che un po’ gli luccicano). No, non credo. Ho sparato in mezzo alla folla. Vi assicuro, non è facile per un ragazzo di vent’anni sparare addosso a una persona.
1. Il militare italiano porta al polso uno dei tre tipi di Swatch in vendita allo spaccio Unosom.
2. Razzo illuminante che è stato cosparso di marmellata prima di essere usato sulla donna somala.



C’era la guerra. Non era una missione di pace. Ripeto: c’era la guerra. Ci tiravano addosso. Ci derubavano. Non dormivamo, dovevamo comprare le razioni americane per mangiare decentemente. Non ci lavavamo e vedevamo cose pazzesche.

Per esempio?
Una volta a Mogadiscio ero di vedetta. Un bambino somalo ha puntato una pistola ad acqua contro una camionetta di marines. Da lì sono partiti tre colpi di fucile a pompa. Di quel bambino non è rimasto nulla. Vorrei che la gente capisse che le porcherie che si vedono nelle foto, le sevizie, le torture, le botte che si davano con pugni e calci, non riguardano solo i parà. Ma le hanno fatte tutti per un motivo molto semplice: in Somalia non eravamo più noi stessi. Non eravamo più le persone di prima. Passi da un mondo civile a un mondo incivile: non ti trovi più il sabato e la domenica, non mangi più, non dormi più.

Vuol dire che la paura, la guerra, la tensione possono giustificare i contenuti di quelle foto?
No, però eravamo in una situazione tremenda.

Già, ma avete preso tanti soldi.
I 20 milioni che mi hanno dato per essere stato in Somalia sono pochi.

Avete mai pensato che la ragazza somala seviziata non era una bambola, ma una persona?
Si pensava più che altro che quelli uccidevano dei nostri compagni: a Mogadiscio c’è la lapide con i nomi degli italiani morti.

La bomba spalmata di marmellata era anche una ritorsione?
È probabile.

Sono passati più di tre anni da quella sera di novembre. Se lei vedesse oggi, una scena simile, cosa farebbe?
Non esiterei un attimo a buttarmi in mezzo per salvare la vittima.

Lei è stato condizionato, dopo il congedo, nella vita quotidiana, dalla storia che è venuto a raccontarci?
Sì, e parecchio. Anch’io dovevo ricostruirmi una vita normale.

Ha una fidanzata?
Sì, ma non le ho mai raccontato niente. Neanche ai miei genitori. Non ho il coraggio di ammettere di aver fatto certe cose.

Perché?
Loro non capirebbero. Al mio paese ho una reputazione. I miei genitori mi portano in palmo di mano, sono orgogliosi di me.

E lei?
No, io non sono orgoglioso di me.

Alla luce di quello che ha visto, raccontato, alla luce del suo «pentimento», che cosa pensa dei paracadutisti?
Che non è giusto buttare tutto questo fango solo su di loro.

Chiaro, ma lei rifarebbe il parà?
Non so. Allora ero esaltato. Eravamo tutti esaltati. Ero parecchio convinto. Non si poteva stare in quell’ambiente senza essere esaltati.

Anche in Somalia?
Certamente: dovevi dimostrare di non aver paura di niente, neanche di premere il grilletto o di fare altre cose. Dovevi seguire il gruppo. Senza ostacolarlo mai. Era l’unico modo per essere sicuri di tornare a casa. Il guaio è che poi, quando è finita, ci pensi a queste cose. Ci pensi, ci pensi...


13.06.1997




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Vecchio 03-05-2002, 21.59.56
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Letto tutto. Una volta sola. Mi fa male il petto.
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Se fate cose che non avete mai fatto, sarete le persone che non siete mai stati (da un post di Dhe)
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Vecchio 03-05-2002, 22.17.18
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Tempismo Zero è sulla buona strada
Predefinito tempismo zero

smuoverà le coscienze
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Vecchio 03-05-2002, 22.23.09
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Tempismo Zero è sulla buona strada
Predefinito tenetevi forte, arriva il bello.la sentenza.

Somalia la verità si fa faticosamente strada

12 IV 2001
Paracadutisti, come potrete leggere nell'articolo del "Messaggero" del 12.04 c.a. le foto che sono servite ad infangare l'onore militare di tutti i paracadutisti militari della Brigata "Folgore" impegnati nella missione "Ibis" in terra somala erano solo delle foto fasulle, scattate da quattro sconsiderati, evidentemente con il consenso degli "attori", solo per poi millantare, in Patria, un credito di stupido e truce guerriero.
Se in altri tempi a tutto questo si fosse dato il giusto peso e il giusto approfondimento come per esempio si fa ora con la questione dell'uranio impoverito (si nominano le commissioni d'inchiesta e non si lincia nessuno anticipatamente) per esempio, i Sigg. Generali B. Loi e C. Fiore non avrebbero subito l'onta della sospensione della valutazione al grado superiore ecc. ecc.
Quello che risulta più scandaloso è che già dal 1997 si conoscevano i risultati di queste perizie e nessuno ne ha dato conto. Se il settimanale Panorama (e tutta la stampa di sinistra che si accodò al linciaggio morale della ns. Specialità) fosse stato più corretto avrebbe dovuto, con lo stesso risalto dato alla pubblicazione delle foto, pubblicare con la stessa enfasi il risultato della perizia. Non solo, lo Stato Maggiore Esercito allora comandato dal Gen. Cervoni perché non ne diede risalto tramite i solerti Ufficiali addetti alle pubbliche relazioni. (un nome per tutti l'attuale addetto stampa della Bri.par). Perché tutti i giornalisti radiotelevisivi di questo regime non mettono ora in "onda" trasmissioni di scusa?
Purtroppo di quella che rimane il fiore all'occhiello dei Paracadutisti militari italiani, nel dopo-guerra: l'operazione "Ibis", rimarrà solo l'eco delle calunnie.

Folgore!
per: Tradizione Paracadutista e www.folgore.com, Il caporale di giornata

Il "MESSAGGERO" giovedì 12 aprile 2001


Il Generale Torre, che ordinò gli accertamenti sul servizio di Panorama: "il referto risale a quattro anni fa".
TORTURE IN SOMALIA, FOTO MANIPOLATE
La perizia assolve la Folgore: quelle non furono violenze né stupri



di CARLO MERCURI

ROMA - Le foto delle torture dei nostri soldati ai somali, pubblicate da "Panorama" nel 1997, furono manipolate. Questa la conclusione cui è arrivata una commissione di periti, nominata dallo Stato maggiore dell'Esercito. Il referto dei periti fu stilato il 1 luglio 1997 ma se ne è avuta notizia soltanto in questi giorni. La "manipolazione" consisterebbe, secondo il generale Antonino Torre, "in una presentazione del servizio fatta in modo da ingannare il lettore".
Il generale Antonino Torre ora è il coordinatore dei musei militari dell'Esercito ma all'epoca dei fatti era il Capo del centro di produzione cine-foto tv dello Stato maggiore. Fu lui, in prima persona, a nominare la commissione di periti: "Scelsi - racconta - il fotoreporter Rino Barillari. il regista cinematografico Antonio Bido e il maggiore Alfonso Viscito, responsabile del settore Cine-tv dell'Esercito. La conclusione è stata che quelle foto furono manipolate". Chiediamo al generale perché i risultati di quella perizia si sono conosciuti soltanto ora: "La perizia - risponde - fu consegnata al procuratore militare, alla commissione Vannucchi (la commissione d'indagine .dell'Esercito, n.d.r.} e alla commissione Gallo. Non so perché non ne fu data notizia alla stampa". Un settimanale. "Famiglia cristiana", scrive che perfino il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano in Somalia. ne è venuto a conoscenza "solo in via ufficiosa". Anche qui il generale Torre non sa spiegare perché. Fa garbatamente capire che non era compito suo informare il generale Fiore. E storna l'attenzione dell'interlocutore sul punto che più gli sta a cuore, il ridimensionamento delle "storture" che quelle immagini dettero della Forza armata. "Prendiamo la foto delle presunte torture al somalo - dice - I periti non hanno trascurato nessun particolare: c'è una chiazza d'acqua accanto alla testa del somalo disteso a terra. Nella sequenza delle foto quella macchia d'acqua alla fine s'asciuga. Ci vuole un tot di minuti perché, con quel terreno e a quelle temperature, una macchia d'acqua' s'asciughi Diciamo parecchi minuti Nelle sequenze fotografìche il somalo ha avuto sempre la stessa posizione. Com'è possibile che un torturato, sottoposto a scariche elettriche. non abbia avuto convulsioni, non si sia spostato durante tutto quel tempo?". Il generale poi passa a parlare del presunto stupro della somala: "C'è una foto in cui lei si alza la veste e ha la mano appoggiata sul razzo illuminante. Anche qui. mi domando come sia possibile che una donna che sta per subire violenza non si ribelli, non tiri calci". Il risultato è, secondo il generale, che non di violenze e stupri si trattò, ma di "uno squallido e stupido gioco di pochi sciagurati che venne strumentalizzato ad arte contro l'Esercito".
Il fotoreporter pino Barillari, uno dei periti, è dello stesso parere: "Quelle non sono foto di violenze - afferma - Sono solo stupide messinscene fatte da un manipolo di soldati che giocavano a fare i "Rambo" per poi, tornati in Italia, fare vedere agli amici,quanto erano stati bravi"."D' altronde -continua il generale Torre - nel clima di "caccia all'untore" di quei giorni entrava qualunque cosa che avesse a che fare con la "Folgore". Ricordo, perché io c'ero in Somalia. che il "IX Col Moschin" trovò due enormi tartarughe vicino all'ambasciata italiana. Le adottò, divennero le loro mascotte, guai a chi gliele toccava a quelli del "Col Moschin". Invece si lesse pure, in quei giorni, che gli italiani si divertivano a seviziare anche gli animali, passando loro sopra per gioco con i camion. Io, nel mio piccolo, mi sono preso una rivincita - dice ancora il generale - All'epoca delle foto dissi che non mi convinceva la loro staticità, troppo "ferme" per essere vere. "Panorama" mise le mie affermazioni nello "stupidario". Ora anche i periti hanno usato il mio stesso termine: staticità". Soddisfatto il generale, rimane un dubbio: perché l'Esercito non ha manifestato subito la stessa "soddisfazione"?

I VERBALI:

"LA DONNA NON FECE NESSUNA RESISTENZA, TUTTO E' SEMBRATO SOLO UNO SQUALLIDO GIOCO" ROMA - Nel verbale di valutazione delle fotografie, ad opera dei periti, si legge questa conclusione, a proposito delle foto della violenza al somalo: "Le foto colgono tre momenti diversi di una stessa sequenza. -In nessuna risulta oggettivamente evidente che il corpo del somalo stia subendo un passaggio di corrente elettrica. Il contesto è caratterizzato da un clima di generalizzata staticità che poco si attaglia alla drammaticità del momento che dovrebbe essere rappresentato. Molti elementi indurrebbero a pensare che tutta la sequenza fotografica possa essere una sorta di "messa in scena", finalizzata a scopi non noti". Nella valutazione conclusiva della foto dello stupro della somala si legge: "Le foto farebbero pensare ad una sua accettazione consenziente a quello che. tutto sommato, potrebbe sembrare solo uno squallido "gioco". La foto chiarifìcatrice è l'ultima della sequenza pubblicata in forma censurata nel numero precedente di "Panorama". La foto dovrebbe essere quella conclusiva della violenza: in realtà questa volta è stata pubblicata "senza veli" e si può leggere per quello che si vede e non per quello che si può immaginare. Il razzo illuminante è appoggiato sul pube. La mano della donna non stringe con il pugno il razzo, come sarebbe naturale se si volesse allontanarlo, ma è appoggiata sopra di esso, quasi a volerlo guidare".




quasi a volerlo guidare




ma un giorno o l'altro tornerà da qualche parte della terra un uomo santo a dire basta

a mettere a posto le cose
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Vecchio 03-05-2002, 22.25.55
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Il mistero della perizia "scomparsa"

Con Scandalo Somalia: anatomia di un falso, che uscirà alla fine di aprile per la Editrice Nuovi Autori, la giornalista Maria Lina Veca, del quotidiano Rinascita, ha ricostruito con una ricca documentazione l’intera storia del tenente colonnello Franco Carlini. Tra le tante testimonianze, riportiamo parte di un incontro avvenuto il 15 giugno 2000 con il generale Antonino Torre, responsabile del Centro documentazione e produzione cinefoto Tv dello Stato maggiore dell’Esercito. È lui l’uomo incaricato di eseguire le perizie fotografiche sulle foto pubblicate da Panorama, che la collega ha potuto vedere. Alla domanda: «Perché non è stata data pubblicità a questa perizia?», secondo l’autrice, il generale esibì una lettera. Riportiamo integralmente il passo: «Il generale Torre ci mostra una lettera, a lui indirizzata dal capo reparto generale Marzo nel luglio 1997. Con questa comunicazione ufficiale, Torre veniva incaricato di eseguire la perizia sulle foto apparse sul settimanale Panorama (episodio del razzo illuminante e tortura con fili elettrici). Alla lettera ufficiale, con un punto metallico è attaccato un foglietto, di forma rettangolare, scritto a mano, in cui leggiamo che "la perizia dovrà essere riservata, non divulgata e consegnata solo al generale Vannucchi».

Commenta l’autrice: «Che tale perizia sia rimasta riservata e che – qualora essa potesse ristabilire una verità diversa da quella gridata da Panorama – non sia stata ugualmente utilizzata, né sia stata decisa alcuna forma di rivalsa nei confronti del settimanale, né si sia fatta sentire la voce dei vertici militari, è cosa di notevole gravità. Il fatto che il ministro avesse avocato a sé la difesa della missione Ibis 2 non ci fa comunque comprendere i motivi per i quali questa difesa non sia stata fatta, né da parte dell’Esercito né da parte del ministro».
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Vecchio 03-05-2002, 22.33.35
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SOMALIA . Gli italiani torturavano i prigionieri: ecco le prove
Anno 1993, campo di Johar. Le sconvolgenti immagini che «Panorama» pubblica per la prima volta documentano le sevizie inflitte ai somali dai parà della Folgore. Un testimone racconta.
di GIOVANNI PORZIOfoto di MICHELE PATRUNO/V. ARCIERI

Nome: Michele Patruno. Età: 26 anni, di Canosa di Puglia. Grado: caporalmaggiore in congedo dal 185° Reggimento artiglieria paracadutisti «Folgore». Attuale professione: rappresentante di commercio.
In un caffè di Bari, lo scorso aprile, Patruno commenta ad alta voce la notizia, pubblicata su un quotidiano, delle torture inflitte ai somali da un gruppo di militari belgi. «Noi italiani» si lascia sfuggire «abbiamo fatto di peggio». Un giornalista, Vittorio Stagnani, lo sente, lo avvicina, lo convince a parlare (alla fine di aprile comparirà un breve articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno). E a tirar fuoridal cassetto una sconvolgente sequenza fotografica: durante la sua permanenza in Somalia nel 1993 come volontario nel corso dell’operazione Ibis (dall’8 febbraio al 18 aprile, e dal 7 maggio al 29 maggio), Patruno ha fotografato i militari italiani mentre torturano alcuni prigionieri somali in presenza di ufficiali della Folgore. Panorama ha raccolto la testimonianza dell’ex paracadutista, chiamato alle armi come soldato di leva il 17 marzo 1992 e congedato il 16 giugno 1993.
Domanda. Perché i somali venivano arrestati?
Risposta. Erano catturati durante le missioni di pattugliamento perché erano armati oppure perché avevano reagito contro le nostre colonne. Venivano tradotti ai campi militari e interrogati perché svelassero dove nascondevano le armi o dove si trovavano eventuali complici. Ma io non ho mai visto un singolo somalo sparare contro noi militari, anche perché avrebbero avuto la peggio: noi ci spostavamo sempre in pattuglie di 20 o 30 uomini, loro da soli o in piccoli gruppi.
La tortura del prigioniero in altre immagini. Sotto, l’applicazione degli elettrodi alle mani. A sinistra, due militari italiani con un altro somalo catturato, legato e incappucciato. Le sevizie avvenivano durante gli interrogatori per ottenere informazioni sui depositi di armi.
Cosa facevate dei prigionieri?
Dopo gli interrogatori venivano consegnati alla polizia somala che, per quanto ne so, li condannava a morte per attentati contro i militari. Io però non sono stato testimone di queste esecuzioni.
Venivano interrogati dai militari?
Sì. Spesso c’era un interprete.
C’erano degli specialisti in torture, gente addestrata per questo?
No, ma c’erano gli addetti a raccogliere informazioni dai somali catturati e curavano a modo loro il servizio.
Erano dei graduati a condurre gli interrogatori?
Sì. I militari di leva facevano da guardia ai prigionieri.
Sa dirmi chi era il somalo che in una delle foto è legato e incappucciato?
No, non sono a conoscenza dei casi particolari. I somali arrivavano al campo dopo i giri di perlustrazione.
TESTIMONE OCULARE Nella foto, Michele Patruno in Somalia nel 1993. Oggi l’ex parà fa il rappresentante di commercio. Le sue immagini-scandalo (distribuite dall’agenzia Arcieri di Bari) sono pubblicate da «Panorama» in esclusiva.
Posso dirle che il cappuccio è un sacchetto di nylon, uno di quelli che usavamo per mettere la sabbia e recintare. Anche nel caso dell’altra foto, quel somalo legato sotto il mezzo, non so dirle perché lo avessero preso.

Ha scattato lei tutte queste foto?
Sì.

Lei è capitato per caso nei campi?
Sì. Facevo parte della scorta del comandante della squadra del campo di Johar, il capitano Giovanni Iannucci. Eravamo in sette, ci muovevamo con lui. Io ero chiamato «Devil 2», cioè ero il vice di Devil, il comandante della batteria di cui facevo parte. La batteria, nell’artiglieria, corrisponde al plotone.


A sinistra, il gioco crudele praticato da parà ai danni di tartarughe all’interno del comando Italfor, dentro l’ambasciata italiana di Mogadiscio: montavano con i camion sugli animali per scommettere sulla resistenza del guscio.
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  #7  
Vecchio 03-05-2002, 22.34.17
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Come avvenivano i rastrellamenti?
Entravamo nei villaggi e perquisivamo le capanne in cerca di armi. Spesso facevamo devastazioni e lasciavamo i somali senza casa. Le capanne sono di fango e canne e sono molto basse, così per non prenderci il fastidio di entrare le scoperchiavamo. Distruggevamo anche le riserve d’acqua: le tengono in anfore di terracotta, noi le spaccavamo per vedere se c’erano armi. Per procurarsi quell’acqua magari i somali avevano fatto chilometri a piedi. Una volta, nella casa di un somalo, trovammo un proiettile, uno solo, calibro 7,62. L’uomo non aveva altre armi, ne ero sicuro, voleva bene agli italiani e ci fece vedere la foto del figlio cadetto a Modena. Niente. Buttammo giù tutto.

Ma il comandante della sua squadra era al corrente degli episodi di tortura?
Sì, sicuramente. Anche se non ne parlava con noi militari di leva.

Come spiega questo accanimento contro i prigionieri?
È come i tifosi allo stadio. C’è sempre qualcuno che eccede nei comportamenti. Anche nella Folgore: è una grande famiglia e ci sono teste calde che si sentono forti perché riescono a mettere un piede su una persona legata. Ma non è un atteggiamento diffuso. Anche durante le distribuzioni alimentari c’era chi si comportava in modo da provocare disordini, ma erano episodi sporadici.

Cosa facevano esattamente?
Facevano lo sgambetto, spintonavano la gente per provocare la reazione dei somali. Io avrei voluto reagire, ma non potevo far niente, visto che i miei superiori stavano a guardare.

Torniamo alle torture. Sa di militari che sono stati rimproverati o sanzionati in seguito a questi fatti?
Che io sappia no, ma non posso nemmeno escluderlo perché io mi trattenevo poco nei campi e non so se in seguito siano stati presi provvedimenti. In ogni caso non sarebbero stati provvedimenti pubblici, perché di fronte ai somali non si poteva certo manifestare dissensi tra di noi. Vorrei comunque evitare che queste immagini fossero associate alla Brigata Folgore, al modo di essere dei paracadutisti. Io mi sento un paracadutista, la Folgore mi ha lasciato un bellissimo ricordo nonostante questi incidenti: sarebbero successi anche se in Somalia ci fosse andato un altro corpo. Ci sono stati anche episodi edificanti: ufficiali che ci hanno permesso di accogliere dei bambini somali, dar loro da mangiare, vestirli. Insomma, quando nel mucchio c’è una mela marcia fa sembrare tutto marcio.

Perché i prigionieri venivano legati in questo modo? Per motivi di sicurezza?
Venivano legati e incappucciati. Non sta a me giudicare se fosse proprio necessario farlo in quel modo.

Ma a voi, prima di partire per la Somalia, era stato spiegato come comportarvi con i prigionieri? Quali regole seguire, l’atteggiamento da tenere...
A noi non fu spiegato nulla, anche perché l’operazione, almeno per quanto riguarda i militari di leva, fu un po’ improvvisata. Ricevemmo solo un addestramento di routine. L’esperienza, poi, uno se la fa sul campo.

Quindi non avete avuto un briefing specifico su questo argomento?
Ci dissero soltanto di rispettare i somali e la loro religione, di non disturbare le preghiere, ci parlarono del Ramadhan: norme generiche di comportamento. Ma la realtà in Somalia era molto diversa.

Lei era militare di leva?
Sì.

I soldati nelle foto sono di leva?
In queste foto (quelle dove si vede la tortura con gli elettrodi, ndr) c’è un ufficiale, quello con la barba e la pistola nella fondina. Gli altri sono soldati di leva, di guardia alle tende dove stavano i prigionieri.

Mi spiega la sequenza delle tartarughe? Che cosa significa T914?
È un adesivo di quelli che si trovano sui mezzi e distinguono i battaglioni uno dall’altro. T914 è probabilmente la sigla del 9° Col Moschin, ma non ne sono sicuro.
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Vecchio 03-05-2002, 22.35.04
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Era un gioco per passare il tempo?
Sì, un gioco crudele.

Lo facevate in gruppo?
Sì, ma non era una cosa abituale. Si faceva passare il furgone sopra l’animale per vedere quanto resisteva. Le foto sono state scattate al comando Italfor, nel giardino dell’ambasciata italiana a Mogadiscio nord. Le tartarughe frequentavano i nostri campi dove credevano di stare al sicuro dai somali che le cacciano per le loro carni prelibate e, si dice, afrodisiache. Noi scommettevamo sulla loro resistenza: ci sedevamo sopra, poi provavamo con i camion VM 90 Fiat, 30 quintali, per vedere quanto avrebbero resistito.

Quanto?
Poco, un minuto, un minuto e mezzo.
Gli ufficiali non dicevano niente?
Non ci hanno mai incitato a farlo, ma non ci hanno mai osteggiato.

Torniamo alle immagini più raccapriccianti, quelle in cui si vede un somalo nudo, disteso per terra. Cosa stanno facendo al prigioniero?
Stanno applicando degli elettrodi ai testicoli del somalo. La corrente è prodotta da un generatore a manovella di quelli in dotazione per alimentare gli impianti radio. È l’attrezzatura di cui sono dotati i reparti radio, i reparti magazzino e i mezzi di trasporto per l’emergenza.

Sa dirmi di più su questo episodio?
Non so chi sia il somalo. So che stanno applicando gli elettrodi ai genitali. Prima li avevano applicati alle mani, come si vede in una delle foto, ma con scarsi risultati. Poi ci fu una persona che consigliò di applicarli ai testicoli perché contengono liquidi e conducono meglio la corrente.

Chi consigliò questo trattamento?
Un ufficiale medico.

Il prigioniero è sopravvissuto?
Non lo so. Non ci fermavamo mai più di un giorno al campo. Quando ritornammo a Johar c’erano altri prigionieri.


Sotto il veicolo, un prigioniero somalo «incaprettato».







Che fine facevano le persone sottoposte a tortura?
Morivano, anche perché già debilitate fisicamente.

Che tipo di torture erano praticate?
Quelle che si vedono nelle foto non sono quelle del primo giorno. Si cominciava privando i prigionieri di acqua e cibo, tenendoli legati: pressione psicologica per indurli a parlare. Poi si passava a metodi più pesanti, e si dava libero spazio alla fantasia dei militari. Era un crescendo: far mangiare pane con peperoncino piccante per accrescere la sete, fino alle sigarette accese sotto i piedi, le scosse elettriche, le botte. Li gettavano contro la concertina, il filo spinato americano, fatto con migliaia di rasoi affilati. Si arrivava a queste cose per puro sadismo.

Insisto: durante gli interrogatori erano presenti degli ufficiali, o i prigionieri erano lasciati in balia dei soldati?
Gli ufficiali erano presenti agli interrogatori. Ma anche quando non c’erano gli interrogatori, c’erano i soldati di guardia ai prigionieri che potevano maltrattarli.

Ma le torture avvenivano anche in presenza di ufficiali o no?
Credo che avvenissero sempre in presenza di ufficiali. Ma non solo, perché anche quando non c’erano gli ufficiali i militari potevano comportarsi in modo «particolare»: non dare acqua ai prigionieri o far loro lo sgambetto quando li accompagnavano a urinare. Ma ripeto, nel momento degli interrogatori, quando avvenivano le torture, era sempre presente un graduato.

Lei sa se alcuni di questi prigionieri sono morti in seguito alle torture?
Sì. Ma non l’ho visto di persona. Mi fu riferito da altri militari, quelli che restavano al campo.

Di quanti le fu riferito?
Cinque o sei.

Nella foto, sotto la tenda, s’intravede un somalo.
Era l’interprete. C’era quasi sempre anche una ragazza che parlava italiano e a volte si muoveva con la colonna. Faceva da interprete e lavava la roba ai militari.

Dunque quello con la barba è un ufficiale...
Sì, un sottotenente.

Non si vedono i gradi...
Al campo nessuno li portava, si andava in giro in maglietta.

Sa se siano state aperte inchieste su questi episodi?
Che io sappia, no.

A quale epoca si riferiscono le foto?
Aprile-maggio 1993.

Lei aveva chiesto di essere arruolato nella Folgore?
Sì, ma solo per il servizio militare. Non ho mai pensato di entrare nell’esercito. Non volevo sprecare il mio tempo, volevo far qualcosa che mi fosse utile durante il servizio di leva.

Dunque non sono state le cose che ha visto che l’hanno convinta a lasciare l’esercito?
Ripeto che non ho mai avuto intenzione di restare nell’esercito. Quegli episodi comunque a mio parere sono fatti isolati, non certo la regola. In tutte le grandi organizzazioni, in tutti gli ambienti di lavoro ci sono teste calde, c’è chi vede e tace.

Però, il fatto che lei per puro caso abbia assistito a questi episodi potrebbe far pensare che non si sia trattato di casi così isolati e sporadici... Lei ha girato in tutti i luoghi dove c’erano gli italiani?
No, sono stato solo in alcuni: Mogadiscio, Balad e Johar.

Perché lei si è deciso solo adesso a tirare fuori questa storia?
È stato un caso. Ero al bar e commentavo l’episodio dell’esercito belga. Mi ha sentito un giornalista... e così ho deciso di raccontare tutto.

E prima non le era mai venuto in mente di parlare?
Un paio di volte, ma la voglia mi passò immediatamente. La vedevo come una cosa lontana dalla mia realtà, avevo paura delle conseguenze. Inoltre, non avevo dato molto peso alla vicenda: avevo fatto vedere le foto a degli amici, ma anche loro non diedero importanza alla cosa.

Lei parla oggi solo perché si è verificato un fatto accidentale?
È anche un fatto di coscienza. Una volta, durante un rastrellamento, trovammo un somalo con una doppietta, stava andando a caccia, la zona è ricca di selvaggina, facoceri e uccelli. Alla vista della colonna militare gettò il fucile in un cespuglio. Lo perquisimmo, lui continuava a negare di essere armato ma qualcuno lo aveva visto mentre nascondeva la doppietta. Negava perché il fucile era per lui lo strumento di sopravvivenza. L’arma fu trovata, fu legato, picchiato e portato al campo, ma era chiaro che era solo un cacciatore. Prima cercavo di rimuovere questi fatti, non mi soffermavo a pensarci. Poi quando ho cominciato a parlare mi sono reso conto che molte cose che sembrano bianche sono in realtà grigie, a volte anche nere, che intorno a noi c’è molta falsità. Credo che sia giusto che si sappia la verità.

Quanto pesa nella sua decisione di parlare il fatto di guadagnarci dei soldi, di vendere quelle foto?
Poco, glielo assicuro, molto poco.

Diceva prima che tra i prigionieri ci sarebbero stati cinque o sei morti...
Ci fu un caso in cui i militari italiani spararono contro un camion che non si era fermato a uno stop e uccisero due donne e un bambino; sul camion fu poi verificato che non c’erano armi.

Mi riferisco a morti in seguito alle torture praticate dai militari italiani.
Non li ho visti personalmente, non posso metterci la mano sul fuoco. Ma la sera al campo si parlava di quello che era successo. Ho sentito frasi come: «Quello è morto, è venuta la polizia somala a prenderlo». Mi è stato riferito da altri colleghi che erano presenti.

Il vostro comandante, generale Bruno Loi, era a conoscenza di questi fatti?
Lui si muoveva molto, era molto operativo, girava con la scorta personale composta dai parà del 9° Col Moschin. Era sempre presente nei campi dai quali via radio venivano fatte richieste di rinforzi.

È vero che i soldati italiani morti in Somalia furono più di quelli di cui si è avuto notizia?
In alcuni casi le cose sono state nascoste e sono state avvertite solo le famiglie. Sappiamo chi sono quelli caduti in scontri a fuoco. Ma alcuni sono morti per errori di altri militari. A Balad un soldato professionista, andando in mensa, aveva dimenticato di scaricare l’arma dalla quale, cadendo, partì un colpo che uccise un ragazzo. Un altro giovane, forse non bene addestrato, si è ucciso caricando in modo errato un Mg. Uno si suicidò perché per punizione dovette fare 15 giorni consecutivi di guardia. So che questi fatti non sono stati rivelati perché quando parlavo con la mia famiglia o sono ritornato non ho mai avuto riscontri.

(ha collaborato Vittorio Stagnani)

06.06.1997

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nota:le altre foto sono tutte misteriosamente scomparse.non sono più visibili e non lo saranno mai
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«QUELLE URLA MI ARRIVAVANO AL CUORE»

Ecco la lettera che il 21 novembre 1993 Stefano ha spedito dalla Somalia ai genitori. Panorama ha voluto conservare, come ulteriore testimonianza di autenticità, la sintassi e l’ortografia originali.


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21/11/93 Somalia

Ciao. Come state? Io anche se ogni giorno vedo qualcosa di nuovo, dalle belle cose alle brutte, mi sono rotto le balle in questi quindici giorni già fatti qua in Somalia sotto a questo enorme sole che sono convinto che neanche te, mamma, in certi orari riusciresti a prenderlo, non sono riuscito ad avere ancora mezza giornata libera e non ho dormito ancora una notte intera. Qua di pomeriggio se ti va bene sei al posto di blocco cioè al chek point, alla sera guardia e di mattina preparano i carri per uscire, se no sei al chek point per 48 ore senza dormire e né un cazzo. Qua c’è da esaurire in tutti i senzi, e poi vedi delle cose che certe volte non le mandi giù. L’altra sera ero al chek point “Demonio”, si perché ci sono tre o quattro chek point e ognuno è denominato con vari nomi, e montavo per 48 ore, e, di notte arrivano le puttante e i miei colleghi scherzando e giocando che fin a quel punto giocavo anchio a prenderle per il culo, perché è gente veramente stupida, sono arrivati a violentarla in sette persone circa. Ma l’hanno penetrata con uno spece di missilotto, Attaccandola al Carro Armato a gambe aperte e lei urlava penso per il Male Morale e Fisico, perché sopra il missilotto per farlo entrare gli hanno messo della marmellata. Quelle urla mi arrivavano al cuore volevo fare qualcosa. Ma cosa? Me le ricordero sempre quelle urla, e pensa in mezzo a quelle persone c’era anche l’Ufficiale di servizio, comunque ho osato a fare delle fotografie a quello “schifo”, che ho in mente qualche cosa per fare cessare questo “schifo”.
Parlando di altre cose, qua le fotografie vanno a nastro meno male che prima di scendere qua in Somalia mi sono comprato quattro rullini della Kodak da 36 foto. Mi sembrava di esagerare ma qua ho capito che servono, ho fatto bene, forse certe foto sono banali ma non ci sarà più la possibilità nella mia vita, spero, di scendere qua in Africa. Allora ho pensato che quando torno mi faccio un bel Album sulla Somalia, comunque in queste foto ci sono anche dei bei miei primi piani.
Gli altri della compagnia sono scesi tutti tre giorni fa e ho parlato con (...) che non è più in coppia con me, lui fa il magazziniere qui alla base. (...) è quello di (...) se non vi ricordate, e mi ha detto che è venuto a casa ancora un’altra volta e che su fa molto freddo, che quasi nevica, non ci credevo quasi. Ma in realtà su adesso è inverno, voi siete su con cappotti, riscaldamenti accesi e mangiate come frutto i mandarini, io sono qua a scoppiare da questo caldo infernale e a mangiare dalla mattina alla sera. Cocco, ananas, di quelle arance cinque volte le nostre e zuccherate in una maniera, per non parlare dei caschi di banane che compriamo con un dollaro, altro che le chichita!
Mi è capitato di fermare dei camion pieni di banane, di caschi di banane. Ma quante banane e poi non parliamo dei pompelmi, che più che pompelmi mi sembrano le angurie nostre. Quelli li apri a metà con il coltello e poi ti mangi la polpa col cucchiaio e come sono zuccherati, ne vado matto per quelli. Pensate che sto già quasi imparando un po’ di lingua somala, hai bambini somali li chiedo sempre se babbo natale arriva col cammello qua, ma mi guardano come per dirmi se sono scemo, qua babbo natale mi sa proprio che non scende con niente! È arrivata l’ora dei saluti e dei baci. Mi raccomando di non preoccuparvi per me. Di salutare con tutto il cuore (...) e il mio grande amico (...). Vi Voglio tanto bene, il vostro Stefano.
Saluta anche nonni e zii.


20.06.1997
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La vergogna belga




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«Dovremo rivedere tutta la formazione dei parà. Dobbiamo verificare se siamo andati un po’ troppo oltre nell’addestrarli come se fossero dei Rambo»: così il capo di stato maggiore belga, il generale Willy Herteleer, ha commentato i casi di torture inflitte dai suoi paracadutisti nel 1993, durante l’operazione Restore hope, a civili somali.
Il caso più grave era stato denunciato da un quotidiano di Anversa, che aveva pubblicato una fotografia con un paracadutista che teneva legato e sospeso sulle fiamme di un falò un ragazzo somalo. Un altro parà era stato condannato nel ’95 per aver ucciso un somalo che aveva minacciato di denunciarlo all’Onu come trafficante di armi. Nel 1993, 16 paracadutisti belgi erano stati processati con l’accusa di avere maltrattato alcuni bambini: ma alla fine ne era stato condannato uno solo, a 8 giorni di reclusione e a 50 mila lire di multa. Assolti per insufficienza di prove, infine, sempre nel 1993, altri 8 parà accusati di due omicidi preterintenzionali.


20.06.1997




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Vecchio 03-05-2002, 22.39.51
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Dai lavori sporchi della Legione alle mutilazioni dei Ghurka




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FRANCIA

Si chiamava «gégène» lo strumento di tortura elettrico che i parà francesi usarono in Algeria contro i guerriglieri. Sono passati 40 anni da allora, ma le torture in Algeria sono rimaste una macchia sulla coscienza del popolo francese. Da allora nessun altro episodio di barbarie ha macchiato l’immagine dei soldati francesi o della Legione straniera? Ufficialmente no, nonostante l’impiego consistente di truppe nelle ex colonie africane e più di recente nelle missioni in Bosnia e in Cambogia. O in Somalia, dove nel quadro della missione Onu furono inviati 1.073 uomini. Ma in vari paesi africani le opposizioni ai regimi appoggiati da Parigi hanno spesso denunciato, più che attività dirette di truppe, il ruolo dei «consiglieri militari» francesi. EE` accaduto con il sostegno fornito al regime hutu del Rwanda, responsabile del genocidio dei tutsi. E con l’appoggio al regime di Mobutu in Zaire. Anche i mercenari sono stati spesso usati. Il «lavoro sporco» affidato o consentito a gente estranea alle forze armate evita molti problemi. E permette all’esercito francese di conservare, fra l’altro, un’ottima immagine e un largo consenso nell’opinione pubblica.

GRAN BRETAGNA

L’esercito britannico è composto da appena 120 mila uomini, tutti professionisti superaddestrati. Le unità più conosciute sono i Red devils (Diavoli rossi) della Brigata paracadutisti che operarono alle Falkland, le guardie e i carristi della 7a brigata corazzata Desert rats (Topi del deserto) che guidarono l’avanzata alleata in Iraq durante la guerra del Golfo. Poi ci sono i reparti speciali, lo Special boat squadron della marina e lo Special air service (Sas regiment) dell’esercito. Quest’ultimo, in Irlanda del Nord, fu accusato di preferire l’eliminazione degli uomini dell’Ira piuttosto che la loro cattura. Anche i Red devils finirono sotto accusa per il Bloody Sunday di Londonderry, il 30 giugno 1972, quando i parà risposero al fuoco di cecchini dell’Ira uccidendo 13 civili. Dieci anni più tardi, alle Falkland, ancora i paracadutisti vennero accusati di aver sterminato un presidio argentino, e i reparti coloniali dei ghurka vennero accusati di efferatezze e mutilazioni.

STATI UNITI

La Somalia d’America si chiama Vietnam. Laggiù vi furono molti episodi vergognosi. «Il caso più celebre fu nel 1969, quando ufficiali del Quinto reparto delle Special forces giustiziarono sommariamente una spia di Hanoi» rievoca con Panorama Susan Marquis, storica del Pentagono e autrice di un libro appena uscito, Unconventional warfare: rebuilding the Special operation forces.
Berretti verdi, Delta force, Navy seals: nell’immediato dopo Vietnam le forze speciali sono rimaste immuni da attacchi, ma più tardi altri reparti sono stati squassati da scandali di violenze sessuali. «E` perché gli standard di selezione nelle forze speciali sono cambiati. Al tempo del Vietnam erano caduti in basso per il bisogno di far entrare più gente» spiega Lawrence Korb, esperto militare della Brookings institution. «Oggi l’ultima cosa che i comandanti vogliono è avere un Rambo».
Ma a Fort Bragg, dove sono di base 15 mila parà, molti soldati sono finiti sotto inchiesta per collegamenti ai movimenti neonazisti dopo l’arresto di due di loro nel 1995, per l’assassinio di una coppia di neri.


20.06.1997
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  #12  
Vecchio 03-05-2002, 22.43.32
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Vecchio 03-05-2002, 23.27.57
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Non commento sulla autenticita' delle prove e delle perizie perche' credo si sia gia' detto molto ...anzi forse troppo, visto e considerato che probabilmente la VERITA quella del campo non emergera' mai, ma sul fatto che nel dire

" Militari italiani , brucerete all'inferno.."

trascini un corpo, in questo caso, la gloriosa brigata Folgore nel fango e questo non va' bene..perche' sarebbe come puntare il dito contro TUTTI i preti cattolici perche' negli States ve ne sono alcuni indagati in casi di pedofilia, alcuni individui non fanno un Reggimento....
Io credo che proprio grazie a tutti gli altri militari impegnati nelle missioni umanitarie non succedono tutti i giorni in quei posti fatti del genere! ... Io non so se tu sia mai stato in Africa, ma non servono militari per vedere mutilazioni pubbliche senza sentenze ecc. , e le donne? hanno subito sopprusi e ingiustizie per secoli in alcuni stati eppure non erano militari i loro aggressori...
Onore agli uomini di tutto il mondo che portano la pace, ogni tanto questi vestono una divisa militare , altre quella della chiesa altre ..nessuna.

Se oggi viviamo in una democrazia è proprio merito di quei corpi che tu additi, le mele marce vi sono in ogni casa....

Luca
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Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri
egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi . Benedetto sia colui che nel nome della
carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre perchè
egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. [Ezechiele 25:17]
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Non commento sulla autenticita' delle prove e delle perizie perche' credo si sia gia' detto molto ...anzi forse troppo, visto e considerato che probabilmente la VERITA quella del campo non emergera' mai, ma sul fatto che nel dire

" Militari italiani , brucerete all'inferno.."

trascini un corpo, in questo caso, la gloriosa brigata Folgore nel fango e questo non va' bene..perche' sarebbe come puntare il dito contro TUTTI i preti cattolici perche' negli States ve ne sono alcuni indagati in casi di pedofilia, alcuni individui non fanno un Reggimento....
Io credo che proprio grazie a tutti gli altri militari impegnati nelle missioni umanitarie non succedono tutti i giorni in quei posti fatti del genere! ... Io non so se tu sia mai stato in Africa, ma non servono militari per vedere mutilazioni pubbliche senza sentenze ecc. , e le donne? hanno subito sopprusi e ingiustizie per secoli in alcuni stati eppure non erano militari i loro aggressori...
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Luca
Gloriasa un cazzo la brigata folgore, o tutti vi siete gia dimenticati dei morti per nonnismo dentro quella fottuta caserma?
Qui c'è gente che ha fatto del male e non ha mai pagato.
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  #16  
Vecchio 04-05-2002, 09.23.40
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Predefinito obiezione vostro onore

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Non commento sulla autenticita' delle prove e delle perizie perche' credo si sia gia' detto molto ...anzi forse troppo, visto e considerato che probabilmente la VERITA quella del campo non emergera' mai, ma sul fatto che nel dire

" Militari italiani , brucerete all'inferno.."

trascini un corpo, in questo caso, la gloriosa brigata Folgore nel fango e questo non va' bene..perche' sarebbe come puntare il dito contro TUTTI i preti cattolici perche' negli States ve ne sono alcuni indagati in casi di pedofilia, alcuni individui non fanno un Reggimento....
Io credo che proprio grazie a tutti gli altri militari impegnati nelle missioni umanitarie non succedono tutti i giorni in quei posti fatti del genere! ... Io non so se tu sia mai stato in Africa, ma non servono militari per vedere mutilazioni pubbliche senza sentenze ecc. , e le donne? hanno subito sopprusi e ingiustizie per secoli in alcuni stati eppure non erano militari i loro aggressori...
Onore agli uomini di tutto il mondo che portano la pace, ogni tanto questi vestono una divisa militare , altre quella della chiesa altre ..nessuna.

Se oggi viviamo in una democrazia è proprio merito di quei corpi che tu additi, le mele marce vi sono in ogni casa....

Luca

Per me il fatto che esistano altre forme di male non è una giustificazione per questo male.Come dire, lo fanno tutti, non poteva capitare nell'esercito?No, non doveva capitare, specie nell'esercito.L'esercito è , almeno sulla carta, l'organo che dovrebbe difendere i cittadini e lo Stato.Difendere, non devastare.

Fermati un attimo.

Pensa per un solo secondo a tua moglie, tua madre, tua sorella.Pensa che se non fossi italiano ma somalo, brasiliano, messicano, bosniaco, algerino, afgano, se tu fossi di uno qualsiasi dei paesi che non fanno parte delle cosidette "principesse" dei miei coglioni, tu dovresti aver paura anche si stare a casa tua.

Una notte potrebbero entrare 20 militari di un paese straniero e violentare davanti ai tuoi occhi la tua donna, e poi magari ucciderla, mutilarla.

Noi non abbiamo mai vissuto queste realtà e ci sembra lontana anni luce l' effettiva possibilità che siano accadute e che accadano
tutt'ora cose del genere.

Ci tappiamo gli occhi.E' come se vedessimo un bel film...queste cose succedono ma non sono reali.

MA SONO REALI, CAZZO.E COME SE LO SONO.

Credi che una donna somala soffra meno di una donna italiana nel vedersi umiliata e straziata dal dolore di qualcuno che gioca con la sua vita?Credi che un bambino somalo avverta tre fucilate in faccia in maniera meno dolorosa del piccolo bimbo che ti auguro di cullare fra le tue braccia?

Ragazzi, non è un film.Non dimentichiamo mai quello che accade nel Sud del mondo.

Perchè se non lo dimentichiamo, anche un avvenimento come quello dell'11 Settembre, potrà risultarci più che ammissibile.Noi non siamo mai stati violentati, colpiti, feriti, non ce l'aspettavamo.L'america non è mai stata attaccata sul suo suolo, era una sorta di novità quella che è successa.Ecco perchè "ha sconvolto".Ma ci sono paesi che subiscono da tutta la vita, ed è tutta la vita che vengono saccheggiati, umiliati, ridotti alla miseria.

Ora, perchè loro dovrebbero subire e non contrattaccare mai?Inserire un razzo illuminante nella vagina di una donna è un azione secondo me molto più codarda e vigliacca dell'andare a schiantarsi contro una torre nel cielo di New York.Quell'aereo era pilotato cmq da gente che ha perso la vita esattamente come i passeggeri e come chi era nella torre.Cioè, c'hanno rimesso anche loro la vita, non mi sembra un atteggiamento molto vigliacco.

Invece i nostri militari sono stati dei vigliacchi.Non farò di tutta l'erba un fascio, onore a Salvo D'Acquisto e al suo coraggio, onore agli uomini della scorta di Falcone, onore a chi muore per un milione e otto al mese.

Però questi corpi specializzati, di questi si, posso fare di tutta l'erba un fascio.Non possono fare qualcosa di buono, non sono assolutamente addestrati a fare del bene.Sono delle macchine, non sono uomini.Vengono programmati per uccidere.Per dimenticare.

Ma prima o poi tutto questo finirà.Forse ci vorranno secoli di lotta sotterranea, forse millenni, forse arriverà Cristo e metterà le cose a posto senza più tanto penare.

Ma questi soprusi non possono continuare cosi.Sono Loro che fomentano il terrorismo, sono loro che lo rendono cosi potente.Loro con la loro violenza, con la loro cattiveria.

Il male genera sempre e soltanto male.
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  #17  
Vecchio 04-05-2002, 20.24.46
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Vecchio 05-05-2002, 00.22.20
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nell'esercito esistono tante realtà, come del resto in tuttio i gruppi..ci sono dei pezzi di merda,è vero,ma ci sono anche valentissimi ragazzi che si arruolano con l'intento di servire la patria.e questo fanno,difendono la nostra bandiera,la nostra cultura,le nostre radici.gloriosi,si,gloriosissimi!!
esistono delle merde,degli assassini criminali vestiti con una divisa dell'esercito,che combinano tutto quanto è su descritto,ma questo non può sminuire il valore di ragazzi che rischiano sul serio la vita per amor di patria.
l'amor di patria,quello che molti italiani si sono dimenticati del tutto,il motivo principale per cui la povera italia va a puttane...
ricordate che per un gruppo di criminali che fanno notizia per le loro barbarie,esistono centinaia di gruppi che nel silenzio del sensazionalismo salvano la vita a chissà quanti civili.
+ che gloriosi, gloriosissimi!!!
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  #19  
Vecchio 05-05-2002, 14.11.05
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Predefinito Mi viene da pensare......

Allora visto che tutto un corpo o un intero esercito viene condannato, secondo il vostro principio l'america sta facendo benissimo a bombardare "tutti" in questa guerra.

Ossia esistono un gruppo di delinquenti, percio' bombardiamo una nazione.

Oppure alcuni Albanesi rubano o uccidono allora sono tutti dei delinquenti ....tutti gli albanesi!

Cosi' per voi tutti gli zingari sono ladri!

Tutte le persone di colore se ti chiedono qualcosa vogliono darti una fregatura.


.......Quei delinquenti mi fanno pena e paura, ma l'ignoranza e l'ottusita` non sono da meno .....e poi siamo tutti pacifisti!

stiamo messi bene!

DelusAde

Ultima modifica di Phantomas : 05-05-2002 alle ore 16.33.37
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  #20  
Vecchio 05-05-2002, 17.14.25
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Jack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limiteJack reputazione oltre ogni limite
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Più semplicemente non amo gli esaltati, conosco un sacco di parà e sono 9/10 fascisti esaltati e razzisti.
Conosco anche chi dopo un anno di parà nella folgore è venuto via dalla disperazione perché lo hanno massacrato di botte e gliele hanno fatte di tutti i colori.
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